C’era una volta l’Occidente, adesso ci deve essere l’Europa
C’era una volta l’Occidente che aveva sconfitto i totalitarismi dell’Europa centrale e orientale.
C’era una volta l’Occidente come simbolo di democrazia, libertà, progresso scientifico e innovazione culturale.
C’era una volta l’Occidente che, saldo nel patto atlantico, aveva dato avvio a un nuovo corso fondato sulla tutela dei diritti umani, affondando i propri principi nelle sentenze del Tribunale di Norimberga.
C’era una volta l’Occidente che aveva il suo faro nei principi liberal-democratici irradiati dalla più antica democrazia del mondo: gli Stati Uniti d’America.
Eppure, già in piena Guerra fredda, l’Occidente non era esente da critiche radicali
Non solo da parte dei filo-sovietici, ma anche da parte di alcuni tra i più acuti giuristi del Novecento. Tra questi, Carl Schmitt, che nel suo saggio “il Nomos della terra” offriva una lettura fortemente problematica dell’ordine internazionale postbellico.
Secondo Schmitt, l’“Occidente” non era un principio universale, bensì un concetto propriamente statunitense, funzionale all’identificazione dell’emisfero atlantico come propria sfera di influenza, in un momento storico in cui gli Stati Uniti temevano un ritorno delle potenze europee sul continente americano.
A distanza di decenni, e dopo gli anni della dottrina Trump, quel monito sembra riecheggiare con inquietante attualità sulla sponda occidentale dell’Atlantico. Il presidente statunitense sta tentato di ridisegnare l’ordine globale secondo una logica apertamente conflittuale, fondata sulla spartizione del mondo in sfere di influenza e sulla preparazione di uno scontro sistemico con la Cina, in una narrazione che ricorda più un action movie hollywoodiano che una dottrina di politica internazionale.
L’Europa nel “mercato globale” trumpiano
In questa visione, l’Europa diventa un soggetto superfluo, quando non meramente strumentale al controllo geopolitico di rotte commerciali e aree strategiche. Le recenti dichiarazioni sulla Groenlandia e le relative di minacce di dazi ne sono un esempio emblematico.
Ma le dinamiche della politica interna e della politica estera statunitense impongono riflessioni ancora più profonde. Quando The Donald, da vero Yankee newyorkese , piegando i principi liberali e costituzionali propri dei regimi democratici, decide di agire de imperio, bypassando il Congresso e rivendicando una discrezionalità pressoché assoluta. E quando la gestione della sicurezza interna assume tratti sempre più autoritari, come dimostrano i fatti di Minneapolis, dove una donna di 37 anni è stata uccisa dalle forze di sicurezza anti-migranti (ICE), alle quali è stata concessa un’ampia libertà d’azione.
Quando, infine, il capo della Casa Bianca dichiara di non aver bisogno delle leggi internazionali e che il suo ruolo di commander in chief sarebbe limitato unicamente dalla propria moralità, si assiste a una torsione profonda del costituzionalismo americano e dei principi liberal-democratici.

Trump sta spegnendo il faro culturale dell’Occidente
Con una simile affermazione, rilasciata l’8 gennaio al New York Times, vengono di fatto messi in discussione oltre due secoli di storia e di dottrina liberal-democratica. Gli Stati Uniti sono nati proprio come reazione all’abuso di potere di un monarca assoluto che si era posto al di sopra della legge. La democrazia statunitense affonda le sue radici nel principio del diritto alla resistenza del popolo, qualora le libertà fondamentali e le procedure legali vengano calpestate da chi governa.
Se il faro culturale e politico dell’Occidente si sta trasformando in una nuova forma di sovranismo imperiale, fondata sul controllo del mondo attraverso sfere di influenza, l’Europa non può più limitarsi a prenderne atto passivamente.
Siamo rimasti noi europei, custodi della liberaldemocrazia
È in questo contesto che l’Europa è chiamata a ridefinire il proprio ruolo, come custode del multilateralismo e dei principi liberal-democratici, oggi messi in discussione tanto dalle autocrazie quanto da un Occidente sempre più tentato da logiche di potenza. In un mondo che torna a organizzarsi per sfere di influenza, l’Unione europea resta l’unico grande soggetto politico fondato sul primato del diritto e sulla cooperazione tra Stati.
Perché questo ruolo sia credibile, tuttavia, l’Europa deve iniziare a esercitarlo concretamente. A partire dall’Ucraina, dove è in gioco non solo la sovranità di uno Stato aggredito, ma la tenuta stessa del diritto internazionale come argine alla guerra di aggressione. Solo un’Europa unita, capace di iniziativa politica e diplomatica, può contribuire a una soluzione che non sia la mera consacrazione della forza militare.
Lo stesso vale per l’Iran
Il sostegno al popolo iraniano e ai suoi diritti fondamentali non può tradursi in scorciatoie sovraniste o in interventi de imperio, come quelli attuati dall’amministrazione Trump nel caso venezuelano. La rimozione forzata di un regime, al di fuori di un quadro giuridico internazionale condiviso, non rafforza la democrazia, ma indebolisce ulteriormente l’ordine internazionale. È proprio per evitare che si ripetano errori simili che noi europei possiamo e dobbiamo svolgere un ruolo decisivo, applicando con coerenza i principi del diritto internazionale, sostenendo il diritto all’autodeterminazione dei popoli e favorendo processi di legittimazione politica che non passino per la violenza o l’arbitrio.
Se il diritto internazionale vuole tornare a essere qualcosa di più di una formula retorica, ha bisogno di un soggetto che lo difenda e lo renda operativo. Oggi, quel soggetto non può che essere l’Europa. Non per ambizione egemonica, ma per necessità storica.








