Midterm: verso due anni di veti incrociati

midterm veti incrociati
Donatello D'Andrea
05/11/2026
Poteri

Nella notte tra il 3 e il 4 novembre le reti americane hanno proiettato la conquista democratica di entrambe le camere del Congresso, un esito che negli ultimi cinquant’anni si era verificato soltanto due volte. Il presidente ha cercato una spiegazione già durante lo spoglio, attribuendo il risultato in parte alla guerra con l’Iran e al prezzo della benzina, mentre il suo entourage spostava la responsabilità sui candidati, accusati di non aver lavorato abbastanza per farsi eleggere.

Su queste basi si è affermato in fretta un racconto che presenta il voto come la svolta del secondo mandato di Trump. Passato ai raggi X, il risultato restituisce un quadro più preciso e meno spettacolare. La Camera è cambiata nella misura che la storia prevede per un presidente impopolare, il Senato è uscito dalla norma per ragioni che riguardano il partito repubblicano, e il potere presidenziale si riduce meno di quanto suggeriscano i titoli. Il peso reale di queste elezioni va cercato nei due anni che si aprono, un biennio di veti incrociati con conseguenze che arrivano fino a Bruxelles e a Kyiv.

Le ragioni degli elettori


Per capire il risultato bisogna partire da ciò che gli elettori hanno giudicato. Il tema dominante è stato il costo della vita, e la guerra con l’Iran vi è entrata attraverso il canale più concreto possibile. Le restrizioni al transito nello Stretto di Hormuz hanno fatto salire il prezzo del carburante, e a settembre la benzina spiegava da sola più della metà dell’aumento dell’inflazione. Una decisione di politica estera è diventata così una voce del bilancio familiare, che si ripresenta a ogni pieno.

Il dato politicamente decisivo riguarda la direzione della colpa. Gli exit poll mostrano che l’economia, un tempo il terreno più forte di Trump, è diventata il suo punto debole, e che la maggioranza degli elettori attribuisce i prezzi alti alle sue politiche più che a fattori esterni. Trump aveva vinto nel 2024 promettendo di abbassare i prezzi, e due anni dopo gli elettori hanno confrontato quella promessa con un aumento nato da una sua scelta.

Leggere il voto come un’investitura dei democratici sarebbe però un errore, perché gli elettori esprimono giudizi negativi su entrambi i partiti e ai democratici riconoscono sull’economia un vantaggio appena percettibile. Il messaggio uscito da queste urne riguarda chi governa, e su questo va misurato il suo peso.

La Camera nella norma, il Senato fuori scala


Il primo metro di misura è la regolarità più solida della politica americana. Dal dopoguerra il partito del presidente ha perso seggi alla Camera in tutte le midterm tranne due. L’entità della perdita dipende soprattutto dall’approvazione di chi siede alla Casa Bianca, che quando scende sotto il 50% fa più che raddoppiare la perdita media. Trump è arrivato al voto con l’approvazione più bassa mai registrata negli exit poll per un presidente a una midterm, e le stime della notte collocano lo spostamento della Camera nell’ordine di grandezza che la serie storica assegna a un presidente così impopolare. La Camera ha funzionato come un termostato che reagisce a chi governa, e scambiarla per un terremoto significa confondere l’intensità di una notte con la sua eccezionalità.

Il quadro cambia al Senato, dove il partito del presidente perde in media tra tre e quattro seggi. Questa volta i democratici conquistano seggi in Texas, Kansas, Ohio, Iowa, nelle due Caroline e in Maine. In Texas è il primo successo democratico in una corsa statale dal 1994. Il clima economico spiega una parte di questo spostamento. Il resto dipende dal modo in cui il partito repubblicano ha scelto i propri candidati. A maggio Trump aveva fatto perdere le primarie a Thomas Massie con uno sfidante da lui reclutato. In Texas, grazie al suo endorsement, Ken Paxton aveva battuto il senatore uscente John Cornyn, benché molti repubblicani considerassero Cornyn la scelta più sicura per novembre. Già a ottobre alcuni senatori attribuivano in privato a Trump la responsabilità di aver sostituito incumbent solidi con candidati deboli.

Ne emerge un paradosso del controllo. Trump dominava le primarie, cioè il meccanismo con cui il partito seleziona chi lo rappresenta, e quel dominio non si è trasferito all’elettorato generale. La sconfitta del Texas, la più simbolica della notte, è anche quella che porta più direttamente la sua firma.

Veti asimmetrici


Da questa geografia del voto discende la novità istituzionale, che prenderà forma dal 3 gennaio 2027. Con la Camera il Congresso controllerà il bilancio e le indagini. Con il Senato controllerà le nomine, compresi i giudici federali, che negli ultimi due anni di un mandato sono uno dei pochi lasciti che un presidente può ancora costruire. Il presidente conserva però il veto su ogni legge, superabile solo con i due terzi in entrambe le camere, e da questa regola nasce l’asimmetria decisiva. Nel corso dei decenni il Congresso ha delegato all’esecutivo poteri ampi, dalla politica commerciale alle emergenze, e per riprenderli dovrebbe approvare leggi che il presidente può fermare. Lo stesso vale per i poteri di guerra. Il leader democratico al Senato promette di ottenere risultati con o senza il presidente, ma sulla conduzione del conflitto con l’Iran il nuovo Senato potrà votare senza riuscire a imporsi.

Più decreti, più tribunali


Quando il Congresso blocca le leggi, un presidente tende a governare con gli strumenti che non passano dal Parlamento, come ordini esecutivi, poteri d’emergenza e atti di politica estera. Quando governa per decreto, l’opposizione e gli stati si rivolgono ai giudici. Il biennio dei veti incrociati rischia così di diventare un biennio di contenzioso, con le corti federali e la Corte suprema nel ruolo di arbitro. Gli incentivi spingono nella stessa direzione. I democratici non hanno interesse a concedere vittorie a un presidente che la Costituzione esclude da un terzo mandato, mentre Trump può trarre vantaggio da scontri che gli permettano di presentarli come ostruzionisti.

Le midterm viste da Bruxelles e da Kyiv


Per l’Ucraina il voto apre una possibilità concreta, accompagnata da limiti precisi. Trump ha sospeso gli aiuti diretti a Kyiv, e i democratici hanno promesso di riportarli in agenda, come ha assicurato il deputato Jim Himes alla Warsaw Security Forum. Grazie al sostegno bipartisan che l’Ucraina conserva in Congresso, un nuovo pacchetto potrebbe raggiungere i due terzi necessari a superare il veto, purché i democratici ottengano i voti dei repubblicani disposti a opporsi al presidente.

Il rischio maggiore per Kyiv passa dall’energia. Il 16 ottobre Trump ha sospeso le sanzioni previste dal Graham Act e concluso con Mosca un accordo sul gasolio, irritando repubblicani e democratici, mentre per la prima metà di novembre erano attesi colloqui a tre ad Abu Dhabi. La logica che lega questi passaggi viene dalle ragioni del voto. Se la guerra con l’Iran ha fatto salire i prezzi, riportare sul mercato l’energia russa e presentare un accordo come un successo diplomatico offre al presidente un modo per alleggerire il conto, e la sua sopravvivenza politica finisce per coincidere con l’indebolimento della posizione ucraina. Il limite di questa strategia sta nel Congresso. Le sanzioni contro Mosca sono il terreno in cui i due terzi sono più raggiungibili, e i senatori repubblicani che già attribuiscono la sconfitta a Trump hanno meno ragioni di seguirlo.

Per Bruxelles la conseguenza è diretta, perché i democratici puntano a bloccare il ritorno del gasolio russo sul mercato mondiale, la misura che più indebolisce il regime sanzionatorio europeo.

La notte del 3 novembre ha cambiato chi a Washington può dire di no, e ha lasciato nelle stesse mani il potere di decidere. Per Kyiv e per Bruxelles questo significa che, nei prossimi due anni, l’interlocutore capace di contenere le scelte della Casa Bianca sarà il Congresso più di quanto lo sia mai stato in questo mandato.

Fin dove reggono le istituzioni


La notte del 3 novembre ha cambiato chi a Washington può dire di no e ha lasciato nelle stesse mani il potere di decidere. Resta da capire dove porterà questo equilibrio, con un presidente che ha già messo sotto pressione i confini del proprio ruolo. Ha ventilato l’ipotesi di sospendere le elezioni, ha sospeso fondi approvati dal Congresso e ha derogato a sanzioni scritte in una legge. I veti incrociati funzionano finché ciascun potere usa i propri strumenti con quella moderazione che Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, in Come muoiono le democrazie, chiamano autocontrollo istituzionale. Diventano pericolosi quando ognuno li spinge fino al limite.

La Costituzione americana ha spalle larghe dove le regole si applicano da sole. Le elezioni si sono tenute alla data prevista, il presidente ha dichiarato di accettarne il risultato, e il 3 gennaio le nuove maggioranze si insedieranno senza bisogno del consenso di nessuno. Il sistema è più fragile dove la tenuta dipende dalla volontà di chi deve obbedire. I tribunali chiamati a fare da arbitri, come scriveva Hamilton nel Federalist n. 78, non dispongono né della spada né della borsa. I prossimi due anni metteranno alla prova proprio questa parte del sistema, e per Kyiv e Bruxelles il suo esito conterà più di qualsiasi seggio conquistato il 3 novembre.