Offensiva di pace: la missione di Europa Radicale tra Israele e territori palestinesi

offensiva di pace
Antonio Bompani
23/10/2026
Appunti di Viaggio

Dal 14 al 17 ottobre, a dieci giorni dal voto israeliano, una delegazione di Europa Radicale ha incontrato chi la coesistenza la pratica già.
Genitori che hanno perso figli, attivisti, opposizioni laiche.
Il racconto di Luigi Del Carlo, uno dei nove partecipanti: “Servono forze moderate e democratiche da una parte e dall’altra, disponibili al confronto”

A Beit Jala, nei Territori amministrati dall’Autorità nazionale palestinese, una madre palestinese e una madre israeliana bevono un tè insieme e sorridono. Entrambe hanno perso un figlio nel conflitto.

È l’immagine che Luigi Del Carlo, giovane attivista e uno dei nove partecipanti alla missione di Europa Radicale, si è portato a casa. “Stanno insieme contro i terroristi di Hamas e contro i crimini del governo Netanyahu”, racconta. “E su questo sono d’accordo tanti palestinesi”.

La missione “Offensiva di Pace” si è svolta dal 14 al 17 ottobre tra Tel Aviv, Gerusalemme e la Cisgiordania.
Mentre in Italia il dibattito sul Medio Oriente oscilla tra tifo da stadio, ipocrisia di piazza e rassegnazione, l’associazione radicale guidata da Federica Valcauda e Igor Boni ha scelto di andare sul campo, tra chi prova a costruire una convivenza quotidiana.

La vigilia di un voto storico


Il 27 ottobre Israele torna al voto, e la delegazione ha dichiarato apertamente di voler sostenere le opposizioni a Netanyahu. Gli ultimi sondaggi descrivono un Paese spaccato a metà, con il blocco di governo e quello che gli si oppone appaiati intorno ai 52 seggi, lontani dai 61 necessari per governare.
In questo stallo, il gesto più politico di tutti è proprio ascoltare chi lavora per un’alternativa possibile.

“Il mio obiettivo, come quando sono andato in Ucraina, sempre con Europa Radicale, era capire e toccare con mano”, spiega Del Carlo. “Lontano dal rumore di fondo di un’opinione pubblica totalmente polarizzata”. Il metodo è sempre quello radicale, fatto di presenza fisica come forma di conoscenza, prima ancora che di testimonianza.

Il quadro politico da cui parte la missione è chiaro. Da una parte l’integralismo armato dei terroristi di Hamas, foraggiato dall’Iran teocratico.
Dall’altra il cinismo criminale del governo Netanyahu e dei ministri della destra messianica, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, che tentano di smantellare dall’interno la democrazia israeliana.

Europa Radicale rifiuta questa falsa alternativa tra opposti fanatismi, proponendo una terza via: laicità delle istituzioni, sicurezza per Israele, riconoscimento pieno e reciproco. La formula è “due popoli, due Stati” ma, soprattutto, “due democrazie” – di profonda impronta e radice radicale.

Cacciare Hamas e fermare i coloni


La prima tappa è il muro di separazione, la ferita di cemento che divide due popoli che calpestano la stessa terra da millenni. A ridosso del muro, a Beit Jala, la delegazione ha incontrato il Parents Circle, l’associazione di famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso i propri figli, decidendo di rifiutare la vendetta.

Lì Del Carlo ha parlato a lungo con una ragazza palestinese che vive in un campo profughi. Il punto di convergenza, racconta, è decisamente chiaro: “Entrambi vogliono lo smantellamento completo di Hamas e, allo stesso tempo, la fine delle violenze dei coloni in Cisgiordania”. Le due condizioni vanno insieme. “Hamas via e coloni che si fermano: queste sono le precondizioni necessarie a tutto il resto”.

Le testimonianze raccolte restituiscono una rappresentazione meno monolitica di ciò che arriva in Europa. “Dai gazawi Hamas è considerato il male, sta perdendo consenso”, continua il giovane attivista. Alcuni interlocutori palestinesi gli hanno detto che i tunnel scavati sotto scuole e ospedali “hanno contribuito alla nostra distruzione”. Ma il quadro non è uniforme: “A giudicare dalle voci con le quali abbiamo parlato, se a Gaza Hamas sta perdendo terreno, in Cisgiordania vediamo il trend opposto”. È il segno che la violenza dei coloni alimenta proprio l’estremismo che dice di combattere.

Concretezza e lucidità

Gli altri incontri raccontano la stessa idea, la costruzione della pace come cooperazione concreta, fuori dall’evocazione da slogan. La delegazione ha dialogato poi con le donne di Women Wage Peace, israeliane, arabe cristiane e palestinesi che chiedono un ruolo forte per il mondo femminile nel percorso verso il reciproco riconoscimento.
Sul Mar Morto ha partecipato al Federal Forum, dove giovani israeliani e palestinesi lavorano a un ambizioso progetto federale di lungo periodo tra Israele e il futuro Stato di Palestina.

A Gerusalemme l’incontro con Amit Peretz della Jerusalem Open House, presidio laico che garantisce prevenzione sanitaria, supporto e spazi sicuri per le persone trans.
Un avamposto stretto tra l’odio degli estremisti religiosi e l’isolamento ideologico che gli riservano l’estrema sinistra e l’estrema destra d’Occidente, pronte a ignorare chi difende i diritti civili dentro Israele.

Il capitolo più politico riguarda le opposizioni. La delegazione ha incontrato Emilie Moatti dei Democrats, il partito guidato da Yair Golan che riunisce laburisti ed ex Meretz, Roberto Della Rocca della sinistra laica, i rappresentanti della Lista araba e gli antiproibizionisti di Green Leaf.

Dai Democrats sono arrivate le denunce più dure. “Ci hanno detto che il governo ha smantellato un reparto dello Shin Bet dedicato al contrasto al terrorismo ebraico”, riferisce Del Carlo.
Condannano le violenze dei coloni, “legittimate da Ben Gvir e Smotrich”, e promettono, in caso di vittoria, un’inchiesta approfondita sul 7 ottobre, che a loro dire il governo ha colpevolmente sottovalutato. Alcuni arrivano ad affermare che, se Netanyahu vincesse ancora, lascerebbero il Paese.

Secondo uno studio dell’Università di Tel Aviv su dati dell’Istituto centrale di statistica, tra il 2023 e il 2025 circa 268 mila israeliani sono partiti per almeno tre mesi consecutivi, contro una media di 60 mila l’anno nel decennio precedente.
Un’emorragia migratoria, che riguarda soprattutto chi ha i mezzi per andarsene, e che rischia di impoverire proprio la parte laica e liberale del Paese.

Un interlocutore vacilla, l’altro neanche c’è

Dal racconto emergono anche importanti fratture sociali interne.
Gli ultraortodossi, circa il 13-14 per cento della popolazione secondo i dati più recenti, restano esentati dalla leva obbligatoria. I riservisti, richiamati per mesi, non vengono tutelati quando lasciano il lavoro: “un cortocircuito nel loro percorso di vita”, lo definisce Del Carlo.
Anche l’incontro con il partito arabo di ispirazione comunista ha smontato qualche stereotipo: “Non sono antisemiti, vogliono anche loro due popoli e due Stati. Sono arabi israeliani che amano Israele, pur condannando l’attuale esecutivo”.

“Israele è ancora una democrazia”, racconta Del Carlo. “Abbiamo avuto piena libertà di movimento e di critica, anche contro Netanyahu”.
Una democrazia sotto pressione, ma che resiste nella capacità di produrre la propria opposizione.

Il problema resta, soprattutto dall’altra parte del muro. “L’interlocutore palestinese in questo momento manca”, ammette Del Carlo.

Da qui la sua conclusione: “Servono forze moderate e democratiche da una parte e dall’altra, disponibili al confronto”.
È la stessa logica degli accordi con Egitto e Giordania che Europa Radicale indica come modello: la pace inizia da governi che portano avanti il mutuo riconoscimento.

Se le piazze sono parte del problema


Alle piazze italiane Del Carlo rivolge la critica più netta.
Le mobilitazioni pro Palestina, sostiene, non colgono la realtà delle cose e devono liberarsi dall’antisemitismo che troppo spesso le attraversa. Serve un salto di qualità, nella natura stessa della protesta.
La sua formula è semplice ma centratissima: “Amore per i palestinesi, desiderio di pace, non odio nei confronti di Israele”.

A Beit Jala, a Gerusalemme e sul Mar Morto c’è chi ha già scelto la terza via.
Non è la maggioranza, non è al governo. Ma esiste, e il 27 ottobre una parte di Israele proverà a farla contare.
Ascoltarla, e sostenerla, è il minimo che l’Europa possa fare.