Può esistere una Francia senza la rivoluzione?

francia senza rivoluzione
Emanuele Pinelli
15/10/2026
Radici

Non esistono “i francesi cattivi che bruciano le scuole” e “i francesi buoni che pregano col papa”. Esistono però due visioni della storia francese: la prima che impone di riverire sempre e comunque gli spasmi rivoluzionari, la seconda che consente di ignorarli o di giudicarli criticamente.


Da bambino e da ragazzo ho frequentato una comunità cristiana che, almeno a quei tempi, era piuttosto all’antica.

Tra i vari privilegi che ne ho ricavato c’è quello di essere cresciuto con un’immagine eroica e positiva dei santi francesi moderni. Vincenzo de’ Paoli dava il nome all’associazione con la quale andavamo a visitare gli anziani soli. Lourdes era la meta dove ogni anno le mie nonne accompagnavano i malati.
L’Europa unita – fondata dal venerabile servo di Dio Jean Monnet e da altri statisti cattolici – godeva di palpabili simpatie.

In seguito, da adulto, ho scoperto che tutte quelle personalità cattoliche erano state il controcanto, se non proprio il negativo fotografico, di quelli che il mainstream racconta come i grandi eventi rivoluzionari della storia della Francia.
Le opere di carità promosse da san Vincenzo erano state la risposta all’eguaglianza calvinista, il fenomeno Lourdes aveva galvanizzato l’opposizione cattolica tra il Quarantotto e la Comune di Parigi, la CEE era stata costruita per arginare il contagio sovietico, e così via. 

Mi ritrovo ad avere, quindi, la singolare capacità di guardare al passato della Francia da due prospettive opposte.
Se riesco a provare entusiasmo per l’Encyclopédie, la Bastiglia, la dichiarazione dei diritti dell’uomo, il codice napoleonico, la Marsigliese, la Carmen, il Moulin Rouge e Jules Verne, l’istinto mi porta a provare un’empatia forse ancora più intensa per le ragioni, i miti e i simboli dei cosiddetti “reazionari” sconfitti.

La testa con la Repubblica, il cuore con la Vandea: come venire a capo di un’accozzaglia di sentimenti tanto contraddittori?

Frattura o continuità?


Il guaio, poi, è che la testa repubblicana e il cuore vandeano non sono divisi soltanto sui singoli dossier religiosi e politici.
Sono divisi, alla radice, su come percepire il tempo e la storia umana – cioè la storia francese, che, ça va sans dire, rappresenta per estensione tutta la storia umana.

La République ci ha abituati a scolpire la storia in blocchi separati, ciascuno dei quali si apre e si chiude con un colpo d’ascia rivoluzionario.
La Reazione, dal canto suo, preferisce vedere la storia all’insegna della continuità, relegando gli scossoni rivoluzionari a seccature temporanee da gestire.

Per la prima mentalità, il progresso è il frutto doloroso di lotte all’ultimo sangue, strappi audaci e forzature improvvise.
Il 1789, il 1830, il 1848, il 1870 fungono da modelli ideali per immaginare il modo in cui la società deve cambiare anche nel presente (donde le continue e sfinenti mascherate rievocative, dal Maggio Francese ai Gilet gialli) e, retroattivamente, per immaginare il modo in cui la società è cambiata anche nel passato (donde il pedante elenco di presunte “rinascite” e “riforme” che costellano i manuali di storia).

Come ha scritto il Guardian, “la Repubblica francese è nata dall’insurrezione e non l’ha mai dimenticato”, e le proteste “vengono insegnate come qualcosa di legalmente inquadrato, come un diritto fondamentale e come una responsabilità civica”.

Poco importa se, ad esempio, si finisce per bruciare le scuole e sparare alle professoresse, con una confusa gamma di pretesti che vanno dal telefonino in classe alla jihad islamica passando per l’intramontabile aumento di una spesa pubblica che è già più alta di quella dell’URSS.
Se sembra una rivolta, va rispettata. L’abito fa il monaco, o meglio, fa il giacobino.

Per la seconda mentalità, al contrario, il progresso è il frutto della lenta maturazione e dei graduali aggiustamenti di un corpo originario, la Francia cristiana, che rimane sempre lo stesso.
Ogni tentativo di rottura radicale viene visto solo come un ostacolo o un rallentamento. Se proprio è necessario, una volta passata la tempesta se ne accetta qualche innovazione che non sia del tutto irragionevole.

Sotto l’Arco di Trionfo


Tale senso di continuità si è respirato a pieni polmoni nei tre giorni del viaggio pastorale di papa Leone, e a mio parere è stato proprio questo a spiazzare la maggior parte dei commentatori.

Il 2% della popolazione francese si è riversato sugli Champs-Élysées, nello Stade de France, al santuario di Lourdes e nel centro di Metz. Era una marea multietnica, giovane, perfettamente organizzata nell’invadere le strade, fiera del suo tricolore: “la solita Francia”, verrebbe da dire.

Tuttavia, la sensazione che trasmetteva era straniante.

Perché quella che sul piano estetico sembrava “la solita Francia” stavolta era impegnata a pregare, cantare in coro, accudire i bambini, dare dignità ai disabili, celebrare due millenni di gesta dei martiri da Lazzaro e Maddalena fino ai giorni nostri.

Era una Francia estranea, più che ostile, alle mode ribellistiche.
Una Francia che si è adattata per generazioni a starsene nell’ombra e lontana dalle telecamere, ma nel frattempo ha imparato a difendere le sue idee con serietà, ha reso splendide le sue liturgie, ha irrobustito la sua rete sociale, ha scoperto come padroneggiare i mezzi digitali, ha motivato i suoi spiriti più giovani e ha iniziato ad attrarne di adulti.

Il viaggio di Leone ha fatto emergere alla luce del sole, anche se solo per un fine settimana, questo mondo sotterraneo, “colonizzando” gli stessi luoghi che di solito associamo alla Francia secolare e riottosa.

Evitare gli equivoci


Erano semplicemente i francesi “conservatori”, “integralisti” o “esaltati” contrapposti a quelli “progressisti”?

Facile cavarsela con questo pregiudizio. Soprattutto per noi italiani, che abbiamo ridotto il cattolicesimo a folklore infantile e buoni sentimenti pur di illuderci che fosse ancora maggioritario nel paese, e di conseguenza ci insospettiamo davanti a qualsiasi manifestazione di fede che si ponga come identitaria.
Nel paese dove fiorai e ristoratori sono insorti contro il vescovo di Palermo quando ha osato rimandare le prime comunioni a un’età più consapevole, è arduo comprendere i cattolici francesi: li bolliamo come pazzi e passa la paura.

Eppure le immagini festose di Parigi, Lourdes e Metz non davano affatto la sensazione di un ritrovo settario di fanatici: davano, anzi, una sensazione di perfetta normalità.
Che a molti questo sia sembrato inquietante, al di qua e al di là delle Alpi, non mi stupisce. Una parte di me è abituata a considerare normali san Vincenzo, Bernadette o Jean Monnet, le medaglie miracolose di Rue du Bac e le visioni di Giovanna d’Arco. Ma non tutti hanno avuto la stessa fortuna.

Credo, però, che l’inquietudine diminuisca se smettiamo di dividere i francesi per faglie etniche (conservatori e progressisti, incendiari e chierichetti) e accettiamo che ogni singola persona in Francia può scegliere di attivare, di volta in volta, l’una o l’altra visione del proprio passato nazionale: quella che avanza a suon di cataclismi rivoluzionari o quella che procede per continuità.

Una lezione per il futuro

I tre giorni con papa Leone hanno rivelato al mondo che una Francia senza rivoluzioni, pseudo-rivoluzioni e messinscene di rivoluzioni è immaginabile: anzi, in parte, è già reale.
Nel giudicare le prossime rivoluzioni, pseudo-rivoluzioni e messinscene di rivoluzioni ormai non potremo non tenerne conto.