Georgia, ecco lo sgambetto a Putin. L’Europa può crederci?
Tbilisi si unisce alla nota contro l’aggressione russa all’Ucraina. Pochi giorni prima il candidato filorusso aveva vinto le elezioni nella regione separatista dell’Ossezia del Sud. Ora l’Europa aspetta la svolta.
Una svolta a sorpresa. Il 24 settembre, a margine della riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sull’aggressione russa all’Ucraina, l’Alta Rappresentante Ue Kaja Kallas ha inserito la Georgia tra i firmatari della nota congiunta che chiede l’immediata cessazione delle ostilità.
Questo evento acquista ulteriore importanza se collocato nel quadro di un momento critico nelle relazioni tra Tbilisi e Mosca. Lo scorso 18 settembre, nella regione separatista dell’Ossezia del Sud, autoproclamatasi indipendente nel 1990, il candidato filo-russo Marat Kambolov ha vinto le elezioni presidenziali con un plebiscito di oltre l’85% dei consensi, suscitando la perplessità della comunità internazionale, con l’Unione europea che non ha riconosciuto l’esito della tornata condannando l’interferenza di Mosca. Le reazioni georgiane non si sono fatte attendere, con il Ministero degli Esteri che l’ha definita “un’illegittima cosiddetta elezione presidenziale” in una nota ufficiale rilasciata il giorno del voto.
Se è vero che le istituzioni georgiane non hanno mai considerato legittime le pretese indipendentiste dell’Ossezia e dell’Abkhazia,, mai avevano identificato pubblicamente la Russia come il soggetto celato dietro le pretese di autodeterminazione della popolazione. Proprio durante il dibattito dell’Assemblea Generale ONU, il premier georgiano Kobakhidze ha nominato esplicitamente Mosca come potenza occupante ricordando che “il venti percento” del loro paese “resta sotto l’occupazione della Federazione Russa”, ribaltando la tendenza dei precedenti leader georgiani di usare formule più indirette, senza riferirsi ad attori specifici.
La politica estera georgiana aveva già dato qualche grattacapo a Mosca. I rapporti con Kyiv si erano interrotti nel marzo 2022, quando Zelensky richiamò l’ambasciatore ucraino a Tbilisi, Ihor Dolhov, dopo che il governo georgiano aveva bloccato un volo di volontari diretti al fronte. Il disgelo è cominciato a gennaio, con la nomina di un nuovo ambasciatore ucraino a pieno titolo dopo più di quattro anni, ed è stato sancito il 4 maggio 2026 a Yerevan, a margine del vertice della Comunità Politica Europea, dal primo incontro tra Zelensky e Kobakhidze dall’inizio dell’aggressione. La ritrovata fiducia tra i due ha dato il via ad una serie di contatti tra i governi, che si sono detti interessati a continuare il percorso di normalizzazione dei rapporti diplomatici.

I dubbi
La vicinanza temporale tra il voto in Ossezia e la firma della dichiarazione invita a chiedersi se il governo guidato da Sogno Georgiano, accusato dall’opposizione e da Bruxelles di una forte deriva filorussa, stia iniziando a dubitare delle intenzioni di Mosca e tema l’annessione dichiarata delle regioni separatiste.
Ad alimentare questi timori ci ha pensato lo stesso governo russo il 9 maggio scorso, con la firma di un trattato di cooperazione economica volto a intensificare investimenti in Ossezia. In questo documento, però, si cela una clausola che consente a cittadini di ciascuna parte di ricoprire cariche statali e municipali nell’altra, lo stesso cavillo che ha reso possibile l’ascesa di Kambolov. Alla firma del trattato, il presidente osseto uscente Gagloev l’ha definito “un passo avanti verso l’unità con la Grande Russia”, rispolverando uno schema di linguaggio coerente con la retorica già usata nel contesto dell’invasione all’Ucraina. Non è chiaro se Mosca abbia delle vere ambizioni sui territori georgiani, o se invece stia sfruttando questa ambiguità per fare leva su Tbilisi e impedirle un riavvicinamento a Bruxelles.
Nonostante l’annessione formale non sia considerata imminente dalla comunità internazionale, la Georgia ha comunque di che preoccuparsi: Kambolov è il primo leader osseto la cui carriera politica è interamente legata alla Russia, e ciò riduce notevolmente i margini di autonomia della regione nei confronti di Mosca. Anche sul piano commerciale è difficile immaginare una Georgia svincolata da Mosca: secondo il think tank RIDL, oltre l’80% del fabbisogno nazionale georgiano di grano, farina e olio vegetale è soddisfatto da Mosca e, anche tramite triangolazioni commerciali con Kazakistan e Kirghizistan, l’export georgiano rimane fortemente orientato al mercato russo. La Georgia teme più che mai la Russia, ma ne dipende ancora.
Gli ostacoli
Sul fronte occidentale, invece, il processo di adesione della Georgia all’Unione Europea è in fase di stallo. La causa principale che rende Tbilisi “un candidato solo di nome” è proprio Sogno Georgiano, il partito filorusso e ultraconservatore che detiene la maggioranza in parlamento ed esprime il governo Kobakhidze. È lo stesso premier che a novembre 2024 ha annunciato che la Georgia non avrebbe avviato i negoziati “almeno fino al 2028”, segnando però sul calendario il 2030 come scadenza per l’ingresso nell’Unione. Il piano sembra fin troppo ambizioso: gli ultimi paesi entrati hanno impiegato molto più tempo a completare l’intero percorso. La Croazia, ad esempio, ci ha impiegato sei anni.
L’orizzonte europeista georgiano presagito negli ultimi tempi dallo stesso premier potrebbe essere un modo di distendere i rapporti con la popolazione che, negli ultimi anni, non ha mancato di mostrare duramente il proprio dissenso. Nella primavera del 2024, mentre il parlamento discuteva la legge sugli “agenti stranieri”, di fatto ricalcata su quella approvata nel 2012 dalla Duma, decine di migliaia di persone, per lo più studenti, sono scesi in piazza contro l’allontanamento del governo dal percorso di adesione all’Ue. Secondo il sondaggio EU Neighbours East, condotto tra gennaio e febbraio 2026, il 71% dei georgiani sostiene ancora l’adesione, a differenza del loro governo.
Il rapporto tra i cittadini e l’esecutivo si è definitivamente deteriorato in seguito alle elezioni del 26 ottobre 2024, vinte ufficialmente da Sogno Georgiano ma contestate fin dalle prime ore. Gli osservatori dell’OSCE hanno documentato pressioni su elettori e funzionari pubblici, oltre a violazioni della segretezza del voto, concludendone che l’integrità del processo non potesse che essere stata compromessa. Le opposizioni, convinte che l’esito non rispecchiasse la volontà popolare, hanno rifiutato di prendere i propri seggi, e il nuovo parlamento si è insediato a fine novembre senza deputati di minoranza. La protesta ha avuto però un costo: a febbraio 2025 la maggioranza ha annullato i mandati di 49 parlamentari che già disertavano le sedute e, per circa undici mesi, Sogno Georgiano è rimasto di fatto l’unico partito attivo in aula, libero di legiferare senza alcun contrappeso. Un paese il cui parlamento è considerato illegittimo dall’Ue per le irregolarità del voto non soddisfa i criteri politici di Copenaghen e non può quindi avanzare nel percorso di adesione. Peraltro, già nel 2023 Bruxelles aveva indicato tra le condizioni per procedere una riforma elettorale in linea con le raccomandazioni dell’OSCE.
Rispetto alla linea tenuta finora da Kobakhidze e dai suoi predecessori, la firma del 24 settembre segna una svolta parziale in politica estera, alla luce della crisi che sta vivendo l’assetto democratico georgiano, va però letta con occhio critico. Più che il frutto di un ravvedimento del governo, ciò appare come un tentativo di mantenere aperta la porta al mondo occidentale dopo le dure misure approvate dall’Ue nei confronti di Tbilisi a causa dei disordini degli ultimi due anni. Va inoltre ricordato che la Commissione ha recentemente ha bloccato un finanziamento da 130 milioni a causa del backsliding democratico rilevato dagli osservatori di Bruxelles. È improbabile che il governo georgiano scelga di rinunciare al mercato europeo, aumentando ulteriormente la dipendenza dalla Russia, proprio in un momento storico in cui sta accusando, per via delle regioni separatiste, forti ingerenze da parte di Mosca.
UE: asso nella manica?
A queste condizioni, le dichiarazioni d’intenti del governo georgiano non sembrano pienamente affidabili. Alle rassicurazioni di Kobakhidze, che definisce il percorso europeo “stabile e irreversibile”, si è finora accompagnata una lunga sequenza di passi nella direzione opposta.
L’Ue ha però dalla sua parte delle grosse leve negoziali, soprattutto legate al Middle Corridor, la rotta commerciale che collega Cina ed Europa attraverso il Caucaso. Proprio attraverso una maggiore influenza su questo canale, l’Unione Europea avrebbe l’opportunità di ritagliarsi uno spazio tra i grandi del pianeta: significherebbe aumentare esponenzialmente i commerci con l’oriente (questa volta con rapporti di forza più equilibrati), contrastare ad armi pari la Cina e la sua Nuova Via della Seta ed escludere la Russia dalla rotta commerciale Ovest-Est.
Questo sarebbe possibile solo e soltanto se alla Georgia venisse garantito un equo peso, sia politico sia economico, nella gestione della tratta. La Commissaria Ue all’Allargamento, Marta Kos, ha chiarito che il coinvolgimento georgiano nei progetti di connettività dipenderà dalla disponibilità di Tbilisi a impegnarsi anche su altri fronti, come quello dello stato di diritto, dunque il condizionale permane fino quando il governo di Sogno Georgiano non cambia approccio.
La Georgia è già ben integrata dal punto di vista economico, in particolare attraverso il DCFTA, una sorta di area di libero scambio potenziata. È soprattutto grazie a questo accordo che la Georgia è riuscita a entrare ufficialmente tra i candidati all’ingresso nell’Unione. Un ulteriore allargamento della cooperazione commerciale e finanziaria potrebbe poi, con un effetto domino, estendersi anche a tutti gli altri settori.
In definitiva, siamo ancora lontani da un’inversione di rotta nei rapporti tra Tbilisi e Bruxelles, già largamente deteriorati negli ultimi anni. Allo stesso tempo, un paese il cui parlamento è ritenuto illegittimo dall’Unione a causa di irregolarità nelle elezioni non può aspirare ad un percorso di integrazione europea senza prima riformare profondamente il suo ordinamento interno in chiave democratica. Senza una decisa inversione di rotta da parte del partito di governo, l’integrazione è un miraggio. La Georgia, con questo inatteso sostegno alla causa ucraina, ha però dimostrato di non essere completamente soggiogata dalla Russia, con Putin che sarà più restio a forzare ulteriormente la mano. In tutto ciò l’Europa, speranzosa, attende.









