Dal MES al SAFE: quando le sigle diventano mostri
C’è una regola fondamentale che regge la comunicazione politica di casa nostra e che meriterebbe di essere scolpita in marmo all’ingresso di Palazzo Chigi: quando l’analisi finanziaria incontra la propaganda populista, l’economia smette di essere una scienza per trasformarsi in una barzelletta.
In Italia assistiamo da anni a una surreale farsa della finanza pubblica, dove la matematica contabile viene sistematicamente sacrificata sull’altare dello slogan da bar.
È la politica della finanza feticista: una commedia in cui sigle di tre lettere vengono dipinte come mostri mitologici pronti a divorarci i figli, mentre strumenti identici vengono celebrati come trionfi dell’orgoglio patrio solo perché ribattezzati con un nome diverso.
Un teatro dell’assurdo dove il buon senso economico è il primo a venire accompagnato gentilmente alla porta.
Per comprendere il livello di allucinazione collettiva raggiunto dal dibattito nostrano, basta riavvolgere il nastro ai drammatici mesi del 2020.
Il Paese era piegato dalla pandemia, le strutture sanitarie erano allo stremo e la necessità di risorse fresche per ammodernare gli ospedali, comprare macchinari e assumere personale era disperata.
In quel quadro, la Commissione Europea tirò fuori dal cilindro la linea di credito sanitaria del Meccanismo Europeo di Stabilità: soldi a prestito, tassi praticamente azzerati, condizioni di rientro ridicole e destinazione vincolata alla salute pubblica.
Pareva un’operazione di puro pragmatismo. E invece no: scattò la crociata ideologica. I soliti patrioti da operetta si stracciarono le vesti al grido di “No MES”, evocando spettri di commissariamenti, lo “stigma dei mercati” e raccontando la favola che avremmo fatto tutto con il PNRR, ignorando con una faccia tosta olimpica che i due fondi avessero finalità e vincoli del tutto diversi.
Il miracolo del vocabolario e il prezzo del sovranismo
Il finale di quella commedia lo ricordiamo bene: per non scontentare la bava alla bocca della piazza sovranista e la sua allergia feticistica per la parola MES, l’Italia rinunciò a montagne di miliardi a tassi regalo per la sanità.
Fast forward ai giorni nostri. Scoppiano le guerre, il panorama globale si incarognisce e Bruxelles crea il fondo SAFE per finanziare la difesa.
Il meccanismo contabile del SAFE è la fotocopia sputata della linea sanitaria del MES: l’Unione emette debito comune per prestare quattrini agli Stati a condizioni che da soli ci sogniamo.
Miracolo! Di fronte al fondo per la difesa, gli stessi censori che per anni hanno strillato al complotto plutocratico di fronte al MES si sono scoperti improvvisamente europeisti d’assalto, correndo a prenotare la pecunia.
La riflessione è tanto amara quanto grottesca: se quattro anni fa a Bruxelles avessero avuto la furbizia di chiamarlo “SAFE Sanitario” anziché MES, oggi avremmo avuto ospedali modello ed elicotteri di soccorso nuovi di zecca.
Purtroppo per i contribuenti italiani, il nome conteneva tre lettere proibite e l’ideologia ha stravinto sulla salute dei cittadini.
Ma il capolavoro dell’assurdo si raggiunge quando la narrazione leghista tenta di spiegarci che i tassi del SAFE “non convengono” rispetto ai nostri amatissimi BTP.
Una tesi da premio Nobel dell’alchimia finanziaria, che nega le basi del rischio di credito e crolla miseramente di fronte alla calcolatrice.
Fatti i conti sui mercati attuali, attingere al debito comune europeo garantirebbe all’Italia un risparmio netto di circa 120 milioni di euro all’anno di interessi . Una sciocchezza? Forse, se non fosse che l’Italia versa ogni anno qualcosa come 80 miliardi di euro — quasi il 4% del PIL — solo per pagare gli interessi sul proprio debito.
In un Paese costretto a fare la colletta tra i capitoli di spesa per approvare una finanziaria, mettere in dubbio un risparmio di 120 milioni l’anno pur di sbandierare il vessillo dell’autarchia finanziaria svela il vero volto della propaganda: preferiamo regalare soldi ai mercati anziché ammettere che l’Europa ci fa risparmiare.
Il carrozzone del “campo largo”: tra illusioni e spauracchi
Se la maggioranza si arrampica sugli specchi, l’opposizione del “campo largo” risponde colpo su colpo, dimostrando che l’analfabetismo finanziario in Italia gode di un perfetto e inossidabile bipolarismo.
Da una parte abbiamo il Partito Democratico, che per settimane ha sbandierato ai quattro venti la proposta di chiedere uno scostamento di bilancio a Bruxelles per finanziarci la sanità.
Un’idea bellissima per raccogliere tre mi piace sui social, peccato sbatta contro la dura realtà: le regole fiscali europee prevedono deroghe al deficit esclusivamente per difesa e transizione energetica.
Vendere agli elettori l’illusione di fare deficit sanitario a Bruxelles significa raccontare favole a gente che ha bisogno di cure vere.
Ancora più spassosa è la campagna di Giuseppe Conte e dei Cinque Stelle, secondo cui accedere al fondo SAFE per la difesa sarebbe una sciagura perché “consegneremmo l’industria militare in mano alla Germania”, condendo il tutto con l’immancabile spauracchio dell’ascesa dell’AfD a Berlino.
Una ricostruzione da spy-story di serie B che ignora il testo del regolamento: il fondo SAFE subordina i finanziamenti a una condizionalità vincolante, ovvero che i progetti vengano sviluppati in cooperazione obbligatoria tra più Paesi membri.
Nessuna cambiale in bianco a Berlino, ma l’esatto contrario: un vincolo per evitare la supremazia dei singoli Stati.
Ma si sa, citare la Germania fa sempre presa sui peggiori complessi d’inferiorità dell’elettorato.
Il grande bluff dello scostamento e la vera voragine dei conti
Il gran finale di questo circo si consuma sullo scostamento di bilancio concesso all’Italia.
Spacciato dalla propaganda di governo come una vittoria epica ottenuta sbattendo i pugni sui taccuini di Bruxelles per tagliarci le bollette, lo scostamento è stato blindato dalla Commissione per la sola transizione energetica strutturale.
Niente bonus, niente manciate di coriandoli a fondo perduto e niente taglio delle accise a debito.
Se Palazzo Chigi vuole davvero abbassare le bollette, deve trovare i soldi a saldi invariati, ovvero tagliando altrove.
L’illusione dell’ennesimo assegno in bianco europeo da spendere in regali elettorali si è squagliata come neve al sole.
Ed è qui che la narrazione toccante di chi mette in relazione il riarmo, l’Ucraina e la presunta “austerità” crolla sotto il peso dell’ipocrisia.
Sentir dire a direttori come Marco Travaglio che “ci siamo svenati e continuiamo a svenarci per un Paese che non è nostro alleato e del quale ce ne dovremmo ampiamente fregare” fa salire il sangue al cervello.
Premesso che oggi l’Ucraina per noi è molto più che un semplice alleato, e che la sua caduta metterebbe nei guai anche i nostri alleati ufficiali come Finlandia e Lituania, di cosa parliamo quando diciamo “svenarci”?
In quattro anni l’Italia ha sostenuto l’Ucraina con meno di 3 miliardi di euro. Nello stesso arco temporale, la fazione politica calorosamente sostenuta da Travaglio ha regalato all’Italia un salasso da circa 250 MILIARDI di euro spesi tra Superbonus e Reddito di Cittadinanza.
Chi ha svenato chi?
Chi ha pensato, promosso, sostenuto e votato certe nefandezze economico-contabili NON PUÒ parlare di soldi sprecati per la sicurezza o per la difesa comune.
Non può.
O quanto meno, non dovrebbe avere l’ardire di farlo.
Amministrare una nazione e analizzare la geopolitica richiederebbero senso della misura e rispetto per la calcolatrice.
Ma finché la propaganda preferirà le favole a deficit alla fredda logica dell’abaco, la morale resterà la stessa: loro vendono sogni da mille e una notte, e noi continuiamo a pagare il conto, salatissimo, dell’ignoranza finanziaria elevata a sistema.








