“Vendiamo la quota del MES!”. Analizziamo l’ennesimo delirio del leghista Borghi
Claudio Borghi, forse il più noto cantore dell’illusione no-euro, rilancia in radio – a Un Giorno da Pecora su Rai Radio 1 – l’ennesima pseudo-ricetta: «Fra gli emendamenti (alla Legge di Bilancio, ndr) che presenterò ce ne sono alcuni che faranno discutere. Per esempio, vendere il Mes e con questo procurarsi 15 miliardi per abbassare le tasse. Abbiamo delle quote di Mes che l’Ue dice che valgono 15 miliardi. Noi non vogliamo usarlo. Possiamo venderlo agli altri Paesi europei. Questo lo presenterò da subito, non so se gli altri relatori saranno d’accordo. Presento subito un emendamento, non so se gli altri concordano». Così il senatore leghista in radio: tono come al solito brillante, proposta croccante, e l’ennesimo sogno di cassa facile. Cortesia per il personaggio: sa comunicare. Ma sull’economia continua a spacciare bufale tanto al chilo.
Perché serve un debunking (prima di credere ai 15 miliardi facili)
L’idea di Borghi è “perfetta” per la radio: semplice da ripetere, seducente per chi è stanco di tasse alte, stimolante per chi (psicopatologia tutta italica) s’inquieta quando sente la parola “MES” e abbastanza tecnica da sembrare sensata. Peccato che la borghiata si infranga contro tre fatti elementari: (1) la natura giuridica del MES (non è una spa, le quote non si vendono), (2) la natura contabile del capitale versato (non è un salvadanaio nazionale), (3) le implicazioni di politica economica (anche per assurdo, sarebbe una una-tantum che indebolisce la rete di sicurezza dell’euro e non crea spazio fiscale strutturale).
Eccovi sotto, punto per punto, il fact-check.

Debunking: perché “vendere il MES” è tecnicamente impossibile (e fuorviante)
1) Le quote del MES non sono azioni: per Trattato sono incedibili.
Il MES è un’organizzazione intergovernativa, non una società commerciale. Le “azioni” del suo capitale sono non trasferibili, non pignorabili, non assegnabili in garanzia. Questo non è un cavillo, né una clausola vessatoria: è un principio cardine pensato per impedire arbitraggi politici e mantenere la stabilità del capitale. Gli unici movimenti consentiti sono riallineamenti tecnici deliberati dagli organi del MES per adeguare la chiave di contribuzione tra Stati. Traduzione: l’Italia non può “vendere” la sua quota a Francia, Germania o Polonia. Non esiste un “mercato” delle quote MES e nessuna operazione unilaterale può trasformarle in cassa per il Tesoro.
2) I famosi “15 miliardi” non sono un tesoretto: sono capitale vincolato al MES.
La cifra evocata coincide più o meno con il capitale versato dall’Italia (circa 14,3 miliardi). È un’attività finanziaria vincolata allo scopo dell’istituzione: il MES la investe in asset di altissima qualità per garantirsi rating e capacità di intervento quando serve (fino a 500 miliardi di prestiti potenziali). Non è denaro che lo Stato possa “ritirare allo sportello”: non è liquidabile, non è spendibile per coprire deficit o finanziare tagli permanenti d’imposta. Contabilmente, nel bilancio pubblico quella voce è un attivo immobilizzato con destinazione specifica; politicamente è un pezzo di assicurazione collettiva dell’euro.
3) Anche se fosse cedibile (e non lo è), sarebbe una una tantum che non crea spazio fiscale strutturale.
Supponiamo per assurdo che un’Italia immaginaria possa “riscattare” la quota. Incasserebbe una sola volta e perderebbe un’attività patrimoniale. Nelle regole europee, ma in realtà anche nelle regole di buon senso del buon padre di famiglia, le entrate straordinarie (one-off) non contano per valutare l’aggiustamento strutturale né giustificano tagli permanenti delle imposte. S fai cassa oggi, ti mancano poi la base imponibile e le coperture domani. Nel frattempo peggiori il profilo patrimoniale dello Stato e mandi un pessimo segnale ai mercati sulla serietà della politica di bilancio.
4) Indebolire il capitale del MES significa indebolire il paracadute dell’area euro (anche per l’Italia).
Il rating e la credibilità del MES dipendono dal capitale versato e dalla solidità dei soci pubblici. È proprio questo che consente al Meccanismo di collocare titoli a basso costo e sostenere i Paesi in stress senza alimentare panico. “Svendere” capitale equivarrebbe a forare l’airbag: nell’immediato faresti contento chi sogna la scorciatoia contabile; alla prima curva, però, aumenti il rischio sistemico e paghi quel rischio in termini di spread, costi di finanziamento, vulnerabilità dell’intera area euro, Italia inclusa. È il classico caso in cui l’illusione del guadagno immediato produce perdite future.
5) Il MES è anche il backstop dell’Unione bancaria: togliere capitale vuol dire togliere protezione ai correntisti.
Il MES fornisce una linea di credito rotativa al Single Resolution Fund: se il fondo per le risoluzioni bancarie si esaurisce, subentra il MES e presta per chiudere in modo ordinato le crisi, con rimborso a carico del settore bancario (neutralità per i contribuenti nel medio periodo). Questo backstop è un interesse nazionale: evita bail-out disordinati, riduce il contagio, tutela depositanti e imprese. Proposta di “vendere il MES” = meno rete di sicurezza, più rischio nelle fasi di turbolenza. A chi conviene? Non certo all’Italia.
6) “Lo dice l’UE che vale 15 miliardi”: no, confusione tra contabilità e mercato.
Non esiste una “valutazione UE” né un prezzo di mercato delle quote MES. Quella cifra è il valore contabile del capitale versato dall’Italia. Le quote non sono oggetto di scambio: non c’è un book, non c’è un acquirente, non c’è un regolamento di consegna. Dire “le vendiamo agli altri Paesi” confonde un’iscrizione patrimoniale vincolata con un titolo negoziabile. Non lo è. E i Trattati lo impediscono proprio per evitare che ogni stagione di bilancio si apra un mercatino del paracadute comune.
Morale (senza favole né bufale):
– Non si possono vendere quote del MES: lo vietano i Trattati.
– I “15 miliardi” sono capitale vincolato, non un salvadanaio nazionale.
– Anche per assurdo, una cessione sarebbe una tantum esclusa dagli indicatori strutturali e indebolirebbe la nostra rete anti-crisi.
Insomma, la proposta di Claudio Borghi non sta in piedi sul piano giuridico, contabile e di politica economica. Aggiungiamo insomma un altro articolo alla fiera delle promesse facili.








