Prediche necessarie: il libro di Giuseppe Benedetto è un manuale di sopravvivenza liberale

Piercamillo Falasca
30/03/2026
Radici

“Uno a te e diciannove a me, perché sono l’esattore.” Bastano i Beatles, citati in apertura, per capire il tono di questo libro: preciso, ironico, un po’ amareggiato, ma mai rassegnato. Giuseppe Benedetto, presidente da dieci anni della Fondazione Luigi Einaudi — il più antico think tank liberale d’Italia, fondato nel 1962 da Giovanni Malagodi — non scrive un pamphlet di rabbia. Scrive qualcosa di raro e utile: un manuale per capire perché l’Italia non riesce a cambiare, e una proposta concreta per farlo. Il tutto in meno di trecento pagine, con la pazienza di chi vuol parlare a un Paese che spesso non ama ascoltare.

Il libro si intitola Liberale è (acquista qui) e il sottotitolo — Predicare inutilmente — è insieme un omaggio e una provocazione. Il richiamo è doppio: al celebre decalogo di Valerio Zanone al congresso del Pli di Firenze del 1981, e alle “prediche inutili” di Luigi Einaudi, quella raccolta di scritti del 1956 con cui il presidente-economista lamentava che la ragione, in Italia, arrivasse sempre troppo tardi. Benedetto sa di inscriversi in una tradizione scomoda. Il liberalismo classico — quello della libertà individuale, dello Stato limitato, della responsabilità personale — non è mai stato a proprio agio in questo Paese, stretto tra una sinistra statalista e una destra clientelare. Eppure, scrive, è l’unica prospettiva che funziona.



La prima parte del libro, intitolata Lo Stato senza senso, è un atto d’accusa strutturato e documentato contro il fisco italiano. La pressione tributaria effettiva supera il 47 per cento del Pil; un’azienda italiana paga mediamente il 59 per cento dei profitti in tasse, contributi e oneri vari, contro il 25-30 per cento di Stati Uniti, Irlanda e Svizzera; il cuneo fiscale sfiora il 47 per cento, il che significa che un dipendente che costa duemila euro all’azienda ne riceve in busta poco più di mille. Benedetto non si limita a denunciare i numeri — li usa come leva per una tesi più profonda: il problema dell’Italia non è che lo Stato incassa poco, è che spende troppo, male, e senza renderne conto a nessuno. La fiscalità, nella visione einaudiana che percorre l’intero volume, è un male necessario — legittimo solo se copre spese indispensabili e rispetta i principi di equità e proporzionalità. Quando invece si trasforma in “tassazione differita”, come nel caso del debito pubblico, diventa un trasferimento intergenerazionale di irresponsabilità. Ogni promessa è debito pubblico, ripete l’autore come un mantra. Una frase semplice, quasi banale, ma che suona rivoluzionaria in un sistema politico fondato sulla promessa permanente.

La seconda parte — Le Regioni senza ragione — è forse la più originale. Benedetto dedica decine di pagine a smontare il mito del regionalismo italiano, con un’arma insolita: le citazioni di Giovanni Malagodi stesso, pronunciate nel 1962 e nel 1963, quando le Regioni non erano ancora nate. “Sono una minaccia grave per l’unità, per l’efficienza dello Stato italiano. Sono una pessima idea dal punto di vista politico: dal punto di vista economico vogliono dire creare un’altra burocrazia, spendere delle somme colossali.” Malagodi aveva ragione allora. Benedetto dimostra che aveva ragione anche per il futuro: l’indebitamento sanitario regionale nel 2023 ammontava a circa 11,39 miliardi di euro, pari al 30 per cento del debito complessivo delle Regioni; e nel 2023, secondo il report dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, la mobilità sanitaria interregionale ha toccato 2,88 miliardi di euro di flussi economici. Il Servizio sanitario nazionale, formalmente universale, è diventato nella pratica una lotteria geografica: stesse patologie, cure diverse a seconda del codice postale. Non per destino, scrive Benedetto, ma per scelte politiche stratificate che hanno sovrapposto venti sistemi sanitari regionali a uno nazionale, moltiplicando burocrazia, duplicazioni e diseguaglianze, senza alcun guadagno in efficienza.

Ciò che distingue questo libro dalla vasta letteratura italiana sul declino è che non si ferma alla diagnosi. Benedetto indica una soluzione precisa: una snella Assemblea costituente per riformare la seconda parte della Costituzione, mantenendo intatti i principi fondamentali della prima. Non è un’idea nuova, ma Benedetto va oltre la proposta teorica: il disegno di legge costituzionale elaborato dalla Fondazione Einaudi è già stato depositato al Senato dai senatori di Azione Carlo Calenda e Marco Lombardo. È un atto concreto, non una petizione intellettuale.

L’autore cita nel libro anche la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, approvata dal Parlamento nel 2025, come prova che le battaglie impopolari si possono vincere. Il referendum confermativo del 22 e 23 marzo 2026, che ha respinto quella stessa riforma, sembrerebbe dargli torto sul caso specifico — ma ragione sul quadro generale: la ‘predica inutile’ del titolo non è solo una citazione einaudiana, è una diagnosi.

La prefazione di Carlo Cottarelli — economista, già commissario alla spending review, simbolo di chi considera la responsabilità di bilancio la base di una buona politica — è la scelta editoriale più intelligente del libro. Non perché Cottarelli firmi ogni tesi di Benedetto, ma perché la sua presenza certifica che la questione posta è seria e trasversale: nei primi venticinque anni di questo secolo l’Italia è stata al 170° posto su 182 Paesi per crescita del reddito pro capite, e le previsioni per il triennio 2026-2028 non superano lo 0,9 per cento annuo. Abbiamo, scrive Cottarelli, “istituzionalizzato lo zero virgola”. Benedetto aggiunge la domanda che manca quasi sempre al dibattito pubblico: chi ha il coraggio di presentarsi alle elezioni promettendo non il reddito di cittadinanza, non la pensione anticipata, ma la riforma della burocrazia e il taglio della spesa improduttiva? E, soprattutto, gli italiani sarebbero disposti a votarlo?

Liberale è, in definitiva, un libro doppio. È un manuale di sopravvivenza culturale per chi crede nella libertà individuale in un Paese che preferisce la protezione collettiva e l’assistenza di Stato. Ed è insieme un manifesto d’iniziativa politica: non si limita a descrivere un’Italia che non funziona, ma scommette — con argomenti, dati e proposte legislative — che un’Italia diversa sia possibile. Che sia “più sobria, più giusta, più libera”, come recita la quarta di copertina. Benedetto sa che predica nel deserto. Lo sa, e predica lo stesso. In un tempo in cui la politica rinuncia persino a fingere di riformare, questo è già un gesto di responsabilità. Anzi, di coraggio.