La morte dello “Scacchiere Globale”

Samuele Dario Lunghi
06/05/2026
Orizzonti

Negli ultimi anni, con l’acuirsi delle tensioni internazionali, l’analisi geopolitica occidentale sembra essersi incagliata in un cliché linguistico tanto diffuso quanto pericoloso: lo “scacchiere globale”. In questa singola definizione terminologica è racchiuso il motivo strutturale per cui l’Occidente fatica sempre di più a mantenere la propria presa egemonica sul sistema internazionale.

Parlare di scacchiera sottintende una visione del mondo binaria, bianco e nero, un concetto rassicurante ma obsoleto. Presuppone una logica di scontro frontale, di origine clausewitziana, dove gli attori si battagliano per arrivare a un netto e definitivo scacco matto.

Ma la realtà contemporanea è post-bipolare, fluida e dominata da infinite sfumature

Noi continuiamo a muovere i pezzi degli scacchi, ignorando che la Repubblica Popolare Cinese, la principale e più pericolosa competitor all’egemonia occidentale-statunitense, gioca a un altro gioco sul nostro stesso tavolo. Pechino, come sosteneva Kissinger nel suo On China, non gioca a scacchi. Un altro gioco da tavolo strategico ha plasmato la loro dottrina, ed è il Go, o Wéiqí, come lo chiamano in cina, dove non si cerca il duello diretto, ma si vince attraverso l’accerchiamento, la flessibilità e il logoramento di lungo periodo.

Il nostro deficit attuale non è di forza militare. È una profonda asimmetria ontologica. Stiamo ostinatamente cercando di giocare a scacchi, condannati a subire una partita di cui non abbiamo ancora compreso le regole.

La Strategia dell’Asfissia e la Zona Grigia

Washington guarda Taiwan e pensa al Re sulla scacchiera del Mar Cinese Meridionale. Arrocca. Lo fortifica, preparandosi a respingere un assalto anfibio frontale in stile D-Day.

Ma Pechino, appunto, sta giocando ad un altro gioco: il suo obiettivo primario non è conquistare l’isola domani con la forza bruta, ma logorarne il perimetro nel tempo, fino a rendere la difesa di Taipei del tutto irrilevante.

È la strategia dell’asfissia, sotto la soglia del conflitto convenzionale, dove il diritto internazionale, di origine occidentale e quindi basato sugli scacchi, le regole degli scacchi perdono di significato fino a sfumare in una “zona grigia”.

Basta osservare il posizionamento delle pietre sul goban del Pacifico. Come insegnano le migliori tattiche del Go, la pressione cinese non punta subito al centro, ma morde costantemente i margini: isole minori e avamposti come Penghu, Matsu, Dongyin e le Pratas sono diventati la linea di faglia dove Pechino testa i nervi di Taiwan, costringendola a reagire e a drenare risorse in modo continuo.

Parallelamente, il Dragone lavora per accecare il bersaglio. I ripetuti danni alla rete limitata e vitale dei cavi sottomarini di Taiwan mostrano la fragilità dell’isola. La Cina sta sviluppando droni subacquei dotati di seghe diamantate per recidere queste infrastrutture a 3.500 metri di profondità, mascherandoli da strumenti a uso civile. I recenti casi sospetti a Dongyin e Matsu ne sono la prova.

E per sterilizzare la potenziale reazione americana? L’Esercito Cinese sta studiando sciami di droni marini per disseminare silenziosamente mine nel Pacifico, in prossimità delle acque territoriali di Giappone e Filippine. L’obiettivo è  la negazione dell’accesso (A2/AD): bloccare la flotta americana nei porti, tagliare le rotte di assistenza e lasciare che Taiwan cada, da sola, per asfissia.



La Geometria dello Spazio: Spykman e i “Due Occhi”

Nel millenario gioco del Go, la sopravvivenza a lungo termine di un gruppo di pietre dipende dalla sua capacità di creare due “occhi”, ovvero spazi vuoti interni e intoccabili che l’avversario non può invadere. Traslata sul piano globale, questa logica spaziale rappresenta l’esatta trasposizione strategica della teoria del Rimland formulata da Nicholas Spykman: chi riesce a controllare, unire e blindare le fasce marginali anfibie, asfissia l’avversario e vince la partita.

Attualmente, la politica di Pechino nel Mar Cinese Meridionale incarna in modo magistrale questa geometria dello spazio. La militarizzazione di atolli e arcipelaghi come le Spratly e le Paracelso serve alla costruzione metodica di un “occhio” vitale, trasformando queste acque in un bastione difensivo inaffondabile. Questo spazio sicuro ha lo scopo di spezzare l’accerchiamento statunitense della “prima catena di isole” e di creare una via di fuga strategica verso il Pacifico profondo.

Giocando questa mossa, la Cina sfrutta a proprio vantaggio il Loss of Strength Gradient, la rigida legge geostrategica secondo cui il potere militare perde inesorabilmente efficacia e sostenibilità man mano che aumenta la distanza dalla propria base originaria. Mentre Pechino consolida i propri “occhi” operando nel suo estero vicino, costringe gli americani a proiettare la loro forza attraverso la vastità dell’oceano, logorandone la logistica e la psiche prima ancora di arrivare allo scontro diretto.

L’Egemone Silenzioso e l’Internal Balancing

Il vero cortocircuito della diplomazia occidentale nasce dall’attesa di una guerra che l’avversario si rifiuta di combattere. Intrappolati in una rigida logica scacchistica, valutiamo il rischio secondo le regole dello scontro frontale e della violazione palese della sovranità, aspettando su Taiwan un casus belli convenzionale che potrebbe non arrivare mai.

Pechino, al contrario, manda in tilt questo schema applicando chirurgicamente l’Internal Balancing teorizzato da Kenneth Waltz: in un sistema competitivo ristretto, il Go diventa l’essenza stessa dell’equilibrio. La Cina elude lo scontro aperto accumulando lenti e inesorabili vantaggi posizionali.

Questa strategia punta dritta a ciò che Hedley Bull definisce come egemonia o primato: l’istituzione informale di una sfera di influenza in cui il predominio locale non viene imposto con il dominio militare (l’approccio clausewitziano), ma viene “liberamente concesso” dai vicini. È un’egemonia silente. La Cina non vuole dichiarare “scacco matto” invadendo l’isola, ma tesse una paziente tela di accerchiamento per far sì che l’assimilazione di Taipei diventi, semplicemente, l’unica via d’uscita logica per manifesta impossibilità di resistenza.

Il Bivio dell’Occidente e il Fallimento del Congagement

La strategia americana verso Pechino è stata finora caratterizzata da un ambivalente Congagement, un ibrido esitante tra contenimento militare e inclusione economica. Si pensava che inglobare la Cina nel mercato globale l’avrebbe addomesticata, ma in un’arena internazionale anarchica contano i vantaggi relativi: Pechino ha sfruttato l’interdipendenza per posizionare le sue pietre sui settori critici, trasformando le nostre catene del valore in vulnerabilità asimmetriche.

Il fallimento di questo approccio è strutturale: non puoi imporre le regole degli scacchi su un tabellone di Go. L’Occidente si trova ora di fronte a un bivio inevitabile.

La prima opzione è accettare di imparare a giocare a Go, sfidando Pechino sul suo stesso terreno: logoramento, riorganizzazione strategica dei choke points e controllo delle reti di interdipendenza. La seconda opzione è imporre una rottura sistemica, rovesciando il tavolo e costringendo l’avversario a tornare allo scontro cinetico o collassare.

È in questo esatto confine che si decodificano le mosse apparentemente scellerate di Donald Trump. Gli interventi in Venezuela e Iran rappresentano l’applicazione brutale di un ibrido strategico: Washington sta aggredendo i choke points energetici vitali per la sopravvivenza della Cina (opzione Go), ma lo sta facendo con forzature muscolari che rischiano di spaccare il sistema globale (opzione Scacchi).

Non esiste una terza via. O smettiamo di guardare la partita come se fosse un rassicurante scacchiere globale, o verremo circondati prima ancora di accorgerci che le regole sono cambiate.