L’Europa ricomincia dalle città: Viterbo e il ritorno della politica che decide
L’Europa di oggi sembra possedere quasi tutto tranne una direzione. Ha istituzioni, regole, procedure, risorse, programmi, università, città straordinarie, un patrimonio culturale senza paragoni e una capacità economica che, nonostante il ridimensionamento relativo degli ultimi decenni, resta enorme. Eppure appare spesso come un continente che reagisce più di quanto agisca, che amministra più di quanto decida, che tutela ciò che ha ricevuto dalla storia molto meglio di quanto riesca a immaginare ciò che vuole consegnare al futuro. Questa difficoltà attraversa l’Unione europea, gli Stati nazionali e, su una scala più immediata, le città. Ovunque si avverte la stessa sensazione: una politica molto presente nella regolazione dell’esistente e molto più debole quando deve stabilire una gerarchia, indicare un obiettivo, assumersi il rischio di una scelta. Non è soltanto una crisi delle istituzioni. È una crisi della capacità di immaginare politicamente il futuro.
Tutto questo può venire in mente leggendo Pensare la città. Viterbo immaginaria, leggere il futuro, il libro di Filippo Rossi pubblicato da Rubbettino. Può venire in mente proprio perché il volume parla apparentemente d’altro: di una città italiana di provincia, della sua storia, delle sue possibilità, delle sue occasioni mancate, del rapporto tra cultura, turismo, spazio urbano e politica. Ma Viterbo diventa quasi subito qualcosa di più di Viterbo. Diventa un caso attraverso il quale osservare una questione molto più grande: che cosa accade a una comunità quando perde la capacità di decidere che cosa vuole essere? E, soprattutto, che cosa resta della politica quando essa rinuncia a costruire una direzione e si riduce alla gestione, alla somma delle iniziative, all’utilizzo delle risorse disponibili? Rossi parte da una città di sessantamila abitanti, ma la domanda che pone riguarda in realtà la politica contemporanea nella sua interezza.

L’Europa delle città
La storia d’Europa aiuta a capire perché il problema della città sia così importante. Prima ancora di essere un sistema di Stati, l’Europa è stata per secoli una civiltà urbana. Le città italiane, quelle fiamminghe, le città anseatiche, i grandi centri del mondo germanico e dell’Europa centrale costruirono reti commerciali, culturali, artistiche e politiche che attraversavano confini instabili molto prima della nascita delle moderne istituzioni europee. Firenze, Venezia, Bruges, Gand, Lubecca, Norimberga, Strasburgo, Anversa, Cracovia non erano semplicemente luoghi nei quali si concentravano popolazione e ricchezza. Erano soggetti politici che elaboravano un’immagine di sé e cercavano di renderla visibile. Una piazza, un palazzo pubblico, una chiesa, un mercato, una strada, un’università non erano soltanto infrastrutture: erano parti di una rappresentazione della comunità. Quelle città dicevano ai propri abitanti e agli stranieri chi fossero e quale posto intendessero occupare nel mondo.
È questa una delle intuizioni fondamentali dell’umanesimo civico italiano. La città non è soltanto il luogo nel quale l’uomo abita, ma lo spazio nel quale prende forma la vita politica. La libertà non consiste esclusivamente nell’essere protetti dal potere, ma anche nel partecipare alla costruzione della cosa pubblica. In quella tradizione, che dalla Firenze repubblicana attraversa cancellieri, umanisti e pensatori politici, la città è contemporaneamente comunità, istituzione e racconto di sé. Non c’è separazione netta tra cultura e politica, perché la cultura contribuisce a definire l’immagine che una comunità costruisce del proprio destino. Il Rinascimento italiano portò questa idea a un livello altissimo: Urbino, Ferrara, Mantova, Firenze, Venezia non investivano nella bellezza per abbellire semplicemente lo spazio urbano. Utilizzavano l’architettura, l’arte, i rituali pubblici e la forma della città per produrre identità politica.
È qui che la lettura di Rossi può essere portata molto oltre Viterbo. Una delle tesi implicite del libro è infatti che una città non possa vivere della sola somma delle opere realizzate. Può restaurare edifici, organizzare manifestazioni, intercettare finanziamenti, aumentare gli eventi e perfino le presenze turistiche senza aver ancora risposto alla domanda essenziale: per diventare che cosa? È possibile spendere molto e trasformare poco. È possibile restaurare senza rigenerare, organizzare senza costruire identità, riempire una piazza per una sera senza modificare la traiettoria di una città. È perfino possibile amministrare con efficienza il declino. La questione posta dal libro non è quindi la quantità delle iniziative, ma il principio che le ordina: una città deve sapere quale immagine di sé vuole costruire, e la politica deve assumersi la responsabilità di quella scelta.
Il realismo politico che serve all’Europa
A questo punto entra quasi inevitabilmente Machiavelli. Non tanto il Machiavelli stereotipato della forza e dell’astuzia, quanto il pensatore della politica come capacità di confrontarsi con la realtà e di imprimere una forma agli eventi. Nel suo pensiero la fortuna rappresenta ciò che sfugge al controllo degli uomini, mentre la virtù indica la capacità politica di agire dentro l’incertezza, di leggere il tempo, di scegliere prima che siano gli avvenimenti a scegliere per noi. È un’idea straordinariamente contemporanea. La politica non può eliminare il caso, le crisi, i vincoli economici, le trasformazioni tecnologiche, le guerre o i mutamenti sociali. Può però decidere come affrontarli. E quando rinuncia a farlo, la fortuna occupa tutto lo spazio lasciato libero dalla virtù. La città che attende passivamente che il turismo cresca, che gli investimenti arrivino, che i finanziamenti producano da soli sviluppo, che il mercato restituisca funzioni al centro storico, ha già rinunciato a una parte fondamentale della politica.
Da questo punto di vista, Pensare la città può essere letto come un libro inconsapevolmente machiavelliano. Non perché invochi un principe o una politica autoritaria, ma perché rivendica la decisione come elemento costitutivo dell’azione pubblica. Decidere significa stabilire priorità, e stabilire priorità significa inevitabilmente rinunciare a qualcosa. La politica comincia precisamente quando non tutto può essere fatto contemporaneamente. Se ogni obiettivo è prioritario, nessun obiettivo lo è davvero; se ogni settore deve ricevere la stessa attenzione, manca una strategia; se ogni evento è importante e ogni spesa è giustificabile in sé, il risultato può essere una città attivissima e tuttavia immobile. La politica decidente di cui vi è bisogno non è quella che elimina il confronto, ma quella che utilizza il confronto per arrivare infine a una scelta e poi si assume la responsabilità delle conseguenze.
È una lezione che vale per Viterbo ma che conduce rapidamente fuori dal perimetro cittadino. Anche gli Stati europei soffrono infatti di una crescente difficoltà nel definire priorità strategiche, e l’Unione europea manifesta questa contraddizione in forma ancora più evidente. L’Europa vuole essere contemporaneamente potenza industriale, campione della transizione ambientale, continente della coesione sociale, protagonista geopolitico, spazio aperto al commercio mondiale, leader della regolazione tecnologica e sistema di sicurezza. Sono tutti obiettivi comprensibili, ma la politica nasce nel momento in cui entrano in conflitto. Quale viene prima? Quanto siamo disposti a sacrificare per ottenerlo? Quali risorse siamo pronti a concentrare? Quali strumenti di potere vogliamo costruire? È proprio su queste domande che l’Europa spesso arretra verso la mediazione permanente, fino a trasformare la ricerca del consenso nel surrogato della decisione.
Per questo Viterbo può diventare una metafora molto più ampia. È una città che possiede un’enorme quantità di storia, patrimonio, simboli e potenzialità, ma che proprio per questo rischia di credere che tali risorse siano sufficienti a produrre automaticamente un futuro. È la stessa illusione nella quale può cadere l’Europa. Un continente non è destinato a contare perché ha inventato una parte decisiva della cultura politica occidentale, perché possiede grandi città, università, industrie e musei. La storia non concede rendite perpetue. Il passato diventa potenza soltanto quando viene utilizzato per costruire una nuova direzione. Altrimenti resta patrimonio, magari magnificamente conservato, ma politicamente inerte.
Le grandi città europee nella storia
Le grandi città europee lo hanno capito in epoche differenti. Vienna, abbattendo le fortificazioni e costruendo la Ringstrasse, utilizzò una trasformazione urbana per rappresentare una nuova idea della capitale imperiale. Barcellona, con l’espansione dell’Eixample, tradusse una scelta urbanistica in una nuova scala della città. Parigi cambiò radicalmente il proprio spazio durante le trasformazioni ottocentesche. In tempi molto più recenti Bilbao ha utilizzato cultura, architettura e rigenerazione urbana per modificare la percezione internazionale di una città industriale in crisi. Nessuno di questi modelli è replicabile meccanicamente e ciascuno contiene contraddizioni profonde, ma tutti raccontano la stessa cosa: una città cambia quando qualcuno riesce a pensare insieme spazio, economia, cultura e identità. Non basta costruire. Bisogna sapere quale città si sta costruendo.
Qui torna la componente forse più interessante del libro di Rossi: la ricerca di una politica dell’immaginario. Una città deve poter produrre un’immagine di sé che non sia una fotografia del passato, ma una promessa. Viterbo possiede il Medioevo, il Conclave, i quartieri storici, le mura, la Macchina di Santa Rosa, i palazzi e una stratificazione culturale straordinaria. Ma una città non può limitarsi a mostrare ciò che è stata. Deve decidere che uso politico, culturale ed economico fare della propria storia. Altrimenti il patrimonio può trasformarsi paradossalmente in un vincolo: si conserva tutto perché nulla cambi, si celebra continuamente il passato perché non si riesce a immaginare il futuro. È una delle grandi tentazioni della provincia italiana, ma anche di una certa Europa: diventare impeccabile custode della propria eredità e mediocre progettista del proprio domani.
L’idea del visitatore come cittadino provvisorio, presente nella riflessione di Rossi sul turismo, acquista in questa prospettiva un significato ancora più interessante. Le città europee sono state per secoli luoghi di passaggio prima ancora che esistesse la libera circolazione sancita dai trattati. Mercanti, studenti, pellegrini, artisti, soldati, ambasciatori, religiosi hanno costruito un continente fatto di relazioni urbane. Pensare il turista non come semplice presenza da contabilizzare ma come persona che entra temporaneamente nella vita della città significa recuperare qualcosa di quella tradizione. Una città attrattiva non è semplicemente una città visitata: è una città nella quale qualcuno desidera entrare, anche per poche ore, dentro un racconto. L’attrattività nasce allora dall’identità, e l’identità dalla capacità di produrre una forma riconoscibile di vita urbana.
L’Europa a più sovranità
È anche per questo che il progetto europeo potrebbe trovare nelle città una nuova energia politica. Il federalismo europeo, nella sua versione più interessante, non deve essere pensato soltanto come un trasferimento di sovranità dagli Stati alle istituzioni comuni. Può essere letto anche come costruzione di una pluralità di livelli politici forti: Europa, Stati, regioni, città, ciascuno capace di decidere nel proprio campo e di partecipare a un progetto comune. L’Europa non è costretta a scegliere tra centralizzazione e nazionalismi. La sua storia suggerisce un’altra possibilità: una struttura nella quale identità diverse convivano senza annullarsi, e nella quale le città tornino a essere nodi politici e culturali di una rete continentale. In fondo l’Europa è stata europea molto prima dell’Unione proprio perché Firenze parlava con Bruges, Venezia con il mondo germanico, le università attiravano studenti da territori lontani e le città costruivano relazioni oltre i confini.
In questo quadro anche l’idea di una Capitale europea della cultura cambia significato. Non dovrebbe essere un concorso da vincere per ottenere visibilità, ma un metodo per costringere una città a pensarsi dentro una dimensione continentale. La domanda non dovrebbe essere: come conquistare il titolo? Dovrebbe essere: come diventare, nei prossimi dieci o vent’anni, una città che abbia qualcosa da dire all’Europa? In questo senso, persino perdere una candidatura potrebbe essere irrilevante se il processo avesse prodotto una trasformazione reale della città, delle sue istituzioni culturali, del rapporto tra centro storico, economia, creatività, turismo e cittadinanza. L’obiettivo non sarebbe ottenere una medaglia, ma costruire una direzione.
Che significa governare
La questione torna così al punto politico fondamentale. Governare non significa distribuire attività lungo il calendario amministrativo. Significa organizzare il tempo futuro. È qui che Machiavelli incontra l’umanesimo civico e, molto più avanti nella storia, l’idea europea: una comunità politica esiste veramente quando è capace di agire su se stessa. Non quando cancella il conflitto, ma quando lo trasforma in decisione. Non quando tutti concordano su tutto, ma quando il confronto produce una scelta riconoscibile, verificabile e modificabile. La democrazia non è l’opposto della decisione. Al contrario, dovrebbe essere il sistema attraverso il quale le decisioni acquistano legittimità e responsabilità.
Il rischio del nostro tempo è invece una progressiva deresponsabilizzazione politica. Il Comune attribuisce i propri limiti alle norme nazionali, lo Stato alle regole europee, gli amministratori agli uffici, gli uffici alla politica, il presente alle decisioni del passato. Ogni livello dispone di una spiegazione plausibile della propria impotenza. Ma la somma delle spiegazioni non produce una strategia. Ed è precisamente qui che il libro di Rossi, partendo da una realtà periferica, tocca una questione centrale dell’Occidente europeo: la politica non può limitarsi a spiegare perché non può fare. Deve tornare a indicare ciò che vuole fare e ciò che considera abbastanza importante da concentrare su di esso risorse, conflitto e consenso.
Si potrebbe dire allora che Pensare la città parla, in ultima analisi, di sovranità, purché si restituisca alla parola il suo significato politico più serio e meno propagandistico. Sovrana è una comunità che conserva una capacità effettiva di scegliere qualcosa del proprio destino. Lo è una città quando decide quale sviluppo perseguire, uno Stato quando individua i propri interessi strategici, l’Europa quando riesce a trasformare la somma degli interessi nazionali in una volontà comune. Non c’è bisogno di sovranismo per riconoscere il problema della sovranità. Anzi, un europeismo politicamente maturo dovrebbe porselo con più radicalità: se l’Europa vuole esistere come soggetto storico, deve possedere una capacità di decisione proporzionata alle sfide che affronta.
È qui che Viterbo smette definitivamente di essere soltanto Viterbo
Diventa una piccola rappresentazione della condizione europea: molta storia, molte possibilità, molte competenze e una difficoltà crescente a stabilire una direzione. Il problema non è la mancanza di qualità. È la difficoltà a trasformare la qualità in progetto. E il progetto, prima ancora di essere urbanistico o economico, è politico. Significa immaginare la città che ancora non esiste e ordinare progressivamente le decisioni pubbliche verso quella città.
La grande lezione delle città europee del Rinascimento non consiste allora nel rimpiangere un’età irripetibile o nel trasformare Firenze, Venezia, Urbino e Ferrara in cartoline. Consiste nel ricordare che quelle comunità consideravano naturale dare una forma politica al futuro. Costruire un palazzo, aprire una strada, commissionare un’opera, fondare un’istituzione significava intervenire sulla rappresentazione della città e quindi sulla sua identità. Oggi dobbiamo farlo democraticamente, pluralisticamente, dentro società infinitamente più complesse. Ma l’esigenza resta la stessa: una comunità deve poter discutere non soltanto dei problemi che possiede, ma della forma che vuole assumere.
È forse questo il senso più profondo del libro di Rossi e il motivo per cui una riflessione nata a Viterbo può essere letta come un piccolo saggio sull’Europa. Una città non rinasce semplicemente perché restaura ciò che ha, né perché moltiplica gli eventi, né perché ottiene nuovi finanziamenti. Rinasce quando recupera la capacità di pensarsi come un soggetto politico. Vale per una città di provincia, vale per uno Stato e vale, oggi più che mai, per l’Europa.
Il vero contrario del declino, in fondo, non è la crescita. È la decisione.








