Hong Kong, tra memoria e repressione, ne parliamo con Francesca Lancini

Guido Gargiulo
26/02/2026
Frontiere

A quasi trent’anni dal ritorno di Hong Kong (香港 – hoeng gong, in cantonese) alla sovranità cinese, l’ex colonia britannica appare profondamente trasformata. Dal principio “un Paese, due sistemi” alla legge sulla sicurezza nazionale del 2020, il quadro politico e civile si è progressivamente irrigidito. Arresti di esponenti democratici, chiusura di testate indipendenti, processi legati alla memoria di Tiananmen e una crescente diaspora verso il Regno Unito e non solo, raccontano di una città che fatica a riconoscersi. In tal contesto, si inserisce il caso simbolico di Jimmy Lai, imprenditore e fondatore del giornale Apple Daily, divenuto uno dei volti più noti della repressione giudiziaria. E allora, cosa resta oggi di Hong Kong? Ne parliamo con Francesca Lancini, giornalista che dai primi anni Duemila si occupa di Asia e in particolare di diritti umani.



Dal 1997 a oggi, qual è stato il momento che ha segnato la trasformazione più significativa?

È stato un lungo processo con delle date cruciali. La longa manus di Pechino ha cercato di espropriare Hong Kong delle sue libertà sin dal primo luglio 1997. Passando alla Cina tra fuochi d’artificio di mezzanotte, alla presenza del premier britannico Tony Blair, del principe Carlo (oggi re) e del presidente cinese Jang Zemin (江泽民), l’ex colonia britannica doveva restare una Regione ad Amministrazione Speciale per almeno 50 anni. Avrebbe dovuto conservare il suo sistema di libero mercato e il suo sistema legale fino al 2047. Ma il patto è stato tradito, come temevano molti hongkongers.

Quali sono stati gli altri passi verso un sistema autoritario?

I cittadini filodemocratici avevano cominciato a manifestare in modo massiccio già dal maggio 1989, riunendo un milione e mezzo di persone in sostegno degli studenti di piazza Tiananmen. Dopo il massacro, hanno continuato a marciare ogni anno, il primo luglio, fino al 2020. Questo è stato l’altro momento decisivo, in cui il regime cinese a causa e con il pretesto della pandemia da Sars-Cov2 è riuscito a bloccare ogni iniziativa della società civile e a imporre dal continente (il 30 giugno) la legge sulla sicurezza nazionale.

Il Comitato permanente dell’assemblea popolare nazionale, cioè l’organo legislativo della Repubblica Popolare Cinese, ha promulgato una norma liberticida che si applica ai residenti permanenti di Hong Kong, ai non residenti e a coloro che si trovano al di fuori della città. Prevede l’estradizione anche da Paesi con cui non ci sono trattati in merito e la pena massima dell’ergastolo per quattro crimini: secessione, sovversione, terrorismo, collusione con organizzazioni straniere. Di fatto, punisce la libertà d’espressione. Considera reato qualsiasi iniziativa, contenuto verbale o scritto a favore dell’autonomia e dei diritti degli hongkongers, o critico verso il regime autoritario cinese. Pretende che editori e fornitori di servizi online applichino la censura. 

La Costituzione di Hong Kong è stata stravolta?

Sì. Nel 2021 Pechino ha introdotto degli emendamenti nella cosiddetta Basic Law cambiando il sistema elettorale. Ha ridotto il numero di seggi del Consiglio Legislativo eletti dal popolo e previsto che tutti i suoi candidati fossero approvati da un Comitato Elettorale controllato dal regime cinese. Il Comitato Elettorale nomina anche il capo dell’Esecutivo locale, che dal 2022 è l’ex segretario alla sicurezza John Lee Ka-chiu, un ex poliziotto e un falco anti-democratico. Del resto, il governo cinese ha approvato solo lui come possibile candidato. Grazie a questo giro di vite, nel 2024 i “nuovi legislatori” del governo fantoccio hanno approvato un’ordinanza ancor più restrittiva di salvaguardia della sicurezza nazionale. Ormai Hong Kong è guidata da un partito unico, come in Cina. Il partito democratico fondato da Martin Lee nel 1994 è stato dissolto l’anno scorso e l’intero movimento democratico represso e smantellato.

La crescente diaspora e le difficoltà economiche che sono emerse in parallelo rischiano di innescare un ulteriore indebolimento strutturale di Hong Kong, sul piano sociale, finanziario e internazionale, oppure il modello attuale è destinato a stabilizzarsi nonostante la fuoriuscita di capitale umano e imprenditoriale?

Circa 500mila residenti di Hong Kong sono emigrati a partire dal 2020 e altri continuano a lasciare la città. Tra loro, molte famiglie con figli in età scolare che rifiutano l’educazione patriottica cinese, insegnanti, cattolici e dissidenti democratici. Oltre 150mila individui hanno ottenuto un visto speciale per il Regno Unito, mentre i restanti sono stati accolti principalmente da Canada, Australia e dalla vicina Taiwan. Tra il 2020 e il 2022 si è registrata una ‘fuga di cervelli’, con una riduzione di circa 140mila lavoratori, soprattutto nei settori dell’istruzione e della sanità. Nel 2025 la fuga di capitali avrebbe raggiunto i 76 miliardi di dollari. Con uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo, tra lo 0.73% e l’1.24% di nascite, Hong Kong si trova ad affrontare una situazione demografica difficile. Secondo la Banca Mondiale, entro il 2040 quasi il 30% della popolazione della regione amministrativa speciale avrà dai 65 anni in su.

Ma altri stanno arrivando…

Esatto. Per attrarre nuova forza lavoro, Hong Kong ha preso provvedimenti come il Top Talent Pass Scheme (TTPS) rivolto a talenti, cioè professionisti altamente qualificati. Da giugno 2022 a giugno 2023 il TTPS e altri programmi di immigrazione hanno portato 174mila persone a trasferirsi in città, soprattutto dalla Cina continentale. Nel 2025 erano già più di 230mila. Sul piano sociale, l’effetto più probabile di questo scambio di popolazione è che Hong Kong diventi culturalmente e politicamente più simile al resto della Cina. Dal punto di vista economico, si sta riprendendo grazie all’esportazione di elettronica legata all’IA, a una crescita nel turismo e nei servizi finanziari.

Tuttavia, resta uno dei luoghi più cari in cui vivere: Hong Kong rimane uno dei mercati immobiliari meno accessibili nell’area Asia-Pacifico, con gli affitti medi che ora consumano il 72% del reddito mensile medio. Nel 2024 uno su 5 dei 7.4 milioni di abitanti viveva sotto la soglia di povertà. La disuguaglianza fra ricchi e poveri cresce, colpendo soprattutto gli anziani. Insomma, resta un hub finanziario, con bassa tassazione e un commercio portuale quasi franco, che però è al centro di traffici illegali come quello dei componenti bellici verso la Russia di Putin.

La criminalizzazione della memoria del 1989 è solo un tema interno di controllo politico o un segnale più ampio sulla direzione che la leadership cinese intende estendere anche oltre Hong Kong?

Dimostra quanto veloce sia l’assimilazione di Hong Kong alla Cina e al suo sistema autoritario, ma anche che il regime di Xi Jinping (习近平) – presidente dal 2013 – è il più aggressivo in ogni ambito dai tempi di Mao Zedong (毛泽东). Lo è in politica interna come in politica estera. Nel continente non si sono mai potute commemorare le vittime di Tiananmen (天安门 – Tiān’ānmén); dal 2021 non si può più farlo neppure a Hong Kong. Tre leader dell’Hong Kong Alliance in Support of Patriotic Democratic Movements of China sono sotto processo per incitamento alla sovversione.

Il monumento Pillar of Shame, che rappresenta i corpi impilati delle vittime di Tiananmen, è stato rimosso dall’università di Hong Kong. Si stima che 10mila cittadini di Hong Kong siano stati arrestati in seguito alle proteste del 2019 contro la legge sulla sicurezza nazionale. Quasi 2mila prigionieri politici sono stati incarcerati e poco meno della metà è ancora dietro le sbarre. Tra questi personaggi di alto profilo del movimento pro-democrazia, ci sono Joshua Wong, Lee Cheuk-yan, Gwyneth Ho e Jimmy Lai.

Jimmy Lai- 2025
Jimmy Lai è diventato il simbolo della stagione giudiziaria aperta dalla legge sulla sicurezza nazionale. Il suo processo è seguito con attenzione da Londra, Washington e Bruxelles. Il caso Lai (che è anche cittadino britannico) può ancora incidere sui rapporti tra Cina e Regno Unito, soprattutto alla luce di nuovi visti speciali concessi agli hongkongers?

Jimmy Lai è considerato la personificazione della “coscienza di Hong Kong”. Ex bambino-lavoratore, emigrato su una barca da Canton, cattolico, si è fatto da solo aprendo prima la rivista Next e poi il tabloid Apple Daily. Dai tempi di Tiananmen ha sempre difeso apertamente, mettendoci la faccia, le libertà degli hongkongers e dei cinesi del continente che aspiravano a esse. Ha sostenuto, anche finanziariamente, i milioni di hongkongers che in diversi momenti hanno marciato pacificamente contro l’involuzione autoritaria. Non è mai scappato, sapendo che poteva essere incarcerato e condannato come avvenuto il 9 febbraio scorso.

Vent’anni di prigione per cospirazione e sedizione che a 78 anni sono come una condanna a morte. Purtroppo, non è chiaro come voglia muoversi il governo di Keir Starmer che ha incontrato Xi Jinping e approvato la mega-ambasciata cinese nella London City, dopo che Teresa May aveva venduto il palazzo della ex Royal Mine Court ai tempi della Brexit. Starmer eredita una situazione economica critica ed è sotto attacco da parte dei sovranisti interni, della propaganda russa e dell’amministrazione Trump. Tutti questi player non vogliono che il Regno Unito si riavvicini all’UE perché la rafforzerebbe. Tuttavia, sia Starmer, sia il premier canadese Carney, in verità tutte le democrazie, devono essere molto caute e aggiungerei “diffidenti” nei confronti del regime di Xi Jinping che tuttora tiene in piedi Russia e Iran. La Cina è maestra (anche per Trump) nell’usare gli affari come arma di coercizione, ovvero di guerra ibrida. I nuovi visti speciali per gli hongkongers sono un’ottima iniziativa, ma…

Quali rischi?

Proprio il 9 febbraio, giorno della condanna di Jimmy Lai, il governo UK ha comunicato che i figli maggiorenni dei titolari dello status di cittadino britannico (d’oltremare), che avevano meno di 18 anni al momento del passaggio di Hong Kong alla Cina nel 1997, potranno ora presentare domanda per il percorso indipendentemente dai genitori. Anche i loro partner e figli potranno trasferirsi nel Regno Unito grazie al percorso ampliato. Si stima che nei prossimi 5 anni arriveranno 26mila persone. Nel frattempo, però, Pechino ha emesso mandati e taglie contro attivisti e studenti rifugiati all’estero, ampliando la dimensione transnazionale del confronto.

La più grande ambasciata cinese nel centro di Londra è considerata un problema enorme per la sicurezza della Gran Bretagna e ovviamente per gli emigrati da Hong Kong. Dal 2013 a oggi, il regime di Xi Jinping ha fatto sparire migliaia di persone anche all’estero. La lezione rappresentata da infiltrazioni, spie, influenze russe dagli anni ’90 in poi non sembra essere stata appresa. Il comandante di Scotland Yard, Dominic Murphy, ha denunciato che oggi in UK ci sono più spie russe che in qualsiasi altro momento dalla Guerra Fredda. Per Murphy la polizia antiterrorismo si troverebbe ad affrontare la sfida più grande degli ultimi 30 anni. I servizi britannici hanno detto di poter mitigare l’aumento di diplomatici e funzionari cinesi, ma come?