Ottant’anni di Repubblica italiana. Dal trauma della guerra a una nuova idea d’Europa

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Stefano Maria Capilupi
01/06/2026
Radici

Il 2 giugno 2026 la Repubblica italiana compie ottant’anni.
Ottant’anni sono pochi nella lunga durata della storia europea, ma sono moltissimi se li misuriamo sulla vita concreta delle famiglie, delle generazioni, delle città, dei corpi feriti dalla guerra e poi lentamente restituiti alla pace.

Per il sottoscritto questa data non è astratta.
Mio padre, Enzo Maria Capilupi, nato nel 1926, aveva vent’anni quando nacque la Repubblica.
Durante la guerra era stato formato, come tanti ragazzi della sua generazione, dentro l’immaginario fascista della forza, dell’onore, dell’appartenenza.
Finì invece deportato in Germania come disertore, passò per la prigionia, il lavoro coatto, Dachau, e tornò a casa pesando quarantotto chili.

Non fu un eroe costruito in laboratorio dalla retorica civile: fu un ragazzo travolto dalla storia, sedotto inizialmente dalla propaganda, tornato in fuga dalla famiglia — dove la madre, Ines, continuava da maestra clandestina a istruire bambini ebrei — per festeggiare la Pasqua, poi condanato, spezzato e trasformato dal contatto fisico con la macchina della guerra.

Per questo, quando penso alla Repubblica, non penso anzitutto a una formula istituzionale. Penso a una liberazione lenta e dolorosa, anche interiore, di un popolo educato per vent’anni all’obbedienza, alla divisa, alla grandezza immaginaria, e poi costretto a guardare in faccia la fame, la colpa, la sconfitta, la divisione del Paese.

Tutti gli sbagli della monarchia


La Repubblica italiana nasce infatti da una frattura.
Non si capisce il 2 giugno 1946 senza l’8 settembre 1943, senza il crollo dello Stato, senza la fuga del re e del governo, senza i soldati lasciati senza ordini, senza l’Italia divisa tra il Regno filo-alleato nel Sud e la Repubblica Sociale Italiana sotto occupazione tedesca nel Centro-Nord, senza la Resistenza, senza la guerra civile, senza le deportazioni, senza le città bombardate.

E non si capisce neppure senza una scena romana che conserva ancora oggi un grande valore simbolico.
San Lorenzo, 19 luglio 1943, dopo il bombardamento alleato. Papa Pio XII va tra la popolazione colpita e viene accolto come una presenza vicina; il re Vittorio Emanuele III, invece, viene respinto con rabbia. In quella distanza tra presenza e responsabilità si consuma anche una parte del destino della monarchia.

La monarchia non cadde soltanto perché aveva perso la guerra. Cadde perché, in tre passaggi decisivi, aveva mancato il proprio compito storico.
Nel 1922, durante la Marcia su Roma, la responsabilità ultima non fu del generale Emanuele Pugliese, comandante della zona militare di Roma, che aveva predisposto la difesa della capitale e che Emilio Lussu accusò duramente in Marcia su Roma e dintorni, salvo poi riconoscere più tardi che aveva obbedito agli ordini ricevuti. La responsabilità fu politica e fu del re Vittorio Emanuele III, che rifiutò di firmare lo stato d’assedio e lasciò così aperta la strada al governo Mussolini.

Nel 1924-1925, dopo il delitto Matteotti e il discorso del 3 gennaio con cui Mussolini si assunse la responsabilità politica e morale del clima di violenza fascista, la Corona non spezzò il rapporto con il capo del governo.

Infine, durante la guerra, Vittorio Emanuele III attese troppo a lungo prima di liberarsi di Mussolini, fino al 25 luglio 1943; e dopo l’8 settembre, con la fuga verso Brindisi, lasciò l’esercito e il Paese in una condizione drammatica di vuoto di potere.
Per questo l’immagine del re respinto a San Lorenzo, mentre il Papa veniva accolto tra le macerie, non fu soltanto un episodio romano: fu il segno visibile di una frattura ormai irreparabile tra la monarchia e una parte profonda del popolo italiano.

La Costituente: quando ognuno ebbe il coraggio di fare un passo indietro


E tuttavia anche questo va detto senza semplificare. Il referendum del 2 giugno 1946 non fu il plebiscito di un Paese improvvisamente unanime.
La Repubblica vinse in un’Italia ancora divisa: il Nord votò in larga misura per la Repubblica, mentre il Sud rimase in gran parte monarchico. Proprio questa divisione rende ancora più significativo il compito che seguì: trasformare una scelta sofferta, non pacificata, in una nuova casa comune.

Questa nuova casa comune nacque in modo tutt’altro che astratto. La Repubblica non fu il prodotto di una memoria già riconciliata, né di un popolo diventato improvvisamente concorde. Fu una decisione difficile dentro una comunità lacerata. Fu la necessità di trasformare il conflitto in istituzione.

La prova più alta di questa trasformazione fu l’Assemblea Costituente. Cattolici, socialisti, comunisti, liberali, repubblicani, azionisti, culture politiche spesso lontanissime fra loro, riuscirono a scrivere insieme una Carta comune.
Questa è forse una delle grandi lezioni italiane del Novecento: la democrazia non nasce dall’assenza del conflitto, ma dalla capacità di impedirgli di diventare distruzione reciproca.

La Costituzione italiana, entrata in vigore il 1º gennaio 1948, porta dentro di sé questa sintesi. L’articolo 1 afferma che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. L’articolo 11 ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Lavoro e pace: non due formule decorative, ma due risposte storiche alla fame, alla disoccupazione, alla propaganda militarista, alla catastrofe fascista.

Come credente, e come persona profondamente interessata al dialogo tra credenti e non, considero questa sintesi uno dei punti più preziosi della storia repubblicana.
L’Italia non è diventata una democrazia malgrado le sue diverse tradizioni, ma grazie alla loro composizione: tradizione liberale, tradizione repubblicana, tradizione cattolica, tradizione socialista.

Ciascuna portava con sé grandezze e limiti. Il cattolicesimo democratico e sociale ha portato il senso della persona, della comunità, della sussidiarietà, della dignità dei più deboli. La tradizione liberale ha portato il limite al potere, lo Stato di diritto, la libertà di coscienza. La tradizione socialista ha portato la centralità del lavoro, dei diritti sociali, dell’emancipazione popolare. La tradizione repubblicana ha portato l’idea della cittadinanza come dovere e partecipazione. La Repubblica è nata quando queste ciascuna di queste correnti ha accettato di non possedere da sola l’Italia.

Per questo diffido dell’abuso contemporaneo della parola “valori”. È una parola nobile, ma spesso viene usata in modo retorico, come un’etichetta identitaria.
Preferisco parlare di ideali, di interessi comuni, di bene comune. Gli ideali indicano una direzione; gli interessi comuni ricordano che la politica riguarda casa, lavoro, scuola, salute, sicurezza, futuro; il bene comune impedisce sia allo Stato sia al mercato sia alle appartenenze ideologiche di diventare idoli.
In questo senso l’Italia, proprio per la sua storia, può ancora coltivare un incontro raro tra spiritualità popolare e coscienza laica.

Anni d’oro e anni di piombo


La Repubblica fu anche ricostruzione materiale.
Il Piano Marshall, le fabbriche, le infrastrutture, le migrazioni interne, la scuola di massa, la televisione, il miracolo economico cambiarono il volto del Paese.

Nel 1958 Domenico Modugno cantò Nel blu dipinto di blu, e quella voce sembrò davvero accompagnare un’Italia che usciva dalla fame e dalle macerie guardando verso l’alto. Poco dopo, con Gino Paoli e Il cielo in una stanza, la canzone italiana entrò in una modernità più intima, più interiore. Paoli, scomparso da poco, apparteneva a quella scuola genovese che trasformò la canzone in poesia quotidiana. Il cinema aveva già insegnato all’Italia a guardarsi: Roma città aperta, Ladri di biciclette, il neorealismo; poi la commedia all’italiana, capace di ridere del boom economico smascherandone egoismi, furbizie e solitudini. La moda, il design, il Made in Italy, soprattutto dagli anni Sessanta e Settanta, mostrarono che la creatività poteva diventare economia, lavoro, immagine internazionale, non semplice ornamento.

Ma la storia repubblicana non è una cartolina.
Agli anni del miracolo seguirono conflitti sociali durissimi, lo Statuto dei lavoratori, la nascita del Servizio sanitario nazionale, ma anche il terrorismo, le stragi, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, la violenza politica rossa e nera. La Repubblica conobbe una sua notte, eppure non cedette. Più tardi arrivarono le stragi mafiose del 1992, con gli assassinii di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli uomini della scorta a Capaci, e poi di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta in via D’Amelio.
Anche lì lo Stato sembrò ferito a morte, ma non si fermò. La lotta alla mafia continuò con magistrati, investigatori, forze dell’ordine, giornalisti, cittadini: da Riina a Bagarella, da Brusca a Provenzano, fino alla cattura di Matteo Messina Denaro nel 2023. E oggi quella lotta passa sempre più anche attraverso il sequestro dei patrimoni, il contrasto al riciclaggio, la dimensione internazionale del narcotraffico.
La democrazia, quando funziona, è spesso lenta, ma non necessariamente debole.

Non c’è mai stata Repubblica italiana senza unità europea


Il destino della Repubblica italiana, però, non è mai stato soltanto nazionale.
Una delle sue vocazioni più alte è stata europea. Anche qui le radici sono antiche. Giuseppe Mazzini immaginava già nell’Ottocento gli Stati Uniti d’Europa: per lui la nazione non era un idolo chiuso, ma una tappa verso un’alleanza più ampia tra popoli liberi. Dopo il 1945 questa vocazione tornò in una forma nuova. De Gasperi, Einaudi, Spinelli, insieme a Schuman e Adenauer, compresero che l’Europa non poteva più fondarsi sugli egoismi nazionali che l’avevano distrutta due volte. La CECA e poi i Trattati di Roma del 1957 furono passaggi decisivi.

Mettere in comune carbone e acciaio significava mettere in comune le materie stesse della guerra. Ma vi fu anche una strada più ambiziosa, quella di un’unità politica e militare, la Comunità Europea di Difesa, che fallì. L’Europa scelse soprattutto la via economica, poi giuridica e monetaria, lasciando incompiuta la propria unità politica, culturale e strategica.

Oggi questa incompiutezza pesa. Davanti alla guerra tornata nel continente europeo, davanti alle autocrazie, alla disinformazione, alle nuove tecnologie, alle fragilità sociali e demografiche, l’Europa scopre che il mercato non basta, la moneta non basta, la sola amministrazione non basta. Servono ideali e interessi comuni. Serve una cultura politica della libertà e della responsabilità. Serve una difesa della dignità della persona che non sia solo linguaggio ufficiale, ma scelta storica.

L’Italia, proprio perché ha conosciuto la tragedia del fascismo, la guerra civile, la povertà, il terrorismo, la mafia, e tuttavia ha saputo ricostruire una democrazia viva, può ancora dire qualcosa all’Europa.

Non perché sia un Paese puro. Nessun Paese lo è. Non perché abbia risolto i propri problemi. Ne ha moltissimi: debito pubblico, denatalità, disuguaglianze, precarietà giovanile, distanza tra Nord e Sud, crisi ambientale.
Ma perché la sua storia migliore dimostra che tradizioni diverse possono comporsi senza annullarsi.

Forse è tempo che l’Europa superi il trauma ancora aperto della Seconda guerra mondiale non dimenticandolo, ma trasformandolo definitivamente in responsabilità comune. Il passato non può restare una divisione eterna tra innocenti e colpevoli, puri e complici. Il fascismo e il nazismo restano tragedie e responsabilità storiche; ma l’Europa ha già pagato un prezzo immenso. Se quel prezzo produce soltanto paralisi, il sacrificio delle generazioni passate viene tradito. Se invece produce unità politica, coscienza storica, libertà difesa insieme, allora la memoria diventa feconda.

Ottant’anni dopo, la Repubblica italiana non è un monumento. È un compito. Nacque da una sconfitta, ma non fu una Repubblica sconfitta. Nacque dalle macerie, ma seppe costruire. Nacque dalla divisione, ma seppe scrivere una Costituzione. Nacque dalla fine della monarchia e del fascismo, ma seppe rientrare in Europa da protagonista.
Oggi il modo migliore per celebrarla non è ripetere formule solenni, ma chiederci quale contributo l’Italia possa ancora offrire al futuro europeo.

Il messaggio italiano


Forse questo contributo sta proprio nella sua sintesi più difficile: libertà e giustizia sociale, spiritualità popolare e coscienza laica, memoria nazionale e vocazione europea, bellezza e lavoro, conflitto e mediazione. Non sono parole da cerimonia. Sono materiali storici concreti, vissuti da milioni di persone.
Sono il lascito di una Repubblica imperfetta ma reale, che continua a ricordarci una cosa semplice e decisiva: una comunità politica non è grande quando cancella le proprie ferite, ma quando impara a trasformarle in bene comune.

Luigi Einaudi ed Alcide De Gasperi