La rivendicazione stracciona delle Falkland svela il bluff dell’ideologia postcoloniale
Ieri, approfittando della vittoria contro l’Inghilterra, i calciatori dell’Argentina hanno sventolato in mondovisione un lenzuolo revanscista sulla presunta argentinità delle “Malvinas”.
Si tratta di un minuscolo arcipelago che in realtà si chiama Isole Falkland, è stato popolato per la prima volta dagli inglesi e ad oggi ha solo abitanti inglesi.
Perdipiù, come molti ricordano, quando la giunta militare argentina (una delle più sanguinarie del secondo ‘900) tentò di risollevare il proprio consenso invadendo quelle isolette, Margaret Thatcher le inflisse una sconfitta militare talmente catastrofica da accelerare la sua caduta, restituendo di fatto agli argentini la libertà.
Alla luce di questi fatti, una persona ragionevole si chiede: “Che senso ha, per tanti argentini, reclamare ancora oggi quelle isole?
Non sono mai state argentine né abitate da argentini. La loro riconquista è associata a una dittatura che ha assassinato 30.000 argentini in sette anni. Cosa c’è di giusto o di legale nel continuare a pretenderle?”
La risposta ovviamente è “Nulla”.
Ma per loro è irrilevante.
Perché le Falkland, secondo quella gente, non devono appartenere all’Argentina per ragioni di autodeterminazione, né di diritto internazionale, né di tutela dei loro abitanti da qualche sopruso delle autorità.
Devono appartenere all’Argentina perché è un paese simpatico mentre la Gran Bretagna è un paese antipatico.
Come Loris Zanatta ha magistralmente mostrato nella sua analisi del peronismo, l’uomo inglese rappresenta da secoli il nemico ideale per i demagoghi che si alternano al potere a Buenos Aires.
Nell’800 incarnava il massone protestante che con le sue novità individualiste minacciava l’armonia della società cattolica. Nel ‘900 incarnava l’economista politico, il banchiere d’affari, il campione del libero scambio, il costruttore e gestore di infrastrutture in terre lontane. Oggi puzza pur sempre di patto atlantico, di special relationship con gli USA e di bombe sull’Iraq.
Un simile individuo non può continuare a possedere delle isole, neanche se è stato il loro primo e legittimo proprietario.
Non c’è bisogno, perciò, che abbia commesso qualche sbaglio in particolare: deve andarsene in quanto inglese.
Deve andarsene per quello che rappresenta, senza alcun riguardo per quello che fa.
Lo striscione nello stadio di Atlanta, da questo punto di vista, è una stupenda cartina di tornasole per capire come funziona davvero l’ideologia “anticoloniale” o “postcoloniale”.
È un’ideologia che prescinde totalmente dalle ragioni e dai torti.
Ai suoi occhi non esistono gli uomini, con le loro libere scelte che di volta in volta possono essere giuste o ingiuste, ma esistono i popoli, che per loro natura sono o buoni o cattivi: i primi sono vittime colonizzate per definizione, mentre i secondi sono carnefici e colonizzatori a priori.
Così, anche quando è l’Argentina a tentare di occupare un territorio abitato da sempre dagli inglesi, ovvero a tenere un comportamento che sulla carta è “coloniale”, continua ad essere una vittima colonizzata, mentre la Gran Bretagna, anche quando si difende avendone pieno diritto, resta una carnefice colonizzatrice.
I fatti non hanno importanza: l’importante è condurre un’offensiva a oltranza contro un modello sociale che gli europei sono accusati di aver creato e di continuare ad incarnare.
Se questa offensiva può avvenire avendo dalla propria parte il diritto e la ragione, bene. Altrimenti se ne fa tranquillamente a meno.
Perché la battaglia non è percepita come giuridica o politica, ma come spirituale. Proprio come gli imperi europei, a fine ‘800, dicevano: “Poiché siamo una civiltà più avanzata dobbiamo vincere”, oggi i postcolonialisti dicono: “Poiché siete una presunta civiltà più avanzata dovete perdere”.
La qualifica di “civiltà più avanzata”, vera o presunta che sia (nell’Argentina pre-peronista si viveva molto meglio che in Galles o in Scozia), basta e avanza a decretare chi è l’oppressore e, per contrasto, chi è l’eroe.
Le Falkland sono un esempio estremo per la sua idiozia, ma questo modo fanatico di ragionare può causare danni ben più gravi.
Quando si sente raccontare, ad esempio, che Israele è “uno stato illegittimo” o “un’entità sionista” che “ha rubato la terra ai palestinesi”, è inutile andarsi a spulciare le carte fino al 1949 per contestare queste affermazioni. Se anche gli ebrei non avessero fatto tutto ciò che li accusano di aver fatto, nella mitologia postcoloniale è il loro essere ebrei che li condanna a non poter avere un loro stato in Medio Oriente.
In quella mitologia, il popolo di ebrei che osa stanziarsi lungo il Giordano, proprio come “il popolo di massoni e banchieri” che osa stanziarsi nelle Falkland, viene accusato di essere l’agente patogeno originario di un modello sociale malato.
E deve, quindi, essere combattuto: non tanto per ciò che ha fatto di specifico e di documentato lungo il Giordano o nelle Falkland, ma per ciò che è accusato di aver fatto in tutto il mondo generando quel modello sociale.
Prima ci renderemo conto che il giochino “postcoloniale” funziona così, prima riusciremo a prendere le giuste contromisure. Ammesso che non sia già troppo tardi.









