Il conto nascosto dell’obesità (che tutti paghiamo)
Colpisce in modo diseguale, pesa sui sistemi sanitari e costa all’Italia miliardi di euro l’anno. Tra prevenzione, farmaci e risorse pubbliche, il confine tra obesità ed economia è più sottile di quanto si immagini.
Per anni l’obesità è stata raccontata come una questione individuale, una colpa da addebitare alla mancanza di forza di volontà: i numeri dicono altro. Un indice di massa corporea (BMI) pari o superiore a 30 è la soglia statistica che definisce la condizione di obesità, e nel 2025 riguardava il 16,3% degli adulti nell’Unione europea, circa uno su sei. Il fenomeno cresce da decenni: nella Regione europea dell’OMS la prevalenza tra gli adulti è aumentata del 138% tra il 1975 e il 2016. La pandemia ha accelerato la tendenza, riducendo l’attività fisica e aumentando la sedentarietà, soprattutto tra i più giovani.
Il peso segue anche le disuguaglianze economiche e sociali: più basso è lo status socioeconomico, più alto è in media il tasso di obesità. L’economia sanitaria spiega il nesso con il modello di Grossman, secondo cui la salute è un capitale che ciascuno accumula e consuma in base alle risorse e alle conoscenze di cui dispone. Anche l’istruzione conta: WHO/Europe rileva una prevalenza maggiore tra gli adulti meno istruiti, e questo svantaggio si trasmette ai figli.
L’impatto sul Sistema sanitario nazionale
Dal punto di vista economico, il problema supera la sfera individuale. Una parte delle conseguenze ricade sul Servizio sanitario nazionale, sulla produttività e sull’intera collettività: è la definizione di esternalità negativa, ed è qui che una questione privata diventa questione di finanza pubblica. In Italia, nel 2020, l’obesità è costata circa 13,3 miliardi di euro: quasi 8 di spesa sanitaria diretta e oltre 5 di costi indiretti. Una cifra ingente, soprattutto se si considera che, secondo l’ISTAT, l’Italia ha tra le quote più basse di adulti obesi dell’Ue. Ma “meno” non vuol dire “pochi”: nel 2025 gli adulti con obesità sono l’11,6%, quasi 6 milioni di persone.

La nuova frontiera: curare oggi per spendere meno domani?
Il dibattito si è spostato sui farmaci anti-obesità, in particolare sugli agonisti del recettore GLP-1. Il semaglutide è il caso di studio più emblematico. Nello studio STEP 1, su adulti con sovrappeso o obesità e senza diabete, la dose di 2,4 mg a settimana, associata a interventi sullo stile di vita, ha ridotto il peso corporeo in media del 14,9% in 68 settimane, contro il 2,4% del placebo. Nello studio SELECT, su oltre 17mila adulti con sovrappeso o obesità, malattia cardiovascolare accertata e senza diabete, il rischio relativo di eventi cardiovascolari maggiori (morte cardiovascolare, infarto o ictus non fatali) è diminuito del 20%.
Il valore di queste terapie non è solo clinico. Se riducono il peso e il rischio di alcune complicanze, possono cambiare il profilo dei costi futuri per il sistema sanitario. Ma il trattamento è molto costoso, e l’impatto sui conti pubblici dipende da quattro fattori: prezzo del farmaco, durata della terapia, aderenza dei pazienti e selezione dei soggetti ad alto rischio. Il farmaco è una carta vincente, ma non basta.
Il vero investimento è la prevenzione (come?)
L’OMS Europa indica come prioritarie le politiche che agiscono sull’ambiente in cui si compiono le scelte alimentari: dalla sugar tax alle restrizioni sul marketing di cibi poco salutari rivolto ai bambini, fino a un accesso più economico e più facile agli alimenti sani.
Cosa può un attore politico come l’Unione, in una materia che resta prevalentemente di competenza degli Stati membri? E cosa possono fare gli stati nazionali su una materia che attiene ai comportamenti indivduatli? Tanto.
Il Piano per la salute cardiovascolare (Safe Hearts Plan, dicembre 2025) punta a standard comuni per la diagnosi precoce, sostiene la ricerca epidemiologica e incoraggia gli Stati a dotarsi di piani nazionali entro il 2027. Più in prospettiva, le istituzioni europee potrebbero intervenire anche su un’etichettatura nutrizionale unica e sulla trasparenza della filiera alimentare, attraverso il mercato unico: oggi, però, si tratta di possibilità, non di misure già previste.
La sfida della sanità non si gioca solo sul “quanto” si spende, ma sul “come” si impiegano risorse limitate e difficili da massimizzare. Il trade-off è chiaro e non si isola nella dimensione economica, menchemeno estetica. Un popolo che tende a mangiare male e seguire abitudini alimentari sbagliate si avvia verso un declino certo, dal punto di vista valoriale, sanitario e in particolar modo economico. E questo declino si paga sulla propria pelle.
La scelta obbligata, per l’Italia e per l’Europa, è scegliere quanto investire oggi per non pagare, domani, un conto troppo salato.








