Xi Jinping prova a dividere Taiwan e a testare Trump
Nel “gioco” delle percezioni e della diplomazia, a volte una visita vale più di un trattato. È in questo contesto che si inserisce l’invito di Pechino alla leader del Kuomintang, storico partito che è oggi è all’opposizione: un segnale politico che parla tanto a Taipei quanto a Washington. Xi Jinping manda un messaggio a Trump: il deal con Taipei è possibile per le intese sullo stretto.
L’invito rivolto da Xi Jinping alla leader del Kuomintang, Cheng Li-wun (鄭麗文), segna un passaggio delicatissimo nelle relazioni tra Taiwan e Cina.
La visita, accettata e programmata con tappe tra Pechino, Shanghai e Jiangsu, viene presentata ufficialmente come un tentativo di favorire lo “sviluppo pacifico” (和平發展, hé píng fā zhǎn) delle relazioni tra le due sponde dello Stretto. Ma dietro questa formula diplomatica si muove una strategia più ampia, più subdola.
Pechino vuole mostrare che esistono interlocutori alternativi al governo in carica a Taipei. In altre parole, costruire l’idea che il dialogo sia possibile — a condizione di scegliere i partner “giusti”.
Il Kuomintang: storia, identità e ambiguità
Il Kuomintang (中國國民黨, Zhōngguó Guómíndǎng) è il principale partito di opposizione a Taiwan. Storicamente legato alla Cina continentale e protagonista della guerra civile cinese prima del ripiegamento sull’isola nel 1949, il KMT mantiene una posizione più favorevole al dialogo con Pechino.
Cheng Li-wun, leader del partito, rappresenta bene questa linea, ma anche le sue contraddizioni. Politica esperta, con una lunga carriera parlamentare, ha spesso alternato toni pragmatici a dichiarazioni più caute quando si tratta di sovranità e sicurezza.
La sua ambiguità riflette una tensione interna: da un lato il tentativo di mantenere aperti canali economici e politici con la Cina, dall’altro la necessità di non apparire troppo allineata a Pechino davanti ad un elettorato che resta in larga parte diffidente.
Il bersaglio: il governo di Lai Ching-te
Sul piano interno, il messaggio di Pechino è diretto soprattutto al presidente Lai Ching-te.
Favorire incontri con l’opposizione significa, di fatto, mettere in discussione la centralità del governo democratico attuale. L’obiettivo è logorare la legittimità politica dell’esecutivo, suggerendo che esistono alternative più “gestibili” per mantenere stabilità nello Stretto.
È una strategia sottile: non confronto diretto, ma pressione indiretta. Delegittimazione totale più che escalation.
Trump, la logica dei “deals” e il gioco dell’immagine
C’è poi un livello meno visibile, ma decisivo: quello legato all’inquilino della Casa Bianca, Donald Trump.
La visita della leader del Kuomintang in Cina arriva in una fase in cui Pechino osserva con estrema attenzione le mosse di Washington.
Xi conosce bene l’approccio di Trump: centralità dei negoziati diretti, attenzione all’impatto mediatico, ricerca costante di risultati rapidi da presentare come “deal”.
In quest’ottica, mostrare che esistono canali di comunicazione attivi tra le due sponde dello Stretto diventa uno strumento politico preciso e mirato. L’obiettivo è offrire a Trump una lettura più flessibile della questione Taiwan, meno rigida e più aperta a margini di trattativa, anche mentre restano in sospeso questioni sensibili come alcuni pacchetti di vendita di armi USA verso Taiwan.
Xi Jinping punta proprio su questo: ridurre l’imprevedibilità del presidente americano, attirarlo su un terreno negoziale più controllabile e sfruttare ogni leva diplomatica per orientare, almeno in parte, la posizione di Washington su Taiwan.
Gli Stati Uniti intanto mandano un segnale: senatori a Taipei
Nel frattempo, gli Stati Uniti non restano a guardare. Delegazioni bipartisan di senatori americani hanno visitato Taiwan, con tappe anche presso istituti tecnologici e militari per osservare da vicino lo sviluppo di droni e capacità difensive.
Viaggi di questo tipo hanno un significato preciso: ribadire il sostegno a Taipei e rafforzare la cooperazione in ambito sicurezza. È un modo per bilanciare la narrativa cinese e mantenere alta la visibilità internazionale del governo taiwanese.
Una strategia che attraversa lo Stretto e oltre
Quello che emerge è un quadro stratificato, dove contano più i segnali che le decisioni formali.
Xi Jinping prova a muoversi su più piani, cercando di incidere nel dibattito interno di Taiwan e di dare visibilità ad interlocutori alternativi al governo.
Taipei, con Lai Ching-te, mantiene una linea prudente ma ferma, puntando a rafforzare il proprio posizionamento internazionale e i legami con Stati Uniti.
Washington resta in equilibrio tra deterrenza e ambiguità strategica, osservando con attenzione ogni mossa nello Stretto.
Figure come Cheng Li-Wun, poi, assumono un peso specifico che va oltre il risultato immediato. Rappresentano un possibile canale parallelo, utile a Pechino per alimentare l’idea che il futuro delle relazioni tra le due sponde possa passare anche da percorsi diversi, più negoziabili e meno allineati alla linea dell’attuale governo taiwanese.









