I 30 minuti in cui l’incantesimo dei social si è spezzato

x social paese origine
Emanuele Pinelli
23/11/2025
Interessi

Venerdì 21 novembre “X” (Twitter per i più attempati) ha finalmente introdotto una novità che aveva annunciato da mesi: la possibilità di vedere da quale paese stia operando ogni utente che scrive sulla piattaforma.

L’effetto è stato sconvolgente.
Milioni di profili, di cui eravamo abituati a leggere i tweet e i commenti che alimentavano lo scontro politico permanente nelle nostre società, si sono rivelati per quello che erano: dei falsi assemblati su scala industriale nel subcontinente indiano o nei paesi del Sahara.

Patrioti al curry


In alcuni casi, lo smascheramento ha raggiunto vette tragicomiche.  
L’account ufficiale di Ivanka Trump, per esempio, è basato in Nigeria. L’account “Russian Army” è operativo dall’India. “America First” abita in Bangladesh, e il famoso patriota pro-Trump e anti-ucraino Jackson Hinkle vive in Burkina Faso.

Burkinabé è anche “Native American Soul”, la pagina revanscista che spiega “quello che non vi dicono nelle scuole” sulla storia statunitense. E “Charlie’s voice rising”, un profilo che tramanda la memoria di Charlie Kirk a quasi 190.000 follower, agisce da un paese “dell’Europa orientale non-UE”.

Quanto a “Redpill media”, che di sé affermava con orgoglio “Sono un cittadino americano che non morirà mai per Israele”, è pakistano. “Manly mentor”, un guru per maschi frustrati con 250.000 follower che afferma di vivere in Colorado, in realtà è indiano.
Mary Tiles”, la texana che spiega quanto è bello essere una donna all’antica e trovare in casa dei suoi corteggiatori “Bibbia, carne, latte, cassetta degli attrezzi e armi da fuoco”, in realtà parla ai suoi 170.000 follower dalla Russia.
Fan Trump Army” pontifica di fronte a 600.000 followers da un paese dell’Indocina.


Un teatrino delle ombre


In breve: per la prima volta, noi utenti qualunque abbiamo toccato con mano quanto “X” sia un enorme teatrino delle ombre, dove la maggior parte del traffico, dei testi, dei contenuti e dei “mi piace” in cui ci imbattiamo viene generato da persone inesistenti attraverso solerti operatori dell’ex-terzo mondo ricompensati con due spiccioli.

L’algoritmo scritto da Elon Musk fa il resto: i contenuti favorevoli a Trump, ai Maga e agli alleati occasionali che di volta in volta si scelgono (Putin, Orbán, Farage e in generale tutto ciò che è anti-Ucraina e anti-UE) vengono sospinti dall’algoritmo e diventano virali, mentre quelli anti-Trump, anti-Maga, pro-Ucraina e pro-UE vengono lasciati visibili solo nella strettissima misura necessaria per continuare a far percepire un’atmosfera conflittuale e polarizzata.

Da anni si discuteva di questa spiacevole realtà, con termini forse un po’ troppo videogiochistici e lontani dalla gente comune (come “troll farm” o “echo chamber”).
Ieri, invece, chiunque ha potuto constatarla con i suoi occhi, semplicemente leggendo da quale paese ciascun utente “patriottico” stesse trasmettendo.
Non a caso, dopo appena mezz’ora il management di “X” ha ritirato la novità, oscurando di nuovo i paesi di origine. Ufficialmente ha dichiarato che l’esperimento era stato solo un test per apportare delle migliorie e poi reintrodurre la feature in via definitiva.

In realtà, è evidente l’imbarazzo del prestigiatore che per sbaglio ha fatto scoprire il suo trucco a milioni di spettatori paganti.
Cosa non avrei dato per entrare nella call del consiglio di amministrazione dell’azienda ieri pomeriggio…


Non solo Musk


Gli altri social media, come sappiamo, funzionano in modo analogo.
Lo stesso Zuckerberg, in primavera, ha dichiarato che sui social del gruppo Meta (Facebook e Instagram) solo il 7% dei contenuti che vediamo è ormai prodotto da persone che conosciamo per nome e cognome.
Il restante 93% è composto da profili sconosciuti selezionati per noi dall’algoritmo oppure da pubblicità di inserzionisti.

Entrare su Facebook o su Instagram, dunque, vuol dire sottoporsi a un dolce e costante lavaggio del cervello, il cui programma viene selezionato da chi controlla la rete più efficiente di bengalesi e nigeriani armati di IA.
Non parliamo di Tiktok, che fuori dagli USA è tuttora proprietà del Partito Comunista Cinese e che quindi mostra tutti questi difetti in maniera ancora più estrema e spudorata.

In questa “vendetta del terzo mondo”, che in pochi anni ha avvelenato e indebolito la politica occidentale in modo così irrimediabile sfruttando gli algoritmi dei social media, si sarebbe tentati di vedere la mano del karma o della giustizia divina.

Se non fosse che, purtroppo, i mandanti del crimine non sono altro che gli uomini più potenti del mondo attuale: Donald Trump, Vladimir Putin, Xi Jinping, l’internazionale reazionaria tessuta da Steve Bannon e gli oligarchi transumanisti della Silicon Valley. (La febbre mediatica su Gaza ci ha confermato anche la discesa in campo degli sceicchi metanieri del Qatar, che andranno monitorati con attenzione nei prossimi anni).
E purtroppo, di fronte a cotali mandanti, l’eventuale simpatia per i poveri esecutori materiali residenti a Karachi o a Ouagadougou tramonta in fretta.

I social media sono diventati una trappola, un ariostesco castello degli incantesimi. È inutile continuare a nascondercelo, ed è ipocrita continuare a non fare nulla.

Come ha osservato una recente statistica, gli adulti statunitensi passano in media 8 ore al giorno a guardare immagini o video fra televisione e social media.
Un utente di X (chissà da quale parte del globo) ha commentato: “Non possiamo comprendere la nostra epoca se non ci rendiamo conto che per molte persone la realtà è ormai un fatto marginale relegato nell’intervallo tra l’uno e l’altro video”.

Per noi europei non è così diverso. Ma noi europei, almeno per ora, non abbiamo i padroni delle grandi piattaforme direttamente coinvolti nel governo di Bruxelles.
Abbiamo una finestra (piccola) per reagire. Non sprechiamola.