Il vocabolario della paura: la destra sovranista ha sostituito la realtà con le parole d’ordine

vocabolario paura
Riccardo Lo Monaco
27/06/2026
Poteri

Ogni epoca politica ha i propri slogan. Alcuni nascono per sintetizzare idee complesse, altri per mobilitare consenso, altri ancora per indicare una direzione.
Poi esistono le parole-totem: quelle che smettono di descrivere la realtà e finiscono per sostituirla.

Negli ultimi anni una parte della destra, soprattutto quella sovranista europea e occidentale, sembra aver costruito la propria identità politica proprio attorno a questo meccanismo.
Più che proporre una visione del mondo, ha progressivamente elaborato un lessico della paura, una sorta di dizionario semplificato nel quale ogni problema trova il proprio colpevole designato e ogni trasformazione sociale viene ricondotta a un nemico facilmente identificabile.

Le parole cambiano nel tempo, ma la funzione resta sempre la stessa.

“Gender”.

“Woke”.

“Globalisti”.

“Sostituzione etnica”.

“Remigrazione”.

“Immigrazione incontrollata”.

“Politicamente corretto”.

“Élite”.

“Poteri forti”.

“Deep State”.

Un tempo, a seconda della matrice ideologica, c’erano il bolscevico, il sovversivo, il borghese. Oggi il catalogo si è aggiornato, ma il principio resta immutato: individuare un bersaglio, attribuirgli ogni responsabilità e trasformarlo in una minaccia esistenziale.

La caratteristica più interessante di queste parole è che raramente vengono definite con precisione. Anzi, la loro efficacia dipende proprio dalla loro vaghezza.

Prendiamo il termine “woke”. Nato negli Stati Uniti come espressione legata alla consapevolezza delle discriminazioni razziali, è diventato nel dibattito politico contemporaneo una sorta di contenitore universale. Tutto può essere woke. Una serie televisiva, un’università, una pubblicità, un insegnante, una biblioteca, una marca di cereali, un semaforo particolarmente inclusivo o, presumibilmente, un gatto che attraversa la strada con atteggiamento progressista.

Lo stesso vale per il famigerato “gender”. Nella narrazione sovranista non è più una categoria di studio utilizzata da sociologi, psicologi e antropologi per analizzare i ruoli sociali legati al sesso biologico. Diventa una misteriosa entità quasi metafisica, una sorta di setta onnipotente impegnata giorno e notte a destabilizzare la civiltà occidentale, possibilmente partendo dagli asili nido.

Poi c’è la “sostituzione etnica”, teoria cospirazionista che immagina un piano coordinato per rimpiazzare le popolazioni europee attraverso l’immigrazione. Una teoria priva di fondamento demografico, storico e scientifico, ma straordinariamente efficace sul piano emotivo perché parla alla paura più antica di tutte: quella della scomparsa.

Infine, la parola che negli ultimi mesi ha conquistato il podio della creatività politica: “remigrazione”.

Dietro il termine si nasconde l’idea di riportare nei Paesi di origine milioni di persone immigrate o addirittura cittadini europei di origine straniera. Una proposta che presenta problemi giuridici, costituzionali, economici e morali talmente giganteschi da rendere quasi impossibile immaginarne una realizzazione concreta. Eppure la sua forza non risiede nella fattibilità. Risiede nella sua capacità di evocare una soluzione semplice a problemi complessi.

È il tratto comune di tutte queste parole d’ordine.

La complessità viene percepita come un ostacolo.

L’approfondimento come una perdita di tempo.

Lo studio come un sospetto.

La realtà come un fastidio.

Le parole-totem servono proprio a evitare tutto questo. Consentono di smettere di analizzare e iniziare a reagire. Eliminano le sfumature e costruiscono un mondo popolato esclusivamente da amici e nemici.

Perché interrogarsi sulle cause economiche della precarietà se possiamo dare la colpa ai migranti?

Perché discutere delle trasformazioni culturali delle società occidentali se possiamo accusare il gender?

Perché analizzare il funzionamento dei mercati globali se esistono i globalisti?

Perché studiare la crisi della rappresentanza politica quando abbiamo a disposizione i poteri forti?

Il risultato è una politica che rinuncia progressivamente alla comprensione della realtà per rifugiarsi nella ricerca permanente di un capro espiatorio.

E qui emerge il paradosso più interessante.

Le stesse persone che denunciano la presunta manipolazione delle masse finiscono spesso per affidarsi a slogan che rappresentano la forma più elementare di manipolazione possibile.

È una sorta di fast food ideologico.

Tutto deve essere rapido.

Immediato.

Facilmente digeribile.

Pronto all’uso.

Tre sillabe, una minaccia e possibilmente un punto esclamativo.

“Woke!”

“Gender!”

“Globalisti!”

“Remigrazione!”

A volte sembra di assistere a una seduta spiritica politica nella quale vengono evocati fantasmi sempre nuovi per spiegare fenomeni che richiederebbero ben altri strumenti interpretativi.

Se piove, probabilmente è colpa del woke.

Se non piove, forse del gender.

Se aumenta il costo della vita, dei globalisti.

Se diminuisce, dei poteri forti che stanno preparando qualcosa.

Se tuo figlio non trova lavoro, colpa dei migranti.

Se lo trova, probabilmente grazie a una raccomandazione del Deep State.

La bellezza di questo sistema è che funziona sempre, perché non deve mai dimostrare nulla. Deve soltanto alimentare una sensazione.

La paura.

Il sospetto.

La rabbia.

È la politica ridotta a riflesso condizionato.

Una politica che non chiede di capire ma di reagire.

Che non propone soluzioni ma bersagli.

Che non costruisce comunità ma individua nemici.

Per questo motivo il problema non è tanto l’esistenza di queste parole d’ordine. Ogni movimento politico produce slogan e simboli.

Il problema nasce quando gli slogan sostituiscono il pensiero.

Quando le parole smettono di essere strumenti per comprendere la realtà e diventano scorciatoie per evitarla.

A quel punto non siamo più di fronte a una proposta politica. Siamo di fronte a una forma di superstizione contemporanea.

E come tutte le superstizioni, funziona benissimo finché nessuno si prende la briga di fare la domanda più semplice e più pericolosa di tutte:

“Va bene. Ma esattamente di che cosa state parlando?”