Viva l’Europa che “monitora con cura e con crescente preoccupazione”
Ormai è diventata una barzelletta – o, come si dice oggi, un meme.
Non appena in qualche parte del mondo gli eventi precipitano, la reazione dei politici europei è “monitorare con cura la situazione”, esprimendo “preoccupazione”, “crescente preoccupazione” o “profonda preoccupazione”.
Repressione in Iran? Guerra civile in Congo? Dazi di Trump? Razzi su Suez? Cattura di Maduro? Aerei dirottati in Bielorussia?
Almeno un organo dell’Unione Europea se ne uscirà invariabilmente con lo stesso comunicato (“We are carefully monitoring the situation with increasing concern”), imitato spesso e volentieri dai presidenti degli stati membri.
La tradizione è talmente consolidata che ormai, anche quando il comunicato vero non arriva, i social media si scatenano comunque pubblicando immagini satiriche di Von der Leyen e degli altri che pronunciano la celebre frase.
Oppure la bandiera dell’Unione Europea che, al posto del cerchio di stelle, ha il cerchio “carica pagina” di quando non prende Internet.
Oppure gli eroi del Signore degli Anelli che chiedono rinforzi contro gli orchi e si sentono rispondere “Stiamo monitorando da vicino la situazione”.
Su Twitter c’è addirittura un account dedicato: si chiama “L’Europa è preoccupata?” e colleziona in tempo reale le dichiarazioni di questo tipo, esponendole ai motteggi dei suoi follower.
Un nervo scoperto
Come sempre, quando la satira fa ridere – e in questo caso fa ridere – è perché gioca su miti, aspettative e luoghi comuni ben radicati nella coscienza collettiva.
Se un politico europeo si limita a “monitorare con cura” invece di prorompere in vibranti condanne contro i mali del mondo, anzi, di prendere l’iniziativa per fermarli, il grande pubblico crede che sia debole, vile, insicuro, colluso, opportunista, o semplicemente impotente.
Delle due l’una: o può risolvere il problema ma non vuole, e allora è parte del problema. Oppure vuole risolvere il problema ma non può, e allora è solo un ciarlatano.
È tra questi due poli che oscillano, nell’immaginario collettivo, le autorità di Bruxelles e quelle degli stati membri.
O appaiono come vassalle delle forze del male (alternativamente identificabili in Trump, in Netanyahu, nell’Islam o nella “finanza globalista”) o appaiono come maestrine che si riempiono la bocca di belle chiacchiere senza avere il potere di cambiare nulla.
La Cina, invece…
Ora, è interessante paragonare questa percezione a quella che abbiamo, ad esempio, della Cina quando fa esattamente le stesse cose.
Anche la Cina, di fronte alle crisi globali degli ultimi tempi, si è spesso limitata al silenzio o a comunicati prudenti.
Ma quella è la Cina, che diamine.
E dunque i nostri media se ne escono con perle come: “La Cina pensa in secoli mentre l’Occidente pensa in tweet”, “La proverbiale pazienza cinese”, “La Cina resta nell’ombra e lavora di diplomazia”, “Il vero vincitore è la Cina”.
Se un pubblico ufficiale cinese annuncia che il suo paese nell’immediato non farà nulla e si prenderà del tempo per riflettere, viene salutato come un nuovo Sun Tzu, inarrivabile maestro di strategia.
Se avanza solo qualche vaga lamentela sui diritti umani, ecco un redivivo Lao Tze con la saggezza taoista del tirarsi indietro.
Se invita le parti a moderarsi, è tornato Confucio a consigliarci l’equilibrio in ogni cosa.
Nell’ambito militare, poi, la diversità di trattamento diventa quasi grottesca.
Ad ogni nuovo incrociatore spedito verso Taiwan, “il Dragone si rafforza”. Ad ogni nuovo missile testato dai russi, “l’Orso ruggisce dalle steppe”.
Quando però iniziative analoghe vengono prese da Macron, lo ridicolizziamo all’istante come “un galletto” o “un Napoleone”, e se per caso ci prova Merz lo associamo subito alle Sturmtruppen.
La domanda, quindi, sorge spontanea: perché il nostro inconscio collettivo è portato a vedere in automatico i leader europei come deboli e ridicoli, mentre i despoti orientali gli appaiono avvolti in un’aura di potenza e di solennità?
Alle origini di un mito
Non sarebbe difficile ripercorrere la storia di questa divisione stereotipata dei ruoli tra Est e Ovest, che è antica quanto le guerre tra greci e persiani.
Sfogliamo Erodoto o Senofonte: ad Est troveremo una società ordinata, obbediente, opulenta e serena, il cui sovrano si sente un dio e può permettersi di sfoggiare sia la pazienza e la magnanimità degli dèi sia la loro collera inesorabile.
Ad Ovest, nelle città-stato greche, troveremo invece una società di pari, che però in quanto tale è preda di litigi, interessi meschini, continua agitazione e ripensamenti sfiancanti.
Caratteristiche che oggi bolleremmo come piccoloborghesi e poco sexy. Non a caso, il mito orientalista tornò in gran voga nell’Illuminismo: dalle Lettere Persiane di Montesquieu al Dizionario filosofico di Voltaire, fino al palco dove andava in scena Il ratto dal serraglio di Mozart, era tutto un citare shah, sultani turchi e imperatori cinesi quali modelli di saggezza e di clemenza, in contrasto con le presunte miserie dei regni europei che prosperavano sempre più proprio grazie all’odiata mediocrità borghese.
D’altronde, in mezzo tra l’antichità e la modernità c’era stato un filone sotterraneo di pratiche alchemiche ed esoteriche, onnipresente nelle corti europee (prima fra tutte quella papale!), che indicava l’Oriente come sede di ogni sapienza arcana e della futura rigenerazione del mondo.
Ebbene, quando uno stereotipo affonda radici così profonde in una civiltà, liberarsene è faticoso.
Facciamoci caso: oggi nessun presidente africano, latinoamericano o dell’Oceania può vantare neanche da lontano un’aura di potenza e di saggezza by default come quella che attribuiamo (senza alcuna ragione oggettiva) a Xi Jinping o a Putin.
Quod licet Jovi non licet bovi
E così, se di fronte a una crisi internazionale un politico osa concedersi il lusso di pensare prima di agire, viene lodato quando è asiatico e viene schernito quando è europeo.
Tanto più che in Europa siamo vittime di un altro grande classico del nostro inconscio collettivo: il senso di colpa.
“Vigliacchi! Che cosa aspettate a dissociarvi dalle aggressioni imperialiste di Trump?” grida il senso di colpa anticoloniale.
“Vigliacchi! Che cosa aspettate a unirvi ai virili israeliani per rovesciare gli ayatollah?” grida (a molte meno persone) il senso di colpa opposto.
E così, purtroppo, dopo l’attacco all’Iran del 28 febbraio, i leader europei non hanno affatto “monitorato la situazione con cura e con preoccupazione”, nonostante fosse di gran lunga la cosa più sensata e più giusta da fare.
Un attacco estemporaneo, fuori dal diritto internazionale, che però è contro un regime sanguinario, che però non è detto che basti a rovesciarlo, e che in ogni caso non abbiamo le forze per fermare, il tutto mentre il prezzo del petrolio vola e Putin viene resuscitato per la terza volta in tre anni: per l’Europa è una situazione talmente contraddittoria e pericolosa che avrebbe avuto senso restare a guardare per almeno una settimana, forse anche per un mese, prima di decidere le proprie mosse.
Ma nell’epoca dei social, e con lo stigma dei leader deboli da schivare a qualunque costo, non è stato possibile.
E dunque è partita la maionese impazzita: Sánchez che non dà le basi ma dà le fregate, Meloni che dà i sistemi antiaerei ma non dà le basi, Starmer che non dà niente, Macron che va a proteggere il Libano, Merz che prova a incontrare Trump ma viene fatto parlare solo tre minuti, Orbán che ne approfitta per rapinare un portavalori austriaco diretto in Ucraina, le presidenti UE che condannano solo l’attacco iraniano ai petrolieri del Golfo…
Quanto ci mancano i bei tempi della “crescente preoccupazione”.
Del resto, quando sabato 28 febbraio Von der Leyen ha convocato la Commissione per lunedì 2 marzo, il commento del web è stato: “Può anche scoppiare la terza guerra mondiale, ma guai a rovinare il weekend agli europei”.
I cinesi “pensano in secoli”, noi non possiamo pensare neanche per un weekend.








