Vita, libertà e ricerca della felicità. Ma per farci che?
Sabato scorso gli americani hanno festeggiato i 250 anni dalla loro Dichiarazione d’Indipendenza.
Un gesto, quella dichiarazione, che rimane unico nella storia per potenza e per audacia: per la prima volta, infatti, uno stato veniva fondato con l’esplicito scopo di assicurare il diritto di ciascun suo cittadino alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità.
Non si trattava, come nel caso della Gran Bretagna, di un regno nato dall’espansione di una dinastia che col tempo si era incidentalmente impegnato a garantire quei diritti.
Nella garanzia di quei diritti i nascenti Stati Uniti riponevano la loro stessa legittimità, la loro stessa ragion d’essere, nonché la motivazione per continuare a combattere la loro sanguinosa guerra contro la madrepatria.
Due verità, come sappiamo, erano “di per sé evidenti” agli occhi dei padri fondatori: che il Creatore ha donato ad ogni uomo almeno tre diritti inalienabili, e che il motivo per cui gli uomini istituiscono governi al di sopra di sé stessi è tutelarli al meglio.
Viene da chiedersi, però, che cosa immaginassero nel concreto i coloni americani quando parlavano di vita, di libertà e di ricerca della felicità.
Una vita da vivere come? Libertà di fare che cosa? Felicità in che senso?
Rum e salmi
Troppo spesso dimentichiamo che la libertà di scelta, la ricerca della felicità e la stessa vita organica non sono fini ma sono mezzi. Nel momento in cui il governo, giustamente, le rispetta, sta rispettando soltanto una cassetta degli attrezzi: a che cosa servano quegli attrezzi dipende da noi.
Nel caso dei coloni americani, è facile intuire quale stile di vita, quale idea di felicità e quali usi della libertà volessero difendere. Basti pensare che la loro lotta era iniziata per via di una stretta fiscale sullo zucchero, i cui scarti si usavano per distillare il rum, proseguendo poi contro le strette fiscali sulla carta stampata e sul tè.
Il re aveva quindi, dal 1774, inviato un contingente di occupazione che i civili dovevano alloggiare a loro spese nelle loro abitazioni private, che non era processabile per le violenze contro di loro, e che prendeva ogni decisione pubblica sciogliendo le amministrazioni civili.
Offesa dopo offesa, perciò, il sovrano non aveva calpestato solo dei valori astratti: aveva cancellato ciò in cui consisteva la stessa esistenza quotidiana dei coloni.
L’intimità della famiglia, la sicurezza fisica, i piaceri della tavola, la lettura in compagnia e il confronto pubblico, il gusto di far prosperare la propria fattoria o la propria bottega. Realtà concrete, ma per loro sacre.
Un mondo sotto attacco
La società delle Tredici Colonie, pur con le dovute differenze tra l’una e l’altra, era infatti una società rurale (il centro urbano più popoloso, Boston, si attestava intorno ai 20.000 abitanti).
Era sparpagliata su un territorio immenso (tra le coste e le campagne di tredici stati non viveva neanche la popolazione che oggi vive a Brooklyn): giocoforza, dunque, tendeva a rispettare l’intraprendenza personale, l’autosufficienza familiare, la dignità delle donne.
Infine era una società profondamente religiosa, che condivideva attraverso la Bibbia un immaginario collettivo e un terreno comune di confronto (il più delle volte aspro). Anche quando gli intellettuali come Franklin e Jefferson si dicevano “deisti” o “razionalisti”, avevano comunque l’onestà di lodare l’insegnamento etico cristiano.
Ebbene, i decreti repressivi di re Giorgio smontarono una pietra alla volta tutto questo edificio di usanze e di visioni del mondo, aggiungendo al danno la beffa di trattare i coloni come sudditi inglesi di serie B: anzi, dopo il 1774 persino come un popolo ostile da sottomettere con le armi.
Così facendo, il monarca aveva strappato loro anche l’orgoglio di appartenere a una grande nazione (per la quale tra l’altro avevano combattuto qualche anno prima nella “guerra dei Sette Anni”, non senza lutti).
Alla domanda “Chi sono? Perché vivo?” aveva silenziato ogni risposta.
Come la pelle sugli organi
La Dichiarazione d’Indipendenza, dunque, fu un gesto conservatore: fu la reazione difensiva di un popolo di contadini, allevatori e piccoli commercianti, che la sera insieme ai figli leggevano la Bibbia o recitavano il Rosario, che perlopiù si sentivano inglesi e soffrivano nel non avere i benefici del diritto inglese come tutti gli altri inglesi.
Una reazione esasperata, certo, ma comunque difensiva.
Al nuovo ordinamento democratico che si diedero dopo essersi staccati da Londra non chiesero di garantire una qualunque “vita”, una generica “libertà” e la ricerca di una indefinita “felicità”. Gli chiesero di garantire la loro vita, il loro uso della libertà e l’accesso a ciò che rendeva loro felici.
In breve, la democrazia non era un valore di per sé: era un involucro steso ad avvolgere e a proteggere i valori di quella società, come la pelle si stende ad avvolgere e a proteggere gli organi interni del corpo.
La riprova fu proprio la controversia sulla schiavitù.
Quando scoppiò la guerra civile, i Confederati sentivano di essere gli autentici interpreti della Dichiarazione d’Indipendenza. Avevano temuto che il governo federale, come un novello re Giorgio, potesse stravolgere con la forza e senza consultarli il sistema del latifondo dal quale dipendevano il loro benessere e la loro civiltà, e avevano risposto separandosi e imbracciando le armi.
Gli Unionisti ribatterono che il Creatore non poteva aver negato ai neri quegli stessi diritti inalienabili che aveva dato ai bianchi.
Ma era un ragionamento di coerenza filosofica cartacea, che ben poco poteva di fronte al sanguigno spirito insurrezionale contro gli abusi del potere supremo che stava scuotendo la Virginia, la Georgia e la Carolina come già le aveva scosse nel 1776.
E tuttavia i Confederati furono sconfitti, e i fatti dimostrarono che la pelle della democrazia non era trapiantabile sopra gli organi interni del latifondo schiavistico.
Su di noi il trapianto funziona?
Nonostante questi illustri precedenti, quando oggi parliamo e sparliamo di “crisi della democrazia” non ci domandiamo mai: gli organi interni, ovvero gli assunti spirituali profondi, delle nostre società sono ancora compatibili con la pelle della democrazia?
Tralasciamo i casi eclatanti, come i gruppi etnici che nei nostri paesi vorrebbero legalizzare il matrimonio con le cugine minorenni o altri costumi neolitici. Rimaniamo nel solco di ciò che è stato prodotto da università e media occidentali.
Per un secolo abbondante, la cultura mainstream (prima europea e poi americana) ha tentato di difendere il mito irreale di una libertà come fine invece che come mezzo: uno dopo l’altro ci siamo sorbiti l’esistenzialismo, il decostruzionismo, il relativismo, l’anarcocapitalismo e chi più ne ha più ne metta.
Si è anche ingegnata per diffondere il mito di una felicità recintata, che si può ottenere semplicemente impedendo a chiunque di metterci in discussione: di qui la corsa al “safe space”, al “words are violence”, alle diecimila “fobie”, alle “famiglie interspeciste”, al “diritto al successo formativo” e alle altre infinite declinazioni dell’imperativo che fa di ogni desiderio un ordine.
Su questi due corpi è sempre più faticoso trapiantare la pelle della democrazia.
I fan della libertà assoluta, infatti, sono spesso inclini ad accettare un potere supremo tecnologico, dal quale sperano che la loro libertà venga ulteriormente potenziata. Quanto ai fan della felicità per recinzione, un potere supremo etico-censorio è il presupposto stesso di ogni loro pretesa.
Non può essere un caso se, in quasi tutti i paesi occidentali, la quota di materie regolate dallo stato e la quota di ricchezza gestita dallo stato stanno aumentando smisuratamente da generazioni e non accennano a fermarsi, nello stesso momento in cui i sondaggi registrano un picco nella solitudine, nella diffidenza e nella conflittualità ideologica.
E infatti non è un caso.
Meno le persone hanno un’idea chiara e condivisa su cosa fare con la loro libertà e su come cercare la felicità, più rinunciano senza pensarci alla loro indipendenza e riconsegnano volentieri al sovrano quote di potere.
Quanto alla vita, che nessuno sappia più che cosa farsene è evidente dal tracollo delle nascite.
Prolegomeni ad ogni futuro liberalismo
Nel 1776, i “diritti inalienabili” non furono chiesti nel vuoto, ma per difendere una specifica società con suoi specifici valori e stili di vita.
Chiederli nel vuoto, probabilmente, è sempre stato e sempre sarà soltanto uno spreco di fiato. Da questa amara (ma forse anche salutare) verità dovrebbe ripartire chiunque oggi si proclama “liberale” o “centrista” e sogna di fare politica “fuori dai due poli identitari”.








