Il vincitore geopolitico del 2025 è… il caos
Un anno fa mi dilettavo su queste pagine ad eleggere, in un pressoché puerile esercizio di stile, il cosiddetto “vincitore geopolitico” del 2024.
La scelta ricadde allora sul “sultano” turco Recep Tayyip Erdogan, fresco di colpo di mano in Siria per mano dell’attuale Presidente Al-Sharaa, che nell’articolo chiamavo ancora Al Jolani. (eh come cambiano i tempi)
Oggi, in conclusione di questo convulso 2025, mi è venuto in mente di fare lo stesso giochetto. Seguendo le logiche della geopolitica, studio del comportamento politico umano in relazione a uno spazio o a un ambiente, ho provato a ripercorrere gli eventi dell’anno passato per designare un personaggio o un soggetto internazionale degno di cantare vittoria su tutti.
Leggendo e rileggendo articoli e riviste, nessuna situazione sembrava convincermi a pieno. Così ho iniziato a ragionare per sottrazione, notando che in quest’ottica le idee profluivano.
Tanto mi è bastato per comprendere che nessun attore internazionale può concludere l’anno con la soddisfazione di aver primeggiato sullo scacchiere per risultati e strategie.
Pertanto, ho deciso brevemente di esporre, in poche righe, alcune sfaccettature del mio ragionamento caso per caso. Per concludere che, a dominare quest’anno, è stato solamente il caos.
Il vincitore geopolitico del 2025 non è Trump
L’uomo che il mondo attendeva, il dealmaker che con una telefonata poteva far cessare ogni guerra. L’anno è iniziato proprio all’insegna di Donald, insediatosi nuovamente alla Casa Bianca il 20 gennaio.
Da quel momento, forte del frame decisionista e pacifista creatosi in campagna elettorale, il tycoon si è lanciato nella geopolitica performativa, rimanendo gelato dalla dura realtà delle cose.
In ordine: il faccia-a-faccia con Zelensky nello Studio Ovale, la delirante guerra dei dazi iniziata contro mezzo mondo (alleati in primis), il tappeto rosso a Putin nella fallimentare passerella di Anchorage, l’intervento forzato contro l’Iran e quell’interminabile trattativa per il futuro dell’Ucraina.
Queste solo alcune delle scivolate strategiche della 47esima presidenza, che conclude l’anno senza grossi risultati sul piano internazionale (dopo parleremo degli accordi di Sharm) e una crescente sfiducia nei suoi confronti da parte degli elettori e, in particolare, degli storici alleati che da ottant’anni a questa parte riconoscono gli USA come culla del mondo libero.
L’inizio del Donald-bis, insomma, non è stato un successone.

Il vincitore geopolitico del 2025 non è Putin
Regalo trumpiano di Anchorage a parte, si può dire che Vladimir Putin sieda a tutti gli effetti al tavolo dei perdenti di questo 2025.
Alla vigilia del quarto anno di guerra, il paese palesa sempre di più la sua economia di cartone, in un lento collasso che non vede dall’altro canto alcun risultato sul campo e sul piano diplomatico.
Diminuiscono le vendite energetiche, scende il prezzo del petrolio, aumentano solo le spese militari, tanto da costringere il governo ad alzare l’IVA. Questi alcuni dati macroeconomici della Federazione, ormai da tempo non più una superpotenza economica. A questi numeri si aggiungono le perdite di uomini sul campo, quattrocentomila in un anno, e la crescente dipendenza dalla Cina.
Se nel 2026 Putin qualcosa potrebbe ottenere sul piano militare e diplomatico, possiamo stare certi che sul lungo periodo la Russia emergerà più povera, più debole e meno autonoma da questa guerra. Non di certo una grande vittoria per lo Zar.
Il vincitore geopolitico del 2025 non è l’Ucraina
Sull’altra barricata del fronte, c’è l’Ucraina. Anche quest’anno, in barba a chi ne prefigura la caduta dal 24 febbraio 2022, l’Ucraina ha resistito, e resisterà ancora.
Sta però di fatto che, attualmente, il paese è coinvolto ancora in un sanguinoso e dispendiosissimo conflitto, e i soldati nemici ne occupano ancora circa il 20% del territorio.
A questo si aggiungano le difficoltà di approvvigionamento dell’esercito e l’ambiguità dell’alleato americano; con un sostegno europeo che non è mai mancato, ma non è stato ancora mai incisivo.
E’ importante ripetere che tutto ciò che non è la disgregazione del paese, per Zelensky è una vittoria, ma di certo una nazione che è martoriata, e continuerà ad esserlo, per quest’anno tristemente non può cantare vittoria.
Il vincitore geopolitico del 2025 non è l’”Asse del male“
Iran, Siria di Assad, Hezbollah, Hamas, ribelli Houthi Yemeniti e milizie sciite irachene.
Qualche soggetto di questi è addirittura sparito, gli altri non passano giorni idilliaci. La vera onda lunga del 7 ottobre 2023 è la disfatta dell’asse orbitante attorno a Teheran. Assad deposto, Hezbollah annientato, Hamas prossimo alla fine, missili neutralizzanti in Iraq e a Bab-el-Mandeb, fino ad arrivare alla “guerra dei 12 giorni” tra Tel-Aviv e Tehran. Questo il terrificante bilancio dell’ultimo anno.
Con l’operazione Rising Lion Israele ha mostrato al mondo tutta la debolezza del regime degli Ayatollah, colpito nel proprio cuore dopo la sistematica caduta delle sue proxy. Con le proteste degli ultimi giorni l’Iran rivive con vigore le prospettive del colpo di stato. E noi confidiamo in un 2026 “leonino”.

Il vincitore geopolitico del 2025 non è Israele (tantomeno Netanyahu)
Elencati i successi militari contro l’asse del male, è doveroso soffermarsi sulla posizione sempre più compromessa del governo di Israele sul piano internazionale e diplomatico. Netanyahu è appena stato ricevuto da Trump, in veste di eroe, ma rimangono sul tavolo le principali controversie politiche. La debole tregua a Gaza fatica a trovare seguito nella “fase 2”, mentre la Knesset autorizza l’insediamento di ulteriori 19 colonie in Cisgiordania e stringe sempre di più sulle attività umanitarie nelle zone del conflitto.
La politica aggressiva del governo destrimane, tenuto in ostaggio delle farneticazioni oltranziste di Ben-Gvir e Smotrich (vedi: dl pena di morte), ha portato il paese all’angolo della politica internazionale. Non solo isolamento e ostracismo, ma una vera e propria ondata di antisemitismo nei confronti dell’intero popolo ebraico. Vittima sì dei fantasmi del passato, ma anche della politica di Netanyahu.
In Israele si preannuncia un 2026 elettorale caldissimo, staremo a vedere.
Il vincitore geopolitico del 2025 non è la Cina (e nemmeno i BRICS)
Il mito dell’ “imminente sorpasso” sembra già un lontano ricordo. Oggi le famiglie cinesi, intrappolate nella contrazione demografica ereditata dalla politica miope del “figlio unico”, affrontano una prolungata “recessione di bilancio”. Meno consumi, scoppio della bolla immobiliare e crescita della disoccupazione giovanile sono alcuni degli indicatori più preoccupanti. Sul piano internazionale, fiaccata dalle schermaglie commerciali con USA e Giappone, la politica mercantile del Dragone si espande ma non si consolida, rendendo palese l’inadeguatezza a sostituire il dominus statunitense.
A testimonianza della debolezza del “nuovo ordine globale”, la sfaldatura dei paesi BRICS in merito a praticamente ogni questione strategica rilevante, come ad esempio le terre rare e l’ipotetica valuta di riserva comune. L’alleanza si sta mostrando sempre più per quello che è: un disordinato allineamento oppositivo e non propositivo. In mancanza di un’idea comune di mondo, la sfida agli USA è rimandata. Con un occhio particolare, nel 2026, a Taiwan.

Il vincitore geopolitico 2025 non è, di nuovo, Erdogan
Il Presidente della Turchia che chiuse il 2024 da kingmaker della politica internazionale e interna, non ha ripetuto nel 2025 i risultati vincenti dell’anno passato.
Gli ultimi 12 mesi sono stati caratterizzati dalla tensione interna, successiva agli arresti del Sindaco di Istanbul Imamoglu e di altre centinaia di amministratori locali del partito di opposizione CHP. Parallelamente, il processo di pacificazione con il PKK curdo e le dinamiche mediorientali stanno consolidando la politica autocratica e autoritaria di Erdogan, in preparazione alle presidenziali del 2028.
La grande attenzione agli avvenimenti regionali, ha probabilmente distolto il rais dal ruolo di mediatore internazionale d’eccellenza. Al momento, la Turchia è defilata nelle trattative Russia-Ucraina, e gioca un ruolo minore nella vicenda israelo-palestinese. Ciò non esclude sorprese nel 2026, da parte dell’uomo che abbiamo ormai imparato a conoscere come uno dei più scaltri dello scacchiere globale.
Il vincitore geopolitico del 2025 non è l’Unione Europea (né Meloni, né Macron, né von der Leyen)
E poi ci siamo noi. Coccio di terracotta tra vasi di ferro.
L’anno è stato segnato dal programma Rearm Europe- Readiness 2030, e dalle tensioni con l’alleato americano. Le divisioni all’interno dell’Unione non sono nuove, i leader attuali sembrano impauriti dalle sfide del presente e l’impianto comunitario si rivela fragile nell’attuale anarchia competitiva. Ciò detto, entriamo nel 2026 con due consapevolezze: tutto il mondo teme un’Europa più unita e, per quanto possano fantasticare in merito Trump e Putin, non lasceremo sola l’Ucraina, e difficilmente si potrà trovare una soluzione alla questione senza di noi.
Sta ora a noi a dover spingere i governi continentali a credere più nella nostra forza e a unire le energie affinché il 2026 possa essere finalmente il “nostro anno europeo”.
Caos dinamico in un mondo instabile
Così, concludiamo questo 2025 all’insegna del caos. Senza, oggettivamente, intravedere possibili schiarite nel 2026 che sta arrivando.
Questo che se ne va è stato anche il primo anno completo ad essere coperto, ogni giorno, dagli articoli e dalle notizie de L’Europeista. Perciò, dando a tutti voi l’appuntamento al 2026, vi facciamo una semplice promessa: noi ci saremo.
A raccontare questo caos e ad accompagnarvi nell’analisi di questa realtà complicata. Senza tradire, mai, la nostra missione chiamata Europa. Buon anno a tutti.








