Il vicolo cieco di Putin: perché la demografia svuoterà le trincee del Cremlino

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Marco Setaccioli
19/05/2026
Frontiere

Se c’è una cosa che appare ormai chiara nella guerra in Ucraina è che, a dispetto degli annunci della propaganda, il fattore tempo non gioca più a favore della Russia.
Una nuova eventuale mobilitazione – opzione della quale si parla sempre più insistentemente – comporta pericoli altissimi e potenzialmente imponderabili per la stessa sopravvivenza del regime, vista anche la tragica ineluttabilità dei numeri.

Il prolungato impantanamento delle truppe al fronte, il gap tecnologico sempre più ampio rispetto agli armamenti sviluppati da Kyiv e il drammatico peggioramento della situazione economica sono motivo di inquietudine per il Cremlino.

Ma nessuno di questi impensierisce l’establishment quanto la “tempesta demografica” che si profila all’orizzonte, la quale rischia non solo di far inceppare definitivamente la macchina bellica russa, ma anche di compromettere le prospettive di crescita del paese, già ridotte ai minimi termini a causa del suo isolamento internazionale.

Il CSIS (Center for Strategic and International Studies), l’emittente britannica BBC Russian Service e il portale indipendente russo Mediazona hanno condotto di recente una serie di indagini, spinti dall’ostinata opacità con la quale la Russia tratta le informazioni legate alle perdite al fronte, ed hanno fatto alcune scoperte interessanti.
Incrociando i dati dei necrologi, quelli del registro delle successioni e le immagini dei prigionieri di guerra catturati dagli ucraini, hanno potuto verificare che, a fronte dei 352.000 morti “burocraticamente” confermati per via ereditaria o documentale (cui si sommano quasi un milione di decessi non censiti, dispersi e feriti gravi), a perdere la vita sul campo di battaglia sono ora principalmente uomini appartenenti alla fascia 36-40 anni: una novità sorprendente, visto che all’inizio della guerra le vittime erano soprattutto ragazzi tra i 18 ed i 22 anni.

Le ragioni di questo slittamento in avanti sono più di una.
La principale è figlia del “buco” demografico degli anni ‘90, cioè del crollo delle nascite iniziato con lo scioglimento dell’URSS, il quale comporta come diretta conseguenza il fatto che oggi la Russia ha pochissimi giovani nella fascia d’età 20-35 anni.

Proteggere questa ristretta generazione è vitale per il futuro economico del Paese, anche in considerazione del fatto che si tratta dell’unico vero motore di innovazione a disposizione di Mosca, motivo per cui il Cremlino ha finora evitato una nuova mobilitazione di massa.

C’è poi la questione connessa ai volontari: oggi l’arruolamento avviene in modo “spontaneo”, perché incoraggiato da “bonus d’ingresso” stratosferici.
Ma a rispondere alla chiamata sono soprattutto persone di mezza età, con famiglie da mantenere e mutui da pagare  diventati troppo onerosi per via dell’aumento degli interessi e dell’inflazione. Non certo i giovanissimi, che studiano, non hanno ancora figli ed hanno quindi minori necessità economiche.

Terzo elemento è l’innalzamento dei limiti di legge, passati a 30 anni per la leva e addirittura a 55 e 65 per il richiamo in servizio dei riservisti e degli ufficiali.

Il punto è che, pur essendo più vasta e popolosa dell’Ucraina, la Russia ha riserve di “carne da cannone” tutt’altro che infinite.
Dai 36 milioni di maschi adulti (18-60 anni), tolti i giovani delle grandi città, i dipendenti delle imprese strategiche o della sicurezza, esentati per legge, e gli inabili o alcolisti cronici, il “serbatoio” reale si riduce a 2,2 milioni di ragazzi delle province di età compresa tra i 20 ed i 34 anni, 2,8 milioni tra i 35 ed i 45 anni e 1,8 milioni tra i 46 ed i 55 anni.

Le perdite sul campo (tra morti e feriti gravi non recuperabili) oggi ammontano a 35.000 ogni mese, cioè 420.000 all’anno.

Già oggi, come hanno rivelato le indagini di cui si parlava, vengono rimpiazzate attingendo per quasi i due terzi alla fascia intermedia (35-45): un segmento che, considerata l’emigrazione interna e il travaso verso le industrie locali che rimangono senza operai, anche qualora il ritmo di perdite non peggiorasse, rischia di entrare in crisi strutturale entro pochi anni.
A quel punto, attingere alla fascia superiore rappresenterebbe un atto di disperazione, visto che si tratterebbe di militari con prestazioni fisiche in media assai inferiori, con conseguente inevitabile aumento vertiginoso del tasso di mortalità.

Ammesso che il Cremlino tenga ferma la volontà di preservare almeno una parte dei giovani, entro qualche anno per la Russia diventerà dunque impossibile mantenere in piedi un esercito, per esaurimento della popolazione arruolabile.

Una consapevolezza ben presente nelle discussioni in atto a Mosca e che di per sé rende più probabile il ricorso ad una mobilitazione simile a quella del 2022, con lo scopo di imprimere una qualche svolta all’offensiva militare, riversando sul campo centinaia di migliaia di truppe fresche (ma senza esperienza).

Per questo sono in molti a ritenere che le misure draconiane prese negli ultimi mesi (chiusura dei social, sospensione controllata delle connessioni ad internet, obbligo di installazioni di app di messaggistica e sorveglianza gestite dal FSB, ulteriore riduzione delle libertà di stampa, opinione ed associazione) siano di fatto soluzioni volute per prevenire e soffocare focolai di malcontento derivanti proprio da una mobilitazione, la quale sarebbe resa più facile dalle nuove modalità di convocazione con lettere di leva digitali notificate su Gosuslugi e dal blocco di ogni attività (conti correnti, patente di guida, divieto di vendere o acquistare immobili, chiedere prestiti e viaggiare all’estero) per chi non si presenta alla chiamata. In pratica una tecnologia del XXI secolo al servizio di rastrellamenti in stile XIX secolo.

Qualora questa eventualità si concretizzasse, rappresenterebbe peraltro una rottura del patto sociale non scritto in base al quale la gioventù delle grandi città viene attualmente esclusa dall’arruolamento, in cambio della rinuncia ad ogni libertà politica.

Non è un caso che, per ragioni diverse, pezzi di establishment in queste settimane stiano evocando sempre più spesso il rischio di una riedizione delle condizioni che portarono alla rivoluzione e alla guerra civile del 1917, che nacque proprio dai battaglioni di riservisti a Pietrogrado che si rifiutarono di andare al fronte.

La scelta tra un rapido esaurimento degli uomini e il rischio di una destabilizzazione del paese rende quindi l’opzione militare letteralmente un vicolo cieco per Putin, al quale non resta che confidare nell’aiuto da casa (Bianca) per garantirsi una via d’uscita non troppo disonorevole.

Che già di per sé sarebbe comunque l’ammissione del fallimento del progetto di umiliare l’odiato Occidente: progetto che ormai, con ogni evidenza, non può riuscire senza l’aiuto dell’Occidente stesso.