Il vero pericolo non è il dissenso: è l’intolleranza
La violenza politica non nasce oggi e, soprattutto, non nasce nel momento in cui qualcuno tira un pugno, lancia un oggetto o aggredisce fisicamente un avversario. Quello è soltanto l’ultimo anello di una catena che comincia molto prima. Spesso comincia con le parole, ma prima ancora delle parole c’è qualcosa di più subdolo: l’intolleranza.
Partiamo però da un punto fermo, perché in tempi nei quali tutto sembra diventare violenza è bene ristabilire qualche distinzione elementare.
La contestazione, anche aspra, nei confronti di chi esercita il potere fa parte della democrazia. Non è una sua degenerazione: è una delle sue condizioni di esistenza. Chi governa deve essere contestato. Deve essere criticato. Deve essere messo in discussione. Può essere fischiato, smentito, contraddetto e, se necessario, anche duramente attaccato sul piano politico.
È il gioco democratico. E il gioco democratico ha una caratteristica meravigliosamente semplice: è ciclico. Chi oggi governa domani potrebbe stare all’opposizione e chi oggi contesta potrebbe trovarsi domani al governo, scoprendo sulla propria pelle quanto sia fastidiosa la critica. È una sorta di compensazione permanente del potere: tu oggi contesti me, domani io contesterò te.
Ed è proprio per questo che la contestazione non può essere confusa con la violenza, ma neppure possiamo commettere l’errore opposto: quello di chiamare “violenza” qualsiasi forma di dissenso che risulti sgradevole a chi la riceve.
C’è, infatti, una certa tendenza — variabile, guarda caso, a seconda di chi occupa in quel momento la maggioranza parlamentare — a considerare violenta persino la semplice contestazione.
È un riflesso abbastanza umano. Chi governa tende a considerare la critica un fastidio. Chi è all’opposizione tende a considerarla un diritto. Quando le parti si scambiano di posto, spesso si scambiano anche le opinioni.
Ma una democrazia seria dovrebbe essere capace di distinguere tra contestare il potere e aggredire una persona.
Il problema vero arriva dopo.
Tra la contestazione e la violenza esiste infatti un territorio intermedio: l’intolleranza. Ed è lì che dovremmo concentrare molta più attenzione di quanta gliene dedichiamo. Perché l’intolleranza, quando diventa sistematica, quando viene ripetuta, normalizzata e legittimata, può trasformarsi in qualcosa di molto più pericoloso.
Prima si delegittima l’altro, poi lo si ridicolizza, poi lo si disumanizza. Infine, in qualche caso, si ritiene persino legittimo aggredirlo.
La violenza raramente compare dal nulla.
Il problema è che non sappiamo più discutere
Il dibattito politico contemporaneo sembra aver perso una delle sue caratteristiche fondamentali: il confronto.
Non ci sono più idee che si incontrano, si scontrano e magari si modificano reciprocamente.
C’è una verità: la mia verità. Quella dell’altro, naturalmente, è falsa.
Non esistono quasi più sfumature, dubbi, contraddizioni, zone grigie. Esiste il giusto e l’ingiusto, il bene e il male, il noi e il loro.
E così anche il linguaggio della politica si è progressivamente trasformato in quello di una gara di wrestling: “Tizio asfalta Caio”, “Tizio distrugge Caio”, “Tizio umilia Caio”.
Come se una discussione politica dovesse necessariamente produrre un vincitore e un perdente. Come se l’obiettivo non fosse capire qualcosa in più, ma sopraffare l’altro. Come se una persona non potesse semplicemente avere un’opinione diversa, ma dovesse essere necessariamente sconfitta, demolita, umiliata. Possibilmente anche fisicamente, almeno nella fantasia di chi commenta.
E guai, poi, se quell’opinione è accompagnata da un ragionamento complesso. Guai a chi introduce una sfumatura. Guai a chi dice “dipende”. Guai a chi ammette di non essere sicuro. Guai a chi prova a mettere in discussione una convinzione consolidata.
Costui merita ormai, nel migliore dei casi, una valanga di insulti e, nel peggiore, l’eterna damnatio memoriae digitale. Perché il mondo della viralità ha una regola semplice: non è necessario sapere. È sufficiente essere convinti di sapere.
L’algoritmo non vuole cittadini: vuole tifosi
È forse questa la trasformazione più profonda: l’intolleranza non appartiene più soltanto a una determinata ideologia politica. Ha smesso di avere un colore. Può essere di destra o di sinistra, progressista o conservatrice, laica o religiosa. Perché nasce da qualcosa di ancora più elementare: dalla convinzione che l’altro non abbia nulla da insegnarci.
E quando l’altro non può insegnarci nulla, non è più un interlocutore e diventa un avversario. E un avversario, naturalmente, va abbattuto.
I social network hanno amplificato enormemente questo meccanismo. Premiano la risposta immediata, lo slogan, l’insulto brillante, la battuta definitiva. Non premiano il dubbio. Non premiano la complessità. Non premiano la capacità di cambiare idea. Premiano il conflitto.
E così finiamo per vivere in una gigantesca competizione nella quale ciascuno cerca continuamente di dimostrare che l’altro è più stupido, più cattivo, più ignorante e più pericoloso di lui.
Una gara nella quale avere ragione conta più che capire.
Il caso Salvini e il diritto di contestare
È in questo contesto che va letto anche il caso della ragazza che ha contestato Matteo Salvini durante il concerto dedicato a Fabrizio De André a L’Agnata.
Si può condividere o non condividere ciò che ha detto (personalmente ritengo che abbia constatato l’ovvio: Salvini con De André non c’entra nulla). Si può considerare efficace o inefficace la sua contestazione. Si può perfino ritenerla fuori luogo. Ma definirla automaticamente “violenza” soltanto perché ha espresso pubblicamente il proprio dissenso significa dilatare il concetto di violenza fino a renderlo praticamente inutile.
Contestare un politico non è violenza. Contestare il potere non è violenza. Dire pubblicamente a un politico che non si condivide la sua presenza in un determinato contesto non è violenza. E andarsene, dopo averlo detto, è probabilmente una delle forme meno violente di protesta che si possano immaginare.
Si può discutere sull’opportunità, sul tono, sulla scelta del luogo. Ma non confondiamo il dissenso con l’aggressione.
Perché se cominciamo a definire “violento” ogni comportamento che mette a disagio chi detiene il potere, rischiamo di trasformare la tutela della convivenza civile in una forma di immunità dalla critica.
E questo sarebbe molto più pericoloso della contestazione stessa.
Quando l’intolleranza diventa violenza
Diverso è il discorso quando si passa dalla contestazione alla negazione dell’altro.
Qui gli esempi purtroppo non mancano.
Pensiamo agli episodi di violenza e discriminazione contro le persone LGBTQIA+, oppure agli episodi di antisemitismo che colpiscono persone e comunità ebraiche.
Sono fenomeni diversi, con storie, matrici e dimensioni differenti, e non devono essere artificiosamente messi sullo stesso piano, ma hanno un elemento comune: la trasformazione di una persona concreta nell’incarnazione di qualcosa che si odia.
Ed è qui che bisogna essere molto rigorosi.
Condannare le politiche del governo israeliano è pienamente legittimo. Condannare le azioni di Hamas è pienamente legittimo. Criticare un governo, uno Stato, un partito, un movimento o un’ideologia fa parte del confronto democratico.
Ma attribuire a ogni ebreo la responsabilità delle azioni del governo israeliano significa trasformare un giudizio politico in antisemitismo. Fino a giungere all’aberrazione della colpa collettiva.
Allo stesso modo, criticare una posizione politica o culturale non autorizza a trasformare le persone LGBTQIA+ nel bersaglio di una campagna di odio.
La critica colpisce le idee e le azioni. L’intolleranza colpisce le persone in quanto appartenenti a una categoria.
È una distinzione fondamentale.
L’intolleranza è il vero pericolo nucleare del nostro tempo
Forse dovremmo cominciare a considerare l’intolleranza come una sorta di pericolo nucleare della società contemporanea.
Non perché produca necessariamente violenza immediata, ma perché, come una reazione a catena, può propagarsi.
Una frase, un insulto, una generalizzazione, una caricatura, un nemico immaginario, un gruppo trasformato in capro espiatorio. Un avversario politico rappresentato non più come qualcuno con idee sbagliate, ma come qualcuno che non dovrebbe esistere.
E poi qualcun altro raccoglie quella parola, la estremizza e la trasforma in azione.
È una dinamica che conosciamo bene dalla storia. E proprio per questo dovremmo essere molto più attenti a ciò che normalizziamo.
Non tutto ciò che è offensivo è violento. Non tutto ciò che è violento è fisico. E non tutto ciò che precede la violenza è già violenza.
Ma l’intolleranza reiterata è uno dei terreni sui quali la violenza può crescere.
Servirebbe un trattato di non proliferazione dell’intolleranza
Nel 1968 il mondo approvò il Trattato di non proliferazione nucleare.
La minaccia allora era chiarissima: l’umanità aveva costruito armi capaci di distruggere sé stessa e doveva trovare un modo per impedirne la diffusione.
Oggi abbiamo un problema diverso.
Non abbiamo bisogno soltanto di impedire la proliferazione delle armi. Dovremmo imparare a impedire la proliferazione dell’intolleranza.
Un trattato impossibile, naturalmente. Non si può firmare un accordo contro l’odio.
Ma si può almeno costruire una cultura nella quale il dissenso venga considerato normale, il dubbio una virtù, la complessità un valore e il confronto qualcosa di diverso da una rissa.
E qui arriviamo al punto più difficile.
Perché per farlo servirebbero persone capaci di avere una visione, di pensare oltre il prossimo sondaggio, oltre il prossimo post, oltre il prossimo video virale.
Persone capaci di capire che la politica non è una partita nella quale deve necessariamente vincere qualcuno e perdere qualcun altro.
È il modo con cui esseri umani differenti cercano, spesso faticosamente, di vivere insieme.
Non so se possiamo aspettarci che a promuovere questa svolta siano oggi gli Stati Uniti di Donald Trump. Sarebbe un po’ come mettere Topo Gigio a fare la guardia al deposito del Parmigiano Reggiano.
Ma questo non ci esime dal provarci.
Perché la democrazia non muore soltanto quando qualcuno impedisce agli altri di parlare. Può cominciare a morire anche quando nessuno è più disposto ad ascoltare.
E forse il primo antidoto alla violenza politica non è chiedere meno dissenso.
È chiedere più democrazia, più confronto e soprattutto più tolleranza verso chi ha il torto — almeno secondo noi — di pensarla diversamente.
Perché possiamo anche avere ragione, ma il giorno in cui saremo convinti di avere sempre ragione, e che chiunque non la pensi come noi sia un nemico da abbattere, avremo già smesso di essere una comunità democratica.
Avremo semplicemente scelto il nostro avversario. E staremo aspettando che qualcuno inizi a colpirlo.








