La vera storia di Babbo Natale

san nicola vera storia babbo natale
Emanuele Pinelli
24/12/2025
Radici

 “Come dire a tuo figlio la verità su Babbo Natale?”
Tra le innumerevoli sciocchezze quotidiane che la nostra società ha trasformato in gravi problemi psicologici, questa non poteva mancare.
New York Times, CNN, BBC hanno tutti dedicato almeno un servizio all’annosa questione, intervistando specialisti e dispensando consigli ai genitori insicuri e iperansiosi dell’era digitale.

Anche i più popolari “blog delle mamme” anglosassoni si sono cimentati col dilemma, che grossomodo si riassume così: “Tuo figlio potrà mai più fidarsi di te, quando avrà scoperto che gli mentivi su Babbo Natale?

La linea che prevale tra gli specialisti, da quello che ho capito, è turatiana: “Né sabotare né consentire”.
Se il bambino vuole credere a Babbo Natale permettiglielo, ma non abbellire la storia con dettagli aggiuntivi di tua iniziativa. Se smette di crederci usando da solo il suo pensiero critico, non ti sforzare di mantenerlo nelle tenebre della superstizione. Al massimo, per evitare che il tuo figlio miscredente rovini la magia agli altri bambini causandoti imbarazzo con le altre mamme, a certe domande tecniche (“Come fanno a entrare in una slitta tutti quei regali?”) puoi rispondere che non lo sai.

Un fondo di verità che vale anche per gli adulti

Ora, questo dibattito sembrerà surreale alla maggior parte delle persone, ma a me sembra particolarmente surreale.
Anzitutto perché purtroppo sono stato proprio uno di quei bambini pedanti che intorno ai cinque anni hanno fatto a spanne il calcolo su quanti regali andassero consegnati al minuto da Babbo Natale per concludere il lavoro in una sola notte, intuendo che l’intera storia era poco plausibile.

In secondo luogo perché adesso (di male in peggio!) sono un genitore cattolico, e non mi sfugge che il Babbo Natale rosso della Coca-Cola è solo l’ultima delle molte metamorfosi di Nicola di Myra, il santo protettore dei bambini.
Un santo che è stato forse il più amato e celebrato al mondo dopo Maria.

Una volta scremati i dettagli di marketing come gli elfi e la slitta con le renne, insomma, ci si imbatte in una tradizione popolare che è durata per secoli: quella di san Nicola che portava i doni ai bambini in una notte di dicembre.
E, se si scava anche al di sotto della tradizione, si trova un nucleo di verità storica sulla vita di un uomo che in effetti fu abbastanza straordinario.

Noi cattolici ci concediamo anche di pensare che quell’uomo possa continuare a fare qualcosa per noi anche adesso dal paradiso: è un’affermazione che il ragionamento logico non può confermare ma neanche smentire, che ha conseguenze del tutto innocue sul piano etico, e che quindi chiunque è libero di accettare in qualsiasi fase della sua vita, a tre anni come a novanta.

Così, a differenza degli psicologi del New York Times, mi trovo ad avere la fortuna di non dover cambiare narrazione su “Babbo Natale” a metà dell’infanzia dei miei figli (se non, appunto, per qualche dettaglio minore come la consegna dei giocattoli, che peraltro, beninteso, piacciono a prescindere da chi li ha regalati e dal mezzo di trasporto con cui vengono consegnati).

Ma chi era questo Nicola, e perché viene associato ai doni e ai bambini?

Tre doni nella notte


Nicola nacque a Myra, in Asia Minore, tra il 260 e il 270. La sua famiglia doveva essere benestante, se dobbiamo credere al più famoso episodio narrato sulla sua giovinezza: quando venne a sapere che un padre caduto in miseria voleva mandare le sue tre figlie a prostituirsi, Nicola aspettò che calasse la notte e andò di nascosto a gettare dentro la loro casa tre sacchetti di monete d’oro, in modo che ciascuna ragazza potesse avere una dote e salvare il suo onore.

Una versione della storia dice che Nicola gettò i sacchetti in tre notti diverse, aspettando che la primogenita avesse concluso la sua festa di matrimonio prima di aiutare la seconda sorella.
Quando mancava solo l’ultima sorella, il padre delle ragazze restò sveglio fino a notte fonda sperando che il misterioso benefattore ritornasse, per scoprire la sua identità e ringraziarlo faccia a faccia.
Non sapeva che quell’attesa notturna sarebbe stata la prima di una lunga serie…

Nicola avrebbe compiuto questo gesto generoso prima di diventare prete o vescovo, prima di avere qualunque incarico pubblico e di godere di qualunque fama, secondo alcuni addirittura prima che i genitori morissero, sottraendo i soldi di nascosto dal loro forziere.

Tutto ciò rende il racconto plausibile, ma anche incoraggiante: se l’ha fatto lui, potrebbe farlo chiunque. Un vero “miracolo della porta accanto”.

Grano e giustizia

Ormai adulto, intorno al 300 Nicola venne scelto come vescovo dalla comunità dei cristiani di Myra. Appena in tempo per subire la persecuzione di Diocleziano, forse la più sanguinosa tra quelle che colpirono i cristiani nei primi tre secoli. Dopo Diocleziano fu il turno di Licinio nell’accanirsi contro i fedeli della nuova religione.

Con l’arrivo di Costantino, il clima infine si rasserenò. Pare che, quando nella regione ci fu una carestia, Nicola riuscì persino a convincere il nuovo sovrano a sostenere i suoi abitanti con risorse pubbliche.
Si racconta infatti che alcune navi, che stavano veleggiando verso la capitale Costantinopoli per rifornirla di grano egiziano, fecero scalo a Myra, dove Nicola supplicò i marinai di cedere parte del grano al suo popolo affamato, promettendo che avrebbe persuaso l’imperatore a non punirli per questo.
L’episodio, in alcuni testi, viene raccontato anche con tinte soprannaturali: una volta approdati a Costantinopoli, i marinai avrebbero ritrovato il loro carico di nuovo integro.

A metà tra storia e favola è anche un altro racconto su Nicola e Costantino: l’imperatore stava per mandare a morte tre generali innocenti, quando il santo gli apparve in sogno e gli intimò di rilasciarli. Da allora san Nicola è patrono delle vittime degli errori giudiziari.

Lotta sui mari

Il patronato sui marinai, invece, se lo guadagnò con un’apparizione ancora più spettacolare: in mezzo alla furia di una tempesta, per salvare l’equipaggio di una nave, si materializzò sul ponte e aiutò fisicamente i marinai a condurla in porto faticando fianco a fianco con loro.

Il racconto è indubbiamente poco credibile (anche se le allucinazioni auto-incoraggianti non sono rare nei momenti di pericolo collettivo, e nessuno può garantire che non siano “volute dall’alto”…) ma bastò a far nascere un rapporto speciale tra san Nicola e la città di Bari.

Nel 1087, infatti, la vecchia perla dell’Adriatico si stava disputando con Venezia le rotte marittime verso l’Oriente. Tra le due repubbliche marinare partì dunque anche una competizione per rubare le ossa di san Nicola dalla città di Myra prima che i turchi la occupassero.
Come è noto, Bari ebbe la meglio.

L’amico dei bambini

Bari e Venezia, però, non erano affatto le uniche città medievali affezionate al vecchio santo. Dovunque in Europa fiorivano leggende più o meno inverosimili sul suo conto, ed è qui che troviamo il fondamento del suo ruolo di amico dei bambini.
Ecco, quindi, i racconti in cui san Nicola resuscita tre bambini uccisi e messi ad essiccare sotto sale da un oste malvagio; in cui san Nicola appare a un re pagano della Polonia per impedirgli di sacrificare suo figlio agli dèi; in cui san Nicola teletrasporta a casa il figlio di un contadino che era stato fatto schiavo dai musulmani, e via dicendo.

Fu il Nord Europa, però, e soprattutto l’Olanda, a dare vita alla tradizione di far trovare doni ai bambini nella notte di san Nicola (6 dicembre) sostenendo che fosse stato lui a portarli.

Quando i calvinisti, ostili al culto dei santi, presero il sopravvento tra il XVI e il XVII secolo, trovarono in questa “superstizione papista” un osso durissimo da mordere.
È divertente scorrere l’elenco dei decreti e delle ordinanze che le città-stato olandesi emanarono contro il rito dei regali di san Nicola: provvedimenti tanto numerosi quanto evidentemente inutili.

A Grave, ad esempio, il decreto diceva: “Poiché è stato notato che la celebrazione di S. Nicola spin­ge molte persone timorate a notevoli spese e stimola la gioventù verso la superstizione, il magistrato della città di Grave, volendo impedire un tale abuso, ha vietato e proibito, e vieta e proibisce d’ora in poi a tutti i cittadini e abitanti di questa città, di praticare la suddetta superstizio­ne o di farla praticare ai loro figli“.

Leggi simili furono fatte ad Arnhem, a Utrecht e nella stessa Amsterdam: “Poiché i magistrati sono ve­nuti a conoscenza che negli anni scorsi, nonostante la pubblicazione di specifici regolamenti locali, in occasione della vigilia di S. Nicola varie persone hanno sostato sulla diga ed in altri luoghi della città con dolci, cibi ed altre mercanzie, così da attirare una gran folla da ogni parte della città, gli stessi magistrati, per prevenire tali disordini ed eliminare dalle menti dei giovani le superstizioni e le favole papiste, hanno ordinato, stabilito e dichiarato che per la vigilia di S. Nicola nessuno, chiunque egli sia, possa andare sulla diga o in altri luoghi o strade di questa città, con qualsivoglia tipo di dolci, cibi o altra mercanzia.”

Dall’Olanda all’America


Intanto, però, quando nel 1626 una nave olandese salpò alla volta del Nuovo Mondo per fondarvi la Nuova Amsterdam, nel dubbio si affidò alla protezione di san Nicola. I marinai, si sa, sono scaramantici.

Col passare degli anni New Amsterdam diventò New York. E all’inizio dell’800 lo scrittore Washington Irving, ricostruendo tra il serio e il faceto l’epopea della fondazione della città, narrava: “In quegli anni lontani fu istituita la pia cerimonia, ancora religio­samente osservata in tutte le nostre antiche famiglie di buona tradizio­ne, di appendere una calza sotto il camino alla vigilia di San Nicola. Quella calza al mattino viene sempre trovata mi­racolosamente piena, perché il buon San Ni­cola è sempre stato un grande elargitore di do­ni, specialmente ai bambini”.

Da “Sinterklaas”, nome olandese di san Nicola, sarebbe infine nato negli USA il laico e consumistico “Santa Claus”, cioè il nostro Babbo Natale.

Un mito infantile che oggi alcuni ritengono diseducativo, purtroppo anche all’interno dello stesso mondo cattolico che gli ha dato origine.
Altri, esagerando nel senso opposto, difendono con stizza fanatica il diritto dei loro figli a credere in Babbo Natale, vedendoci forse l’ultima ridotta delle illusioni magiche e soprannaturali in un mondo che sembra averle bandite per sempre.

Ebbene, può darsi che conoscere il santo che c’è dietro il mito, e poi conoscere l’uomo che c’è dietro il santo, possa farci avere un rapporto più equilibrato con quest’ultima creatura immaginaria che si ostina a insinuarsi nelle nostre vite.
A meno che non si provi un piacere perverso e consapevole nel credere a creature immaginarie, per cui da Babbo Natale si passa ai “nazisti di Kiev”, alla “élite globalista” e al “debito pubblico che si auto-ripaga”.

Ma in questi casi c’è poco da fare.