Venezuela, la fine di un regime: è arrivato il momento di Maria Machado?

Donatello D'Andrea
04/01/2026
Orizzonti

Le operazioni di potenza non chiedono permesso al dibattito pubblico. Accadono quando convergono tre condizioni: un regime delegittimato, un equilibrio interno ormai instabile e un attore esterno disposto a sfruttare la finestra di opportunità. Il Venezuela, nelle ultime ore, è diventato il punto di intersezione perfetto di queste tre dinamiche.

La cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti non è il frutto di un’improvvisazione né l’ennesimo colpo di teatro di Donald Trump. È l’esito di un processo lungo, stratificato, che riguarda la perdita progressiva di legittimità del regime chavista, la sua trasformazione in un sistema di potere sempre più criminalizzato e la decisione americana di dimostrare – a se stessa e agli altri – di non aver rinunciato alla propria capacità di intervento diretto nello spazio strategico latinoamericano.

La questione non è se l’operazione sia stata “giusta”, su questo segnalo l’analisi di Carmelo Palma su L’Europeista, ma perché è avvenuta ora, perché contro Maduro e perché in questo modo. In politica internazionale il timing è sempre un segnale. E quando un leader viene prelevato nel cuore della notte, significa che il sistema che lo sosteneva era già molto più fragile di quanto apparisse.

Il Venezuela non è improvvisamente entrato in crisi oggi. È oggi che quella crisi è diventata operativamente sfruttabile. E da qui bisogna partire, se si vuole capire cosa sta davvero accadendo – e cosa potrebbe accadere nelle prossime settimane.

Un regime de facto: l’illegittimità strutturale di Maduro

Definire Nicolás Maduro come presidente de facto non è una forzatura retorica né una presa di posizione ideologica. È una qualificazione analitica che discende da una sequenza di fatti verificabili. La crisi venezuelana non nasce con l’intervento americano: quest’ultimo si innesta su una crisi di legittimità già conclamata, che ha trasformato il potere chavista in un sistema di controllo privo di fondamento elettorale verificabile.

Il punto di rottura sono le elezioni presidenziali del 2024. Secondo il Consiglio Elettorale Nazionale (CNE), Maduro avrebbe ottenuto il 51,2% dei voti. Tuttavia, i risultati non sono mai stati accompagnati dalla pubblicazione dei dati disaggregati per seggio, prerequisito minimo di qualsiasi processo credibile. A fronte di questa opacità, l’opposizione ha pubblicato oltre l’80% dei verbali raccolti direttamente dai seggi, documenti che indicano un esito opposto: Edmundo González Urrutia avrebbe ottenuto circa il 67% dei consensi, superando Maduro con un margine superiore a due a uno.



Questa asimmetria non è mai stata chiarita

Il governo non ha consentito verifiche indipendenti, ha revocato l’invito agli osservatori europei e ha demandato ogni “controllo” a un Tribunale Supremo strutturalmente subordinato all’esecutivo. In termini istituzionali, si tratta di una rottura del principio di accountability elettorale, che priva il potere di una delle sue fonti fondamentali di legittimazione.

La lettura non è rimasta confinata all’opposizione interna. ONU, Unione Europea e diversi governi regionali hanno chiesto ripetutamente la pubblicazione dei verbali. Il Centro Carter, unico osservatore ammesso, ha dichiarato che le elezioni non hanno soddisfatto gli standard minimi di trasparenza. Da qui una conseguenza cruciale: la distinzione tra potere esercitato e potere riconosciuto.

Dal 2024 l’Occidente non riconosce la presidenza di Maduro

Stati Uniti, Italia e Parlamento Europeo hanno riconosciuto González Urrutia come presidente legittimo, negando a Maduro il riconoscimento politico pur prendendo atto del suo controllo de facto. È una configurazione nota nelle relazioni internazionali: un’autorità che governa senza legittimità riconosciuta, sostenendosi attraverso coercizione e apparati repressivi sempre più intrecciati a dinamiche criminali.

È su questo sfondo che va collocata l’operazione compiuta tra il 2 e il 3 gennaio

L’intervento statunitense non ha colpito un governo legittimo, ma un leader già qualificato come fuggitivo della giustizia da Washington e incriminato per narcotraffico e terrorismo. In termini realisti, la questione non era se Maduro fosse ancora al comando, ma se fosse ancora un’autorità politica legittima. Alla luce dei fatti, la risposta è negativa.

L’operazione americana ha reso esplicita una realtà preesistente: Maduro non era più un presidente contestato, ma un potere residuo, sostenuto dall’inerzia e dalla coercizione applicata al sistema. È in questa frattura – tra legalità formale e controllo materiale – che si è aperta la finestra di opportunità sfruttata dagli Stati Uniti, con un azione non convenzionale.



Il momento giusto: vulnerabilità interna e scelta degli apparati

Le operazioni di regime change presentano una costante storica ben nota alla letteratura politologica: non funzionano se il sistema bersaglio è coeso. Gli apparati statunitensi hanno agito quando il regime venezuelano mostrava segnali evidenti di invecchiamento strutturale: isolamento internazionale, erosione della legittimità, élite militari stanche, tensioni interne e perdita di consenso anche nei settori tradizionalmente chavisti. In altre parole, quando il costo della lealtà iniziava a superare i benefici della fedeltà.

In questo contesto, è poco credibile immaginare un’operazione di tale portata in assenza di almeno una neutralità benevola, se non di una collaborazione passiva, di segmenti interni al sistema. I regimi personalistici sopravvivono finché il leader funge da collante tra apparati, interessi e reti di protezione. Rimossa quella figura, non si produce un collasso automatico, ma si apre una fase di ricalcolo strategico individuale.

Qualcuno, ha aperto la porta di casa Maduro agli americani, o perlomeno ha fatto finta di niente

È il meccanismo che Timur Kuran ha definito cascata di defezione: finché il regime appare stabile, anche chi dissente continua a fingere lealtà; quando la stabilità viene meno, il silenzio diventa irrazionale.

La cattura di Maduro non è stata quindi solo un colpo simbolico. Ha spezzato la colla che teneva insieme élite militari, apparato di sicurezza e interessi economici. Da quel momento, ogni generale e ogni intermediario di potere si è trovato davanti a una scelta brutale: restare fedele a un regime decapitato o adattarsi a un nuovo equilibrio.

È in questo quadro che va letto il comportamento della vicepresidente Delcy Rodríguez. Il discorso durissimo alla nazione“non cederemo”, “Maduro resta il presidente” – è un tentativo di ristabilire una parvenza di coesione verticale e rassicurare gli apparati. Ma la comunicazione pubblica racconta solo metà della storia. Come confermato da Marco Rubio, contatti tra la vicepresidente e gli Stati Uniti ci sono stati.

Questo doppio binario – fermezza retorica interna e apertura tattica esterna – è tipico delle fasi terminali dei regimi autoritari. Serve a guadagnare tempo, testare i rapporti di forza ed esplorare opzioni di sopravvivenza o di uscita negoziata senza scoprirsi troppo presto.

Il futuro del Venezuela si gioca qui: non nelle dichiarazioni ufficiali, ma nelle scelte silenziose degli apparati, nei contatti riservati e nei segnali deboli che indicano se la cascata di defezione verrà contenuta, rallentata o accelerata. Da questo dipenderà se la transizione resterà controllata, imploderà o verrà temporaneamente riassorbita da un nuovo equilibrio autoritario.

Maria Corina Machado: legittimità politica senza potere (per ora)

Se gli Stati Uniti sono in contatto con ciò che resta del regime venezuelano può voler dire che sono in corso trattative. Il fatto che Washington sembra aver individuato proprio in Rodríguez l’interlocutrice principale suggerisce, di conseguenza, due elementi rilevanti.

Primo: gli Stati Uniti hanno scelto una figura formalmente interna al sistema uscente come canale di comunicazione, probabilmente ritenuta più funzionale alla gestione immediata della crisi rispetto ad altri attori del chavismo. Secondo: né Edmundo González Urrutia, presidente eletto nel luglio 2024, né María Corina Machado vengono oggi considerati interlocutori prioritari dalla Casa Bianca. Questo non è un giudizio sulla loro legittimità, ma una valutazione contingente di governabilità e controllo degli apparati.

Le motivazioni di questa scelta restano opache. Possono pesare considerazioni tattiche – il rapporto con le Forze Armate venezuelane, il timore di reazioni interne, la necessità di evitare un collasso istituzionale – così come elementi più personali legati allo stile decisionale di Trump. Ma il punto politicamente rilevante è un altro: Machado non è la candidata di Washington, e proprio per questo la sua posizione va letta su basi autonome.

Questo aiuta anche a spiegare il suo silenzio iniziale dopo la cattura di Maduro

È altamente probabile che Machado non fosse stata informata preventivamente dell’operazione e che, almeno in questa fase, non vi sia un coordinamento diretto con gli Stati Uniti. Ciò non implica una sua marginalizzazione definitiva, ma segnala che Washington sta privilegiando una gestione tecnica e transitoria della fase post-regime.

L’ipotesi che Delcy Rodríguez possa fungere da figura-ponte temporanea, utile a garantire continuità amministrativa, rassicurare gli apparati militari e contenere il rischio di violenze, rientra in una logica di stabilizzazione di breve periodo. Non è la soluzione auspicabile sul piano democratico, ma è plausibilmente preferibile alla permanenza di Maduro. La realtà delle transizioni, come insegna la storia comparata, raramente coincide con le aspettative simboliche.

Questo non riduce il ruolo del Premio Nobel per la Pace 2025

Al contrario: il suo capitale politico resta intatto. González Urrutia e Machado sono riconosciuti, dentro e fuori il Venezuela, come figure centrali dell’opposizione, che all’ultima tornata elettorale si è rivelata maggioranza. Gli Stati Uniti potranno temporaneamente privilegiare interlocutori diversi, ma difficilmente potranno eludere a lungo il vincolo del consenso interno che Machado rappresenta.

In questo senso, il fatto che Trump non la sponsorizzi apertamente può persino rivelarsi un vantaggio: Machado non appare come una leader imposta dall’esterno, ma come il prodotto di un mandato popolare sistematicamente negato dal regime. Se saprà trasformare questa legittimità in capacità di coalizione, evitando la trappola dello scontro frontale e giocando sul terreno interno, potrà rientrare pienamente in gioco. Anche in vista di future elezioni.

Washington parla a più mondi

L’operazione contro Maduro è stata anche un atto di comunicazione strategica multilivello. A seconda del pubblico di riferimento, trasmette messaggi diversi: ai neoconservatori, dimostra che gli Stati Uniti non accettano piattaforme ostili nel proprio emisfero; al mondo MAGA, parla il linguaggio del narcotraffico, dell’ordine e della sicurezza interna; agli apparati di sicurezza, riafferma la capacità di pianificazione, coordinamento e intervento; agli avversari strategici, in particolare Russia e Cina, segnala che l’America non ha abdicato alla coercizione né alla gestione attiva degli equilibri regionali.

Che Donald Trump abbia voluto rivendicare personalmente l’operazione è diplomazia performativa allo stato puro

Ma il messaggio non era rivolto solo a Washington o alle grandi potenze. Trump ha parlato anche al Sud America. Il Venezuela di Maduro non era soltanto un regime ostile, ma un hub energetico e finanziario funzionale a governi apertamente antagonisti agli Stati Uniti, a partire da Cuba. Il petrolio venezuelano, aggirando sanzioni e circuiti ufficiali, ha alimentato reti di sopravvivenza politica e alleanze ideologiche nell’area.

Con gli americani tornati fisicamente in Venezuela, questo equilibrio cambia. Non solo sul piano del potere interno, ma su quello regionale: cambiano i flussi, le dipendenze, le protezioni informali. È un segnale chiaro agli attori latinoamericani: lo spazio per un antiamericanismo strutturato e protetto non è più garantito come in passato.

Il Venezuela ci ricorda una verità scomoda: la politica internazionale non è un tribunale morale, ma un sistema di rapporti di forza, legittimità e vulnerabilità.

L’operazione americana non risolve automaticamente il futuro del Paese

Anzi, apre una fase ancora più complessa e rischiosa. Ma segna un punto fermo: Maduro non era più intoccabile, perché non era più legittimo, né indispensabile, né sostenibile.

Le domande che sorgono in merito sono tante, ma una cosa dovrebbe essere chiara a tutti: chi continua a leggere il mondo con le categorie sbagliate – sovranità formale, automatismi giuridici, moralismi selettivi – sta guardando il mondo sbagliato. La cattura di Maduro non è la fine della storia venezuelana. È il momento in cui la storia è tornata a chiedere conto delle illusioni.


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