Venezia, Italia, Europa. Una chiacchierata con Michele Boldrin
Per chi non lo conoscesse, Michele Boldrin è professore di Economia presso la Washington University di St. Louis, in Missouri.
Nato a Padova ma cresciuto a Venezia, dove militò per pochissimi anni tra le fila del PCI, laureato con lode alla Ca’ Foscari in economia e commercio e poi giramondo tra svariate cattedre economiche di alcune tra le università più rinomate del pianeta.
Oggi, dopo la parentesi di Fare per Fermare il declino al fianco di Oscar Giannino, guida il partito ORA! , creato insieme all’amico Alberto Forchielli, chiamato inizialmente Movimento Drin Drin.
Il 27 marzo 2026 ha annunciato la sua candidatura a Sindaco di Venezia, alla guida della lista di ORA!, alle elezioni amministrative in programma per domenica 24 e lunedì 25 maggio.
Boldrin non si nasconde nei suoi proclami: liberare l’Italia dalla mediocrità; a partire da Venezia che “vive i mali dell’Italia moltiplicati per due”.
Abbiamo parlato di questo e tanto altro ieri pomeriggio, al telefono.
Di seguito, la trascrizione della nostra conversazione.
Chiacchierata di Filippo Rigonat con Michele Boldrin
Boldrin, le confesso che pensando a Venezia e al futuro prossimo e lontano della città non mi sono venuti in mente né i sindaci passati Brugnaro e Cacciari, né i vecchi fasti della Serenissima, né la disputa per le attuali amministrative. Mi è venuto in mente Jude Law, nei panni del Papa Pio XIII di The New Pope di Paolo Sorrentino, che trascorre le sue serate riabilitative in una Venezia-fantasma, spaventosamente vuota di veneziani nel bel mezzo della bassa stagione invernale. Allora chiedo a lei, che di questa città un po’ magica si è candidato a sindaco, quanta distopia e quanta realtà c’è di fronte alla trasformazione di Venezia in “Città- vetrina”, iper-usata nell’alta stagione turistica e abbandonata nel resto dell’anno?
Non vedo film, ma mi è molto chiaro il concetto. Ad oggi la stagionalità di Venezia si è ormai andata riducendo drasticamente, ed è difficile vederla vuota. Quello che però è vero è che se si tolgono i turisti, i visitatori passanti e il fenomeno ristretto- ma significativo- dei grandi ricchi che comprano la terza/quarta casa-vetrina in città, Venezia è sempre più vuota di residenti e lavoratori. Il numero è spaventoso, perché il numero della popolazione della zona che ormai non so più come chiamare, perché si sono anche inventati dei nomi sostitutivi alla realtà, ma io continuo a chiamare centro storico, lì si è praticamente, più che dimezzata in quarant’anni. E a livello comunale aggregato è scesa comunque di un terzo. Quindi anche la parte di terraferma, la parte di Mestre, i quartieri vicini, si è ridotta drasticamente. Il calo è molto, molto più drastico di quello nazionale, e non accenna a diminuire, perché a molti pare andar bene la comoda connotazione, come diceva lei, di città- vetrina. A noi non va bene per niente.
Allarghiamo le vedute. Lei parla spesso di riscoperta della vocazione mercantile di Venezia; che deve tornare un po’ a pensarsi come hub strategico dell’Adriatico guardando al Mediterraneo orientale. Io vedo un parallelismo con la nostra cara Europa, che ha sottovalutato a mio avviso la proiezione strategica del Mediterraneo, che ci collega alla rotta orientale-medio orientale di cui oggi si parla molto. Venezia può essere la capitale di una rinnovata Europa dei porti?
Allora, sì, innanzitutto sì, sono d’accordo. E da questo punto di vista occorre assumere uno sguardo non da politico che parla un po’ a caso, ma da analista che cerca di capire i processi. Concordo con lei: i mali europei sono i mali italiani, solo che in Italia sono moltiplicati per tre; e i mali italiani sono i mali veneziani, solo che a Venezia, rispetto all’Italia, sono moltiplicati per due.
E cioè: il calo demografico, l’invecchiamento, la tendenza a non prendere rischi, la tendenza a cercare sicurezze, l’appoggio allo Stato paternalistico che da garanzie, e la chiusura al cambio tecnologico, al progresso scientifico, all’industria, alle attività economiche di frontiera. A Venezia questo raggiunge livelli, a mio avviso, incredibili, che ne frenano lo sviluppo e, come diceva lei, la proiezione commerciale.
Com’è avvenuto questo? Venezia non ha mai avuto una classe imprenditoriale moderna di industria propria. Al contrario delle altre città note del Veneto di cui si parla — Padova, Vicenza, Verona — che avevano una tradizione artigiana diffusa, di piccola imprenditoria che poi è anche cresciuta; Venezia, proprio per la sua posizione di grande capitale mercantile, in crescita fino al ‘500-‘600, poi decadente ma sempre estremamente ricca, per secoli ha vissuto sugli allori, un po’ all’italiana.
Tant’è che il ‘700 veneziano, che in realtà è un secolo di decadenza economica e sociale per Venezia, è da tutti visto come l’apogeo, con feste, opere, maschere e quant’altro.
Arrivati alla rivoluzione industriale, Venezia non aveva una classe imprenditoriale. E l’industria chi l’ha portata? Lo stato, a Marghera. Ma lo stato non può, per vocazione, essere innovativo e “sul pezzo” come l’imprenditoria privata, dunque tutte le aziende che hanno prosperato nei tempi del boom economico oggi sono morte, senza che nessuna amministrazione si muovesse per incentivarne la sostituzione con soggetti privati.
L’industria in terraferma si è atrofizzata, mentre il centro si è adeguato al mercato rapido e a basso valore del turismo.
La cosa poi ovviamente è esplosa, facendo piombare su Venezia il capitale estero degli Airbnb, delle catene di hotel tutti uguali e delle agenzie. Risultato: poco reddito parassitario per qualche proprietario di immobile, impennata dei prezzi per i cittadini. Che hanno iniziato ad andarsene.
Lei da ormai più di un mese è in campagna elettorale in città, e incontra la popolazione. Sta riuscendo a trasmettere questa esigenza? Come viene percepito il suo programma; anche perché oltre l’analisi le persone poi si aspettano la sintesi amministrativa.
Le persone che riesco a raggiungere, direi che recepiscono bene. Ma mi sto rendendo conto che c’è un pezzo di città attaccata ai valori parassitari che questi fatti non li vuole proprio accettare.
I miei punti programmatici fondamentali sono due, legati tra loro. Riproiettare Mestre verso la Laguna, rendendola più ricca, più cosmopolita e culturalmente aperta e, se permette, anche più bella.
E poi valorizzare l’Università. Nonostante si abbiano due Università di livello e la vicina Padova, le amministrazioni non hanno mai posto attenzione sul loro sviluppo. Eppure con una politica seria, potrebbero supplire egregiamente al problema della residenzialità in paese.
Poi il programma è molto lungo, non sto ad annoiarvi, dico solo che per alcune proposte- come la smart control room– si sveglia oggi anche l’amministrazione uscente, che dopo 11 anni di non-governo ha scoperto che si possono implementare facilmente.
Tutto questo, viene percepito dai cittadini?
No, purtroppo. La battaglia è durissima, e io penso proprio che non vincerò, ma mi batto comunque per la città. Venezia deve uscire dalla dimensione provinciale a cui parte della popolazione è attaccata, riscoprendo il valore di un’amministrazione che svolga non solo l’ordinaria amministrazione (male, aggiunge), ma che sappia governare lo straordinario.
Solo i giovani hanno capito che non porta da nessuna parte l’idea “veneziani versus gli altri”, ma il resto dell’elettorato proprio non lo capisce. Ma quale retorica “Prima i Veneziani”, se i veneziani doc stanno sparendo…
La città deve crescere e aprirsi, e il sindaco deve esserne l’ambasciatore nel mondo, sennò la decadenza sarà inarrestabile.

Lei ha apertamente detto di essere consapevole della “condizione di minorità” della candidatura, mai fortunato preludio per le amministrative. Perché dunque, anche un profilo del suo elettorato di riferimento dovrebbe andare a votare al primo turno Michele Boldrin?
I ragazzi votano perché vivranno la città potenzialmente tra 50 anni, e quindi percepiscono l’esigenza di un cambiamento. Se loro non si mobilitano, e non portano genitori ,nonni, zii a votare, il risultato sarà magro. L’idea di votare per uno che vince e che tanto so che farà un disastro, io la trovo una delle cose più suicide, più sciocche che ci siano sulla faccia della terra, e solo briciola dopo briciola possiamo provare a scalfire questa concezione.
Si delinea uno scontro all’ultimo voto tra Venturini (centrodestra) e Martella (centrosinistra). Lei sarebbe disponibile, in caso di ballottaggio, a condividere parte del suo denso programma in un ottica di appoggio elettorale, con ricadute anche nel post-voto?
Allora, su quest’ultima affermazione sarò molto brutale. Queste idee ce le abbiamo avute io e le persone che lavorano con me. Le posso mettere anche a disposizione di chiunque, ma la vita l’ho vissuta: quando le persone non hanno la competenza, non hanno la competenza; quando non hanno l’interesse, non hanno l’interesse. Per cui sono ben certo che, proclami elettorali a parte, non ne farebbero nulla. L’unica soluzione valida per il ballottaggio, sarebbe arrivarci. (ride…)
Il centrodestra parla di sicurezza, e che bisogna controllare i drogati. Ma va? E dov’erano i Vigili e la questura gli anni precedenti, mi chiedo.
Martella invece è impercettibile. Non riesce a prendere posizione su nulla, nemmeno sull’ampiamento dell’aereoporto.
E poi c’è la questione dei Bengalesi e della Moschea. La mia posizione in merito è chiarissima: sono favorevole. Mi spieghi perché ventimila lavoratori del Bangladesh, che tengono di fatto in piedi le fabbriche di Porto Marghera- sulla base di trattamenti discriminatori su cui Brugnaro è sempre stato zitto- non dovrebbero avere il proprio luogo di culto. Un sindaco dovrebbe andare dal Patriarca, e dagli altri rappresentanti confessionali, a far capire che o si integra tutti o ci si disgrega.
Per il resto, è la solita minestra sinistra-destra di sempre. Se daremo una mano al secondo turno sarò il primo a non fidarmi, perché mai i candidati hanno discusso in maniera creativa di idee con noi, pensando solo a “raccattare” con qualche posto i rappresentanti degli altri partiti. Insomma, è un po’ tutto molto mediocre.
L’ultima domanda è rivolta sia al candidato Sindaco di Venezia che al Segretario di ORA!: in che direzione vede il posto al sole di un movimento che, nonostante l’effervescenza di idee e mobilitazione, pare sempre rinchiuso nella “gabbia minoritaria”? E lo sguardo non può non cadere alle Politiche 2027.
La questione è molto chiara: noi non siamo e non saremo mai al servizio di nessuno se non di chi vuole un’Italia che cresca. E se questa visione è minoritaria nell’elettorato è perché è minoritaria l’Italia che produce, lavora e vuole crescere.
Questi italiani devono scegliere fra due strade: adattarsi, accettando il declino grattacchiando qualcosa, oppure scappare. Non capisco il senso di votare partiti come PD, Fratelli d’Italia, Lega, AVS solo perché più probabile che vincano, pur sapendo che governeranno male. Il “voto inutile” è il voto a questi partiti, non a chi come ORA! cerca di invertire la buona strada che abbiamo preso verso la povertà. E per questo noi cercheremo di dare sempre un riferimento politico a chi vuole evitare tutto questo.
Anche da soli, se non doveste trovare accordi con nessuno?
Certo, noi non abbiamo bisogno né degli stipendi parlamentari né di vincere per il gusto di vincere. Bisogna provarci, e convincere anche quei pochi, sopra la soglia del 3%, affinché sempre più gente poi trovi coraggio e ricominci a crederci. Io ci credo, e parto da Venezia.








