Vannacci e il trionfo della banalità

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Riccardo Lo Monaco
15/06/2026
Poteri

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel successo politico di Roberto Vannacci. Non tanto per l’originalità delle sue idee, che in realtà hanno ben poco di nuovo, quanto per la loro estrema semplicità. Una semplicità che non coincide con la chiarezza, ma con la riduzione della complessità del mondo a una serie di slogan immediati, facilmente memorizzabili e altrettanto facilmente condivisibili.

Dalle polemiche sui diritti degli omosessuali alle dichiarazioni sul femminicidio, dalle invettive contro la “società meticcia” fino alla retorica sull’immigrazione che sottrarrebbe lavoro agli italiani, passando per la diffidenza verso l’Unione Europea e persino per l’ipotesi di un’uscita dell’Italia dall’euro, il filo conduttore appare sempre lo stesso: la ricerca di risposte semplici a problemi complessi.

C’è un errore che molti commentatori continuano a commettere quando analizzano il fenomeno Roberto Vannacci: considerarlo un’anomalia.
Non lo è.

Al contrario, Vannacci rappresenta probabilmente una delle espressioni più coerenti e compiute di una tendenza che attraversa da anni la politica italiana e occidentale: la progressiva sostituzione della complessità con la semplificazione, dell’argomentazione con lo slogan, dell’analisi con la reazione emotiva.

Per questo motivo il successo delle sue idee non può essere liquidato come una semplice parentesi folkloristica o come il frutto di qualche provocazione estemporanea. Sarebbe un errore rassicurante, ma profondamente sbagliato.
La vera forza di Vannacci non risiede infatti nell’originalità delle sue posizioni, né nella loro solidità culturale o scientifica. Risiede, al contrario, nella loro straordinaria banalità.

È una banalità che si presenta sotto forme diverse ma che segue sempre lo stesso schema: individuare un problema complesso, ridurlo a una spiegazione immediata e offrire una soluzione intuitiva, facilmente comprensibile e soprattutto emotivamente gratificante.

Così la questione migratoria viene raccontata attraverso l’idea che gli stranieri sottraggano lavoro e opportunità agli italiani. Le trasformazioni culturali della società vengono interpretate come il risultato di una presunta perdita di identità nazionale. I temi legati ai diritti civili vengono ridotti a una contrapposizione tra normalità e devianza.
Le difficoltà economiche diventano la conseguenza di oscuri poteri sovranazionali o delle imposizioni dell’Unione Europea.

Persino l’ipotesi di un ritorno alla moneta nazionale viene presentata come una scorciatoia capace di risolvere problemi che affondano le loro radici in decenni di stagnazione economica, bassa produttività, debito pubblico e ritardi strutturali.

Il meccanismo è sempre lo stesso: la realtà viene privata delle sue sfumature e trasformata in una narrazione semplice, immediata, intuitiva. Una narrazione che non richiede conoscenze particolari, non obbliga a confrontarsi con dati o studi, non impone il fastidio del dubbio. Chiede soltanto di essere creduta.

Prendiamo ad esempio uno dei temi più frequentemente evocati da Vannacci: la critica alla cosiddetta “società meticcia”. Dietro questa espressione si nasconde una visione della cultura e dell’identità che appare difficilmente sostenibile alla luce di qualunque seria analisi storica o antropologica.
L’Italia, come ogni altra società europea, è il prodotto di secoli di incontri, contaminazioni, migrazioni, conquiste e fusioni culturali. Fenici, Greci, Romani, Longobardi, Normanni, Arabi, Francesi, Spagnoli, Austriaci: la storia della penisola è la storia di una continua stratificazione di popoli e influenze.

L’idea di una presunta purezza identitaria non è soltanto storicamente infondata. È il tentativo di trasformare una costruzione culturale complessa e dinamica in una fotografia immobile, rassicurante e artificiale. Ma proprio perché semplice, questa narrazione possiede una forza comunicativa enorme.

Lo stesso accade sul terreno dei diritti. Le dichiarazioni sulle persone omosessuali, così come quelle sul femminicidio, seguono una logica analoga: mettere in discussione categorie interpretative elaborate nel dibattito pubblico contemporaneo e sostituirle con letture più immediate e intuitive. È una strategia che trova terreno fertile in una società sempre più diffidente nei confronti della competenza e dell’approfondimento.

In questo senso, il problema non è soltanto ciò che Vannacci dice. Il problema è il modo in cui le sue affermazioni riescono a inserirsi in un clima culturale già predisposto ad accoglierle.

Viviamo infatti nell’epoca del pensiero breve. Un’epoca in cui la velocità della comunicazione tende a premiare le formule semplici e penalizzare le spiegazioni articolate.
I social media hanno trasformato il dibattito pubblico in una competizione permanente per la conquista dell’attenzione.

In questo contesto, una frase provocatoria ha inevitabilmente più successo di una riflessione complessa; uno slogan circola più rapidamente di un ragionamento; una certezza rassicurante risulta più attraente di un’analisi che riconosce la complessità dei problemi.

È qui che emerge il vero significato politico del fenomeno Vannacci. Le sue posizioni non sono forti perché dimostrano qualcosa. Sono forti perché sono facilmente memorizzabili, ripetibili e condivisibili. Funzionano perfettamente all’interno di un ecosistema mediatico che privilegia la reazione immediata rispetto alla riflessione.

Per questo molti interlocutori rimangono spiazzati. Chi è abituato a confrontarsi sul terreno delle argomentazioni tende a cercare dati, fonti, studi, controanalisi. Ma la forza di certe narrazioni non dipende dalla loro verificabilità. Dipende dalla loro capacità di fornire una spiegazione emotivamente soddisfacente.

È una dinamica che ricorda, per certi aspetti, ciò che Umberto Eco definiva l’invasione dell’irrazionalismo nella sfera pubblica: la convinzione che il sapere specialistico sia sospetto, che l’esperto sia necessariamente distante dalla realtà, che il senso comune basti a spiegare fenomeni enormemente complessi.

In questo quadro, la recente rivendicazione dell’essere “feccia” assume un significato che va ben oltre la provocazione.
Non è semplicemente un insulto ribaltato e trasformato in motivo di orgoglio. È la celebrazione politica dell’anti-élite, dell’anti-intellettualismo, della contrapposizione permanente tra il popolo autentico e chiunque venga percepito come appartenente a una sfera culturale, accademica o istituzionale.

Non conta se le affermazioni siano corrette. Conta che vengano percepite come autentiche.
Non importa la loro fondatezza. Importa il loro potere identitario.

Il punto è che questa dinamica non nasce con Vannacci. Egli rappresenta piuttosto il prodotto finale di un lungo processo di impoverimento del dibattito pubblico italiano.
Per almeno due decenni la politica ha progressivamente abbandonato il terreno della progettualità e della visione per rifugiarsi nella comunicazione immediata. Ogni forza politica, in misura diversa, ha contribuito a questa trasformazione. La promessa ha sostituito il programma. L’annuncio ha sostituito la proposta. Il consenso istantaneo ha prevalso sulla costruzione paziente di un’idea di società.

Vannacci si inserisce perfettamente in questo contesto e ne porta alle estreme conseguenze la logica. Non propone una visione particolarmente innovativa del mondo, ma offre qualcosa di più semplice: la rassicurazione che i problemi abbiano cause evidenti e soluzioni facili.

È il vecchio “si stava meglio quando si stava peggio” elevato a categoria politica. È la nostalgia trasformata in metodo di governo. È la convinzione che il passato, reale o immaginario che sia, possa costituire una risposta sufficiente alle sfide del presente.

La vera questione, allora, non riguarda soltanto Vannacci. Riguarda il terreno culturale che rende possibile il successo di questo tipo di linguaggio. Un terreno in cui la complessità viene percepita come un difetto, il dubbio come una debolezza e la competenza come un ostacolo alla comunicazione efficace.

Ma la storia insegna che le società non avanzano semplificando la realtà fino a renderla irriconoscibile. Avanzano comprendendola nella sua complessità. Ed è forse proprio qui che si trova il vero rischio del fenomeno Vannacci: non nelle singole dichiarazioni, per quanto controverse possano essere, ma nell’idea che il pensiero complesso sia un lusso inutile e che ogni problema possa essere ridotto a uno slogan, nell’abitudine collettiva a preferire la scorciatoia alla comprensione, la reazione immediata all’argomentazione, lo slogan al ragionamento.
Una rincorsa verso il basso che impoverisce il dibattito pubblico e rende sempre più difficile affrontare i problemi reali del Paese.

Quando questa convinzione si diffonde, la politica smette di essere uno strumento per interpretare il mondo e diventa semplicemente una macchina per produrre consenso.
E a quel punto il problema non è più Vannacci. Il problema è la qualità della nostra democrazia.

La banalità, in fondo, è tanto più pericolosa quanto più appare innocua. E proprio per questo merita di essere presa sul serio.