USA-Russia: da Anchorage spiragli di una nuova geometria del potere globale
Oltre la retorica: la sostanza dei non detti nei sussurri della diplomazia
Gli incontri bilaterali tra grandi potenze offrono spesso più spunti analitici nelle sfumature non dichiarate che nelle dichiarazioni ufficiali.
Il primo incontro bilaterale tra Stati Uniti e Federazione Russa, svoltosi il 15 agosto in Alaska, costituisce un caso emblematico. Oltre gli scambi retorici e delle dichiarazioni conclusive, una lettura attenta della dichiarazione congiunta e dei temi emersi evidenzia un dialogo orientato al riconoscimento tacito di interessi comuni, alla delimitazione informale delle rispettive sfere d’influenza e alla definizione di nuovi equilibri strategici su scala globale. Tutto ciò, con l’Unione Europea e l’Ucraina completamente fuori dal campo di gioco che conta.
Il bilaterale strategico: ridefinire le priorità reciproche lontani da organizzazioni terze
L’incontro non si è configurato come un vertice multilaterale, bensì come un dialogo diretto e strutturato tra due potenze sistemiche.
Questo formato, non mediato da organismi terzi o da pressioni pubbliche, ha permesso una trattativa orientata alla concretezza, incentrata su ambiti specifici in cui le parti riconoscono l’esistenza di spazi di convergenza o di co-gestione.
In questa lettura, che lascia in secondo piano le dichiarazioni scialbe sul conflitto in Ucraina*, risulta centrale un passaggio contenuto nella dichiarazione congiunta:
“La Russia e gli Stati Uniti hanno profondi interessi comuni.”
Un’affermazione apparentemente generica che però tra le righe può rivelare un’intesa sostanziale su un punto: occorre evitare l’escalation militare diretta, in particolare sul piano nucleare.
Questo implica non solo la rinuncia all’utilizzo di armamenti nucleari nel contesto di conflitti bilaterali o proxy war, ma anche un accordo implicito sulla necessità di prevenire nuove proliferazioni.
Allargando le vedute: il riferimento, se pur implicito, è evidente: l’Iran non deve accedere allo status di potenza nucleare.
Il possibile impegno bipartisan in tal senso- che va aggiunto all’intensificarsi dell’attività diplomatica della Lega Araba -potrebbe aprire scenari nuovi anche in Medio Oriente, da trattare magari in prossimi approfondimenti.

Il possibile ruolo dell’Artico come spazio negoziale: verso una “Yalta dei ghiacci”?
Non si è discusso soltanto di deterrenza nucleare. E’ evidente che uno dei principali assi del dialogo si sia incentrato sul ruolo dello spazio artico. Negli ultimi anni sempre più strategico sul piano energetico, infrastrutturale e commerciale, di recente al centro delle attenzioni mediatiche successivamente alle pretese avanzate da Trump sulla Groenlandia. (ne davamo conto nel seguente articolo su L’Europeista)
Diversi osservatori del bilaterale hanno evocato l’analogia con Yalta, non tanto per la forma quanto per la sostanza: ovvero la tacita intenzione di definire le rispettive zone di influenza.
Il quadro che emerge è il seguente:
- Mosca pronta a riconoscere l’influenza statunitense su Groenlandia, Islanda, Svalbard e territori artici americani;
- Washington disposta ad accettare la sovranità russa sulla Terra di Francesco Giuseppe e su porzioni della piattaforma continentale artica;
Nel seguente contesto, si profila un accordo attorno a un reciproco riconoscimento della libertà di navigazione e di cooperazione nell’esplorazione.
Per la Federazione Russa, l’accordo implicherebbe un prezioso riconoscimento geopolitico, ma anche l’ammissione di una vulnerabilità tecnologica. Parrebbe evidente che lo sviluppo dell’Artico richiede tecnologie avanzate e partnership che Mosca, a causa delle sanzioni e dell’isolamento economico, non può garantire autonomamente.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, otterrebbero vantaggi significativi in termini di proiezione commerciale; con l’impiego sistemico delle rotte artiche che ridurrebbe drasticamente i tempi e i costi di trasporto tra Nord America e Asia, ridisegnando le geografie del commercio marittimo globale. Questo, ovviamente, al costo di riabilitare la Russia nello scacchiere internazionale, soprattutto in funzione anti-Pechino.
L’ONU marginalizzato: il ritorno della diplomazia bilaterale
L’aspetto più rilevante in chiave sistemica è forse la marginalizzazione delle istituzioni multilaterali.
Il vertice del 15 agosto ha avuto luogo al di fuori del perimetro delle Nazioni Unite, e senza alcuna mediazione da parte di organismi sovranazionali. Questo conferma una tendenza ormai consolidata: le grandi potenze risolvono le questioni strategiche in contesti bilaterali ristretti, relegando le arene multilaterali a ruoli consultivi e non decisionali.
La sanguinosa guerra tra Israele e Hamas ha ulteriormente confermato questa irrilevanza: le risoluzioni e gli appelli delle Nazioni Unite non hanno avuto alcun peso concreto sul cessate il fuoco, mentre le dinamiche decisive sono state guidate da accordi bilaterali e mediazioni regionali.
Il tentativo di gestire il dossier “Ucraina” dall’alto
Il tema centrale dell’ incontro, in particolare a livello mediatico, è stato indubbiamente il conflitto ucraino. Sebbene affrontato con linguaggio diplomatico prudente, il contenuto geopolitico del messaggio dei due leader è chiaro: l’Ucraina rappresenta un problema di equilibrio regionale. La soluzione pertanto spetta primariamente a Mosca e Washington, escludendo Kiev e Bruxelles.
Così facendo, si da luogo ad un doppio riconoscimento implicito:
- Da parte americana: viene palesata l’impossibilità di escludere la Russia da un processo negoziale stabile e duraturo;
- Da parte russa: viene ammesso il ruolo imprescindibile degli Stati Uniti nella sicurezza dell’Europa orientale.
L’interpretazione dell’Ucraina come oggetto di gestione congiunta conferma la visione a-morale, comune a Putin e Trump, in cui ogni crisi viene trattata col linguaggio del baratto in “zone di influenza negoziabili”.
L’Unione Europea: assente strutturale nel dialogo strategico
L’incontro in Alaska ha anche segnalato l’assenza dell’Europa dai processi decisionali ad alta intensità strategica.
L’Unione Europea non è stata presente né consultata in alcuna fase concreta del dialogo, confermando una difficoltà strutturale: l’incapacità di esprimere una politica estera unitaria e coerente.
Questa marginalità si traduce in tre implicazioni principali:
- L’Europa rimane soggetta alle dinamiche di pressione esercitate da Mosca, senza potere reale di deterrenza;
- Il futuro accesso europeo alle rotte artiche dovrà necessariamente confrontarsi con le condizioni poste da Stati Uniti e Russia;
- Le crisi alle periferie dell’Unione (Balcani, Nord Africa, Caucaso) saranno trattate come “questioni locali”, da gestire con risorse politiche e finanziarie interne, e non come priorità per la stabilità globale.
In altre parole, l’Europa si trova in una posizione di eteronomia geopolitica: desidera influire sugli eventi, ma rimane vincolata da limiti strutturali, diplomatici e militari.

Il valore del dialogo strategico nel 2025 multipolare
Winston Churchill, in uno dei suoi aforismi più noti, ricordava che “è sempre meglio parlare che sparare”.
Se dobbiamo trovarne elementi positivi, il vertice in Alaska incarna appieno questa logica: anche tra attori in competizione strutturale, la comunicazione diretta resta uno strumento fondamentale per evitare derive incontrollabili.
La lezione più profonda di questo incontro risiede proprio nel contenuto ufficioso: un riconoscimento reciproco delle sfere di influenza, una gestione pragmatica dei dossier più sensibili e un contenimento condiviso del rischio nucleare.
In un sistema internazionale sempre più caratterizzato dalla rivalità tra grandi potenze, la capacità di negoziare nell’ombra può pesare più delle dispute visibili.
Anchorage, in questo senso, ha rappresentato non solo un episodio diplomatico, ma un momento di riconfigurazione degli equilibri geopolitici globali.
Russia, Usa e UE dopo Anchorage: la realpolitik oltre le idee di potenza
Di certo, se dal punto di vista della comunicazione si registra una debacle della retorica trumpiana, all’atto pratico gli interessi USA sono stati preservati. Attraverso il dialogo con Mosca, Washington ottiene un risultato proficuo nel medio periodo a livello economico-commerciale, mettendo sul piatto il costo strategico della riabilitazione russa agli occhi del mondo.
Se per gli Stati Uniti la mossa può apparire azzardata, per Putin la riapertura del dialogo con l’occidente rappresenta una strada stretta ma obbligata. Poco propenso all’assoggettamento al dragone cinese, il leader russo preferisce barattare l’ammissione di inferiorità tecnologica al riconoscimento della potenza politica. Regalo d’immagine strategicamente più che gradito ed economicamente salvifico, vista l’ormai vitale necessità per il mercato russo di riaprirsi alle rotte atlantiche.
All’appello manca ancora l’Europa, oggi più che mai chiamata a una prova di coraggio,
volta perlomeno ad unificare gli intenti diplomatici e militari del Vecchio Continente. La giornata del 18 agosto, con i leader europei e Zelensky attesi alla Casa Bianca, rappresenta probabilmente un’ultima spiaggia. O una prova di forza ora, oppure il rischio di una frammentazione irreversibile.









