USA, Primarie dem. Non vince la sinistra, non vince il centro: vince l’affidabilità

Riccardo Lo Monaco
13/08/2026
Poteri

Michigan, Wisconsin e Minnesota raccontano una storia più complessa della presunta svolta a sinistra del Partito Democratico

Nell’articolo pubblicato il 5 agosto, all’indomani della vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche per il Senato del Michigan, avevamo osservato come quel risultato potesse essere letto come un segnale importante della crescente forza dell’ala progressista del Partito Democratico. El-Sayed, candidato apertamente progressista e sostenuto dalla sinistra del partito, aveva sconfitto Haley Stevens, espressione dell’area più moderata e dell’establishment democratico, in una primaria nella quale gli apparati avevano investito pesantemente per fermarne l’ascesa.

La domanda che ci eravamo posti era se il Michigan rappresentasse l’inizio di qualcosa di più grande: una progressiva ridefinizione del Partito Democratico americano, soprattutto nel Midwest, verso posizioni più radicali.

Le primarie di Wisconsin e Minnesota, svoltesi ieri, suggeriscono una risposta molto più interessante: non sembra esserci una linea politica che stia semplicemente prevalendo sull’altra. E forse questa è proprio la buona notizia per il Partito dell’asinello.

Il Wisconsin smentisce la lettura più semplice

In Wisconsin la risposta è arrivata in modo quasi speculare rispetto al Michigan.

David Crowley, considerato il candidato più moderato, ha sconfitto Francesca Hong, rappresentante democratica di Milwaukee e candidata apertamente democratic-socialista. 

La vittoria di Crowley è arrivata al termine di una rimonta sorprendente e con un margine strettissimo, dopo che Hong era stata considerata per settimane la favorita e aveva avuto vantaggi molto consistenti nei sondaggi.

Crowley, sostenuto dal governatore uscente, sembrava inizialmente fuori dalla corsa, tanto da aver perfino abbandonato la competizione per poi rientrare in extremis proprio quando la candidatura di Hong aveva cominciato a prendere forza.

Il dato politico è importante. Se il Michigan fosse stato l’inizio di una inevitabile avanzata della sinistra democratica, il Wisconsin avrebbe dovuto confermarla, ma è successo esattamente il contrario.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato concludere che il Wisconsin dimostri il ritorno del centrismo, perché Crowley non ha affatto travolto Hong, ha vinto di misura una competizione nella quale la candidata progressista era stata a lungo considerata favorita. E Hong è riuscita comunque a portare la propria candidatura fino all’ultimo miglio, dimostrando quanto sia diventata consistente la presenza dell’ala progressista nel partito.

La conclusione, dunque, non è che “il moderato ha sconfitto la sinistra”. È che il moderato ha vinto una primaria particolarmente difficile perché, in quel particolare contesto, una parte dell’elettorato democratico ha ritenuto più affidabile la sua candidatura.

Poi arriva il Minnesota

Se ci fermassimo al Wisconsin potremmo essere tentati di correggere il tiro e dire: va bene, El-Sayed è stata un’eccezione, la sinistra ha raggiunto il proprio limite e i democratici stanno tornando verso candidati più moderati, ma il Minnesota rende però impossibile anche questa interpretazione.

Nella primaria democratica per il Senato, Peggy Flanagan ha sconfitto la deputata Angie Craig, candidata più centrista.

Flanagan ha vinto con una campagna fortemente progressista, costruita sulla lotta all’influenza delle grandi corporation, sulla difesa dei programmi sociali e sull’opposizione all’agenda di Donald Trump e alle peggiori performance dell’ICE.

Dunque: Michigan, progressista; Wisconsin, moderato; Minnesota, progressista.

Tre primarie democratiche nel Midwest, tre risultati che non possono essere facilmente ricondotti a una sola traiettoria ideologica. 

Ed è proprio questo, probabilmente, il punto.

Gli elettori democratici non stanno scegliendo un’ideologia: stanno scegliendo un candidato

La lettura più interessante dei tre risultati potrebbe essere molto meno ideologica di quanto suggerisca il dibattito interno al Partito Democratico e di quanto riportino i commenti di tanti osservatori.

Gli elettori democratici non sembrano voler dire necessariamente “Vogliamo un candidato moderato!” oppure “Vogliamo un candidato progressista!”. Sembra piuttosto che si chiedano quale tra i varii candidati sembri più credibile, più efficace e più affidabile per vincere e governare in uno specifico contesto.

E la risposta può cambiare: in Michigan quella persona è stata El-Sayed; in Wisconsin è stata Crowley; in Minnesota, Flanagan.

Non c’è contraddizione, anzi è esattamente quello che ci si dovrebbe aspettare da un grande partito.

Un grande partito non dovrebbe essere una setta ideologica

C’è una tendenza, soprattutto nel commento politico contemporaneo, a considerare ogni primaria come un referendum sulla linea politica del partito. Se vince un candidato progressista, si parla di “svolta a sinistra”. Se vince un moderato, si parla di “ritorno al centro”.

Il Partito Democratico non è un partito ideologicamente omogeneo e non dovrebbe esserlo. 

Al suo interno convivono progressisti, liberal, centristi, sindacalisti, ambientalisti, moderati suburbani, minoranze etniche, giovani urbani, elettori delle aree rurali e professionisti delle grandi città. 

È precisamente questa pluralità che gli consente, quando funziona, di essere competitivo in territori profondamente diversi.

Un democratico del Wisconsin non deve necessariamente avere le stesse priorità di un democratico di Detroit. E un elettore democratico del Minnesota può avere una diversa percezione del rapporto tra progressismo e competitività elettorale. 

Pretendere che tutti debbano scegliere lo stesso tipo di candidato significherebbe trasformare un grande partito in un movimento ideologico.

E il Partito Democratico, per sua natura, non è questo.

Il vero denominatore comune è l’affidabilità

C’è allora una parola che potrebbe spiegare meglio dei concetti di “moderazione” e “progressismo” questi risultati: affidabilità.

Affidabilità non significa necessariamente moderazione e, soprattutto, non significa immobilismo. 

Un candidato può essere molto progressista e apparire affidabile.

È probabilmente quello che è successo con Flanagan in Minnesota.

Allo stesso modo, un candidato moderato può essere percepito come più affidabile non perché gli elettori condividano necessariamente ogni sua posizione, ma perché ritengono che possa governare meglio il proprio Stato.

È plausibile che una parte dell’elettorato democratico abbia visto in Crowley proprio questo, così come un’altra parte l’abbia riscontrato in El-Sayed.

Gli elettori non votano necessariamente per il candidato più vicino alla propria posizione ideale, ma possono votare – e spesso votano – per quello che ritengono più capace di trasformare le proprie idee in risultati concreti.

È un meccanismo molto più razionale di quanto lasci intendere la narrazione dello scontro permanente tra “establishment” e “base”, tra “sinistra” e “centro”.

Il Michigan rimane comunque un segnale importante

Questo non ridimensiona affatto la vittoria di El-Sayed, anzi Il suo successo rimane uno degli elementi più significativi di questa stagione delle primarie democratiche.

El-Sayed ha sconfitto una candidata sostenuta da una parte importante dell’establishment e ha dimostrato che una candidatura progressista può vincere anche in una primaria estremamente competitiva e costosa.

Ma il Michigan va letto per quello che è: un risultato importante, non una profezia.

Il Wisconsin ci ha appena ricordato che lo stesso elettorato democratico può scegliere diversamente quando cambiano il candidato, il territorio, il tipo di elezione e la percezione della posta in gioco.

Tre Stati, tre elezioni, tre risposte

Messi insieme, Michigan, Wisconsin e Minnesota producono quindi una fotografia molto più interessante.

Se volessimo leggere questi risultati attraverso la lente della guerra tra “sinistra” e “moderati”, avremmo una sequenza apparentemente contraddittoria: prima sinistra, poi centro e poi ancora sinistra.

Ma forse la sequenza corretta è un’altra: prima il candidato ritenuto più affidabile,  poi il candidato ritenuto più affidabile e poi ancora il candidato ritenuto più affidabile.

Questa seconda lettura è meno spettacolare, ma probabilmente più vicina alla realtà.

Una nuova egemonia progressista?

Per ora, no.

Ci sono sicuramente segnali forti di crescita della sinistra democratica: El-Sayed ha vinto in Michigan, Flanagan ha vinto in Minnesota e Hong ha comunque portato una candidatura democratico-socialista a un passo dalla vittoria in Wisconsin.

La sinistra democratica non è più una componente marginale che può essere tranquillamente ignorata dall’apparato del partito.

Questo è probabilmente il cambiamento più significativo.

Ma parlare già di nuova egemonia progressista del Midwest sarebbe prematuro, perché un’egemonia implica qualcosa di più della capacità di vincere alcune primarie: implica la capacità di stabilire il criterio con cui il partito seleziona i propri candidati. E i risultati del Wisconsin dimostrano esattamente il contrario: non esiste ancora un criterio unico.

Gli elettori democratici sembrano conservare una notevole autonomia rispetto alle etichette ideologiche.

Il Partito Democratico non sta scegliendo una linea: sta cercando un equilibrio

È forse questa la conclusione più interessante che emerge dal confronto fra i tre Stati.

Il Midwest non sembra essere attraversato da una semplice ondata progressista: è attraversato da una ricerca di equilibrio.

Dopo gli anni di Trump, dopo le sconfitte democratiche e le difficoltà del partito a trovare una risposta convincente, gli elettori democratici sembrano disposti a sperimentare.

A volte scelgono un candidato molto progressista, a volte uno più moderato.

Non perché siano indecisi sulla propria identità politica, ma perché non considerano necessariamente l’identità ideologica del candidato il principale criterio di scelta. Vogliono capire se quella persona sia in grado di rappresentarli, vincere e governare.

E questo potrebbe essere persino il segnale di salute più importante per il Partito Democratico.

Un partito grande deve poter contenere El-Sayed e Crowley, Flanagan e Hong, senza che ogni primaria venga trasformata in una guerra civile sull’anima del partito.

Deve poter essere progressista quando gli elettori ritengono che il progressismo sia la risposta migliore; moderato quando gli elettori, in un altro territorio o in un’altra elezione, ritengono che la moderazione offra maggiori garanzie.

Non è incoerenza: è pluralismo politico.

Forse il vero errore sarebbe cercare di stabilire, dopo tre primarie, quale delle due anime abbia “vinto”. Perché, almeno per ora, sembra che non abbia vinto né l’una né l’altra.

Hanno vinto, di volta in volta, i candidati che sono riusciti a convincere gli elettori democratici di essere quelli più affidabili per affrontare quella specifica elezione.

È esattamente ciò che dovrebbe accadere in un grande partito: non l’eliminazione delle diverse anime, ma la loro competizione democratica all’interno di una ampia e condivisa  cornice valoriale.

Perché una primaria ci dice quale candidato piace di più agli elettori di quel partito o coalizione, mentre un’elezione generale ci dice quale candidato gli elettori nel loro complesso ritengono davvero in grado di governare.