Unicredit, Commerzbank e i rantoli del “sovranismo bancario”

Unicredit commerzbank (2)
Yuri Brioschi
17/06/2026
Interessi

C’è qualcosa di profondamente terapeutico nel guardare l’Unione Europea alle prese con i suoi stessi dogmi.
Per decenni ci è stato spiegato , con tono severo,  che il mercato unico è sacro, che la libera circolazione dei capitali è il motore del progresso e che il “nazionalismo economico” è una tara culturale sepolta nelle caverne più recondite del populismo continentale.

Poi capita che una grande banca italiana decida di prendere alla lettera i manuali di Bruxelles e di Francoforte, provando a creare un vero campione bancario transfrontaliero nel cuore manifatturiero dell’Eurozona.
E improvvisamente, la fede incrollabile nel libero mercato si dissolve come un bilancio pubblico greco ai tempi della Troika.

Il monumentale scontro tra UniCredit e il sistema politico-finanziario tedesco sul dossier Commerzbank non è semplicemente la cronaca di una complessa scalata di borsa.
È una commedia degli equivoci geopolitica che mette a nudo l’ipocrisia strutturale su cui poggia l’architettura comunitaria.

Un teatro dell’assurdo dove i ruoli tradizionali si invertono e dove la retorica dell’integrazione europea si schianta contro il muro dei campanili statali, protetti da scudi normativi che definire anacronistici è un generoso complimento.

L’audacia di Orcel e il catechismo capovolto di Berlino


L’operazione orchestrata dall’amministratore delegato di UniCredit, Andrea Orcel, si è sviluppata con la precisione chirurgica e la spregiudicatezza della grande finanza internazionale: rastrellamento di quote sul mercato approfittando del disimpegno (rivedibile) dello Stato tedesco, uso strategico di strumenti derivati per blindare le posizioni e, infine, il lancio di un’Offerta Pubblica di Scambio (OPS) che ha portato l’esposizione potenziale di Piazza Gae Aulenti oltre la soglia del 54% del capitale di Commerzbank.

Sulla carta, un capolavoro di logica industriale: fondere l’istituto di Francoforte con HypoVereinsbank (HVB), la solida controllata tedesca di UniCredit, per dare vita a un gigante bancario paneuropeo capace di non sfigurare davanti ai colossi statunitensi o cinesi.
Esattamente ciò che il Rapporto Draghi sulla competitività raccomanda di fare prima che per l’Europa cali il sipario definitivo.

Ma l’establishment tedesco, davanti all’efficienza del mercato, ha reagito con il panico tipico di chi scopre che le regole scritte per gli altri valgono anche per sé stessi.
La Germania del rigore, delle privatizzazioni forzate altrui e delle lezioni di modernità economica ha improvvisamente riscoperto il fascino antico dello statalismo difensivo.
Il management di Commerzbank, guidato da Bettina Orlopp, si è barricato dietro accuse di “aggressività”, lamentando la mancanza di un premio finanziario congruo, come se un’operazione di mercato fosse una trattativa sindacale o di calciomercato.

Il capolavoro politico, tuttavia, si è consumato a Berlino. Il comitato interministeriale tedesco ha ufficialmente respinto l’offerta di scambio, evocando lo spauracchio della perdita di sovranità creditizia sul Mittelstand, il celebre tessuto di medie imprese tedesche che – per inciso – sta già affondando da solo sotto il peso della crisi energetica e di una transizione transatlantica gestita pessimamente.
Per non farsi mancare nulla, si è attivata persino la magistratura: la Procura di Francoforte ha avviato un’indagine preliminare per “sospetta manipolazione del mercato” su input del Consiglio di fabbrica tedesco.
Un dispiegamento di forze che non si vedeva da tempo, mobilitato non contro un fondo speculativo offshore, ma contro una banca dell’Eurozona regolata dalla medesima Banca Centrale Europea.

I golden power nostrani e il paradosso di Palazzo Chigi


Se la postura di Berlino brilla per ipocrisia, la reazione di Roma non manca di una sua raffinata schizofrenia.
Il governo italiano si è affrettato a indossare l’abito del difensore del diritto comunitario. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha tuonato a Bruxelles contro i veti tedeschi, ricordando che il mercato è unico e che le barriere nazionali sono contrarie allo spirito dei trattati.
Una posizione ineccepibile, se non fosse che arriva da un Paese che ha fatto dell’uso (e dell’abuso) dello scudo pubblicistico una vera e propria dottrina di politica economica.

È qui che la tragedia si trasforma in farsa.
Come si può censurare credibilmente il protezionismo di Berlino quando a Roma si brandisce il Golden Power con la stessa disinvoltura con cui si distribuiscono bonus fiscali?
L’esempio più macroscopico – e intellettualmente imbarazzante – si è consumato proprio sul risiko bancario interno, quando l’esecutivo ha fatto capire chiaramente di voler attivare i poteri speciali per congelare i piani di UniCredit su Banco BPM.

Parliamo, sia chiaro, di un’eventuale aggregazione tra due istituti di credito italiani, con sedi in Italia, vigilati in Italia e destinati a finanziare imprese italiane. Eppure, anche in quel caso, la logica del mercato e del consolidamento è stata subordinata alla tutela di presunti equilibri politici locali, trasformando uno strumento nato per difendere gli asset strategici dalle mire dei fondi sovrani cinesi o russi in un’arma di distrazione di massa per proteggere i feudi del credito nazionale.

Questa tendenza a utilizzare i poteri speciali come un veto politico d’ufficio non fa bene al mercato europeo. Lo anestetizza. Produce un effetto raggelante sugli investitori esteri, che legittimamente si chiedono che senso abbia investire in un’Unione Bancaria dove ogni governo si riserva il diritto di far saltare il tavolo se la combinazione tra due banche non aggrada i parlamentari di riferimento del territorio.
La verità è che il Golden Power, nato con nobili intenti di sicurezza nazionale, è stato degradato a surrogato della vecchia politica industriale di Stato: non sapendo come creare valore, i governi si limitano a vietare agli altri di riorganizzarlo.

Il cortocircuito della vigilanza e l’Unione che non c’è


L’aspetto più grottesco di questa vicenda è la solitudine della Banca Centrale Europea.
Sono anni che da Francoforte arrivano accorati appelli a superare la frammentazione del settore creditizio. La BCE sa perfettamente che le banche europee, frammentate su base nazionale, non hanno né la redditività né la massa critica per competere con i giganti di Wall Street, i quali, potendo contare su un mercato domestico federale e unificato, continuano a fagocitare fette di mercato globale.

Ebbene, il caso UniCredit-Commerzbank dimostra che l’Unione Bancaria è un gigante d’argilla con i piedi d’argilla.

Abbiamo un supervisore unico (la Vigilanza BCE) e un corpus di regole unico (il Single Rulebook), ma non abbiamo la fiducia politica reciproca. Non appena i capitali iniziano a muoversi davvero da Sud a Nord, superando i vecchi confini monetari, scattano i riflessi condizionati della presunta sovranità finanziaria.
La Germania accetta di buon grado che le proprie merci invadano il resto del continente, ma non tollera che il risparmio e il credito dei propri cittadini siano gestiti da un consiglio d’amministrazione che si riunisce a Milano.

Geopolitica del declino assistito


La frammentazione finanziaria europea si traduce direttamente in debolezza geopolitica.
Senza un mercato dei capitali unificato e senza grandi conglomerati bancari transfrontalieri, l’Europa non avrà mai le risorse interne per finanziare la propria autonomia strategica, la propria difesa comune e la riconversione industriale.
Rimarrà terra di conquista, un mercato di consumatori regolato da burocrati ma privo di veri attori globali.

Se l’operazione UniCredit-Commerzbank dovesse fallire sotto i colpi dei veti politici e giudiziari di Berlino, il messaggio inviato ai mercati internazionali sarà definitivo: l’Eurozona è un condominio litigioso, non un’unione economica.
Un luogo dove le regole del mercato valgono solo finché vincono i padroni di casa tradizionali, e dove il “sovranismo bancario” è l’ultima trincea di un continente che preferisce suicidarsi in ordine sparso piuttosto che competere unito.