Sull’unicità del Medio oriente nel mondo odierno
Il Medio Oriente è ormai diventato un argomento tanto monopolizzante quando divisivo: una terra di conflitti infiniti, di diplomazie logorate, di speranze tradite.
Da decenni domina l’agenda internazionale, ma una domanda resta sospesa: si tratta realmente di una eccezione nella storia delle relazioni internazionali, o soltanto l’ennesima illusione costruita da crisi sovrapposte, percezioni esterne e orientalismi?
In un mondo sempre più incomprensibile e fragile, cosa rende il Medio Oriente la regione più incomprensibile e fragile?
Frammentazione secolare
La storia ha consegnato un Medio Oriente profondamente frammentato su tutti i livelli possibili.
Dal punto di vista geopolitico un sistema statale debole ed emergente, ereditato dal crollo dell’impero Ottomano, caratterizzato dal tradimento degli accordi Hussain McMahon e dagli accordi Sykes Picot, che antepongono gli interessi imperiali alle necessità della regione; ma l’asse più evidente è quello religioso: da una parte, nella regione sorgono i luoghi sacri delle tre religioni monoteiste con conseguenti, spesso tristi e quasi inevitabili scontri, dall’altra divisioni interne aspre tra sunniti, sciiti, drusi, alawiti, maroniti, copti, ismailiti e assiri.
A complicare il quadro ci sono le minoranze etniche, dai curdi agli armeni fino agli yazidi, ma anche i beduini e i berberi.
Anche sul piano ideologico è un terreno di continuo scontro: tra sionisti e nazionalisti arabi, panarabisti e islamisti, secolari e teocratici.
Infine, la disparità economica è estrema, per esempio il PIL pro capita dello Yemen è trenta volte inferiore a quello della confinante Arabia Saudita.
Mentre in altre regioni del mondo si affrontano uno o due di questi fattori, in Medio Oriente convivono tutti insieme, quindi ciò che può sembrare un freddo elenco, è in realtà benzina sul fuoco dei conflitti, che si infiammano con velocità e intensità senza pari.

Fragilità statale e debole controllo territoriale
Il Medio Oriente è una terra dove la fragilità statale non è l’eccezione, ma la regola. Il concetto weberiano di monopolio statale sulla violenza legittima è qui largamente assente: nessuno stato riesce a esercitare un controllo completo sul proprio territorio, convivendo spesso con attori non statali o gruppi armati, che possono operare in autonomia o talvolta fianco a fianco con lo Stato.
La debolezza della sovranità non si ferma solo ai confini interni: le violazioni della territorialità sono all’ordine del giorno. Ultimo esempio il recente attacco israeliano in Qatar. Ma non si limita ad Israele, dato che le operazioni turche nel nord di Iraq e Siria non solo hanno normalizzato l’interferenza estera nella politica regionale, ma hanno anche dato la spallata finale al regime di Assad, con risvolti ancora da decifrare.
Per capire il Medio Oriente bisogna entrare nell’ottica che il concetto stesso di Stato moderno è un concetto occidentale, totalmente esterno alla regione, che viene visto come una imposizione che ignora le tradizioni locali, come l’autorità tribale o le consolidate strutture comunitarie.
Molti stati arabi hanno raggiunto l’indipendenza solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, Siria e Giordania nel 1946, Libia nel 1951, Kuwait nel 1961, e la costruzione di questi stati non è ancora completa, altri stati ancora non hanno raggiunto l’indipendenza, basti pensare ai curdi, il più grande popolo senza uno stato, o all’impasse israelo-palestinese.
Come osserva Charles Tilly, “gli stati fanno la guerra e la guerra fa gli stati”, ovvero il processo formativo degli stati non è mai un processo pacifico, le guerre sono spesso tanto fondative degli stati quanto necessarie per ottenere la sovranità.
In questa regione però, gli stati si devono sviluppare in un contesto di pesanti interventi esterni che hanno ostacolato la naturale evoluzione dell’autorità politica e minato la sovranità statale fin dall’inizio.
Secondo Benedict Anderson, la fragilità dei paesi arabi non è un fallimento della modernizzazione, ma la mancanza di solide fondamenta istituzionali su cui poggiare quella legittimità e quella governance necessarie allo sviluppo di uno stato weberiano.
Legittimazione sistemica di attori non statali
In tutto il mondo gli attori non statali sono il segnale di un collasso statale, o di una ribellione periferica; nel Medio Oriente invece sono parte integrante del sistema di potere regionale.
Infatti, in nessun’altra regione del mondo gli attori armati non statali hanno un peso politico e militare paragonabile.
Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, i ribelli Houthi in Yemen, le Forze di Mobilitazione Popolare in Iraq, i curdi del PKK e dello YPG: sono più di milizie, ma veri e propri attori politici, spesso sono sovrani in attesa di uno Stato, come successo in Siria.
Parliamo di numeri, Hezbollah, per esempio, nel 2023 poteva contare su un arsenale di oltre 150.000 razzi e riceve circa 700 milioni di dollari l’anno dall’Iran, una forza militare superiore a quella di diversi eserciti regolari riconosciuti a livello internazionale. Una forza militare, ora fortemente ridimensionata, che doveva avere lo scopo di minacciare costantemente Israele.
La possibilità di controllare nodi strategici come lo Stretto di Hormuz, Bab el-Mandeb o il Canale di Suez rendono questi attori strumenti indispensabili nella politica regionale.
A questo riguardo, non riceve abbastanza attenzione l’importante operazione Aspides, un’operazione diplomatico-militare dell’Unione Europea, con lo scopo di difendere le navi commerciali europee che passano nel Golfo di Aden dagli attacchi degli Houti. Anche gli Stati Uniti hanno un’operazione simile, col nome di Prosperity Guardian (gli Houti hanno condotto sistematicamente attacchi contro le navi mercantili e commerciali, in supporto ad Hamas e con lo scopo di danneggiare Israele e i suoi alleati).
Solo in Medio Oriente gli attori non statali riescono a radicarsi così profondamente nello Stato stesso, e a condizionare la regione a questo livello.
Oltre il medio oriente
Devo ammettere che non tutte le fragilità qui descritte sono un’esclusiva mediorientale, anzi nessuna. Guerre civili, milizie finanziate dall’esterno e Stati deboli si ritrovano anche in Africa subsahariana o in America Latina. Frammentazioni etniche si trovano nell’area balcanica. Passati imperiali e ingerenze estere si trovano un po’ dovunque nel mondo.
Ma ciò che rende il Medio Oriente unico non è la presenza di questi fenomeni, bensì la loro densità, durata e soprattutto correlazione: religione, etnia, ideologia ed economia non restano sfere separate, si sovrappongono e si alimentano a vicenda, creando un’unica trama di instabilità.
Come osservava Fred Halliday, l’idea che il Medio Oriente sia “diverso”, o meglio, unico è diffusa tanto dentro quanto fuori la regione. Ma non si tratta di un mito orientalista né di un retaggio culturale immutabile: è il frutto di precedenti storici precisi, che hanno originato una struttura unica.
Il Medio Oriente non è quindi solo una crisi geopolitica senza fine: è uno specchio deformante che mette a nudo i limiti delle lenti con cui vediamo la politica globale.
Dalla tardiva formazione statale alle guerre per procura, dalla frammentazione interna alle continue violazioni di sovranità, il Medio Oriente si muove su regole proprie, che vengono riscritte ogni giorno, ed è la regione dove nessun analista può permettersi di usare schemi già pronti.
In un mondo sempre più fragile, il Medio Oriente si configura come il laboratorio estremo dell’instabilità: un eccezione che non conferma le regole del nostro mondo, ma le mette radicalmente in discussione.
Ma se il Medio Oriente riscrive ogni giorno le regole della politica internazionale, siamo sicuri che a breve non toccherà al resto del mondo giocare con le stesse regole?









