Un voto per l’Europa o per Mosca: la sfida decisiva della Moldova

Vincenzo D'Arienzo
28/09/2025
Frontiere

Per i moldavi che si recano oggi alle urne, il voto non riguarda soltanto chi governerà a Chișinău, ma quale direzione prenderà il paese nel cuore di una regione instabile. La repubblica di 2,4 milioni di abitanti, stretta tra Ucraina e Romania, si trova di fronte a una scelta esistenziale: consolidare il cammino verso l’Unione europea o rinnovare i legami con Mosca. Sullo sfondo, un’economia fragile, una crisi energetica che morde e un conflitto in Ucraina che proietta ombre lunghe oltre i confini. Ogni seggio conquistato, ogni partito ammesso o escluso dalla competizione diventa un tassello di una partita più grande, che riguarda tanto la sopravvivenza della democrazia moldava quanto la credibilità della politica di allargamento europea.

Una decisione che pesa sul processo elettorale

L’autorità elettorale ha deciso di escludere dalle urne il partito politico Grande Moldavia, accusato di finanziamenti illeciti. È il secondo partito filo-russo bandito a pochi giorni dal voto, dopo altre formazioni considerate legate all’oligarca fuggiasco Ilan Shor.
La misura, pur motivata da ragioni legali, trascende la dimensione giudiziaria e si colloca al cuore dello scontro geopolitico: l’orientamento della Moldavia, tra integrazione europea e riavvicinamento a Mosca.

Le esclusioni elettorali arrivano in un contesto già incandescente. Oggi i moldavi eleggono i 101 deputati del Parlamento con un sistema proporzionale a lista chiusa, soglia del 5% per i partiti e del 7% per i blocchi. La posta in gioco è altissima: il paese ha avviato nel 2024 i negoziati di adesione all’UE, ma resta attraversato da gravi fragilità economiche, una crisi energetica aggravata dalla sospensione del gas russo a Transnistria e gli effetti collaterali della guerra in Ucraina.

Le ombre di Mosca e il precedente Shor

Il caso Grande Moldavia non nasce dal nulla. Secondo le autorità, il partito avrebbe agito come erede del movimento già dichiarato fuorilegge e guidato da Ilan Shor, figura controversa accusata di corruzione e oggi residente a Mosca. Shor, che respinge ogni accusa, è percepito da molti come il volto dell’influenza russa sugli affari interni della Moldova.
Non sorprende che Mosca venga indicata come regista occulto di una campagna sovversiva: flussi di denaro provenienti da banche russe, piani per comprare voti e fomentare proteste violente, fino agli arresti di 74 persone lo scorso 22 settembre per presunti complotti con il supporto dei servizi segreti russi.

L’Unione europea e gli Stati Uniti si muovono in direzione opposta, sostenendo apertamente il governo pro-europeo di Maia Sandu. Leader come Emmanuel Macron hanno fatto visita a Chișinău, mentre senatori americani hanno chiesto a Meta e Google di agire contro la disinformazione russa. In questa cornice, ogni provvedimento amministrativo assume un valore politico ed è percepito come parte di una partita internazionale.



Sondaggi e un paese diviso

I dati mostrano un quadro elettorale polarizzato e incerto.
Un sondaggio iData (agosto 2025) attribuisce al Partito di Azione e Solidarietà (PAS, pro-UE) circa il 36% dei voti tra gli elettori decisi, ma oltre il 40% degli aventi diritto rimane indeciso. Secondo l’IRI, cresce la percentuale di cittadini convinti che il paese stia andando nella “direzione giusta”, mentre il favore verso la Russia è in calo. Tuttavia, le forze filo-russe restano consistenti, con un bacino del 20-25%, anche se indebolite dalle esclusioni.

Il PAS, guidato da Igor Grosu e legato alla presidente Maia Sandu, punta a confermare la maggioranza e proseguire le riforme per l’adesione all’UE. Sul fronte opposto, il Blocco Elettorale Patriottico (BEP) di Igor Dodon propone legami più stretti con Mosca, sfruttando il malcontento legato a inflazione e crisi energetica. Altri attori, come Alternativa di Ion Ceban o il Nostro Partito di Renato Usatîi, cercano di intercettare l’elettorato stanco della polarizzazione, con toni più pragmatici o populisti.

Il referendum costituzionale del 2024, che ha inserito l’obiettivo dell’adesione all’UE in Costituzione con appena il 50,46% dei voti, resta il simbolo di una società profondamente divisa.



Una questione di credibilità democratica

La Moldova si trova a un bivio che va oltre il mero schieramento politico. L’esclusione di più partiti legati a Mosca rischia di alimentare accuse di parzialità, polarizzando ulteriormente il dibattito interno. Il cuore del problema è la credibilità democratica del processo elettorale: come garantire sicurezza e trasparenza senza trasformare le regole in strumenti di esclusione percepiti come politici?

La presidente Maia Sandu definisce queste elezioni “le più consequenziali” della storia recente. Ha ragione: l’esito determinerà non solo la traiettoria di Chișinău, ma anche la resilienza del progetto di allargamento europeo in una regione sotto pressione russa.

Conclusioni: lo sguardo dell’Europa

Per Bruxelles, la Moldova rappresenta un banco di prova decisivo. Se il PAS riuscirà a mantenere il controllo, le riforme pro-UE potrebbero accelerare; in caso contrario, un Parlamento frammentato o dominato da forze filo-russe potrebbe bloccare o invertire il cammino europeo.

In ogni scenario, il rischio di instabilità post-elettorale è elevato: proteste di piazza, contestazioni di brogli, ritardi nella formazione di un governo. La sfida per la Moldova sarà duplice: resistere alle interferenze esterne e rafforzare la fiducia interna nelle istituzioni democratiche.

Per l’Europa, queste elezioni sono molto più che un evento locale. Sono un test della capacità dell’UE di sostenere i suoi partner più vulnerabili e di dimostrare che la prospettiva di adesione non è solo un esercizio burocratico, ma una promessa politica capace di resistere agli urti della geopolitica.