Un contingente europeo in Groenlandia: unica risposta concreta agli appetiti di Trump

Piercamillo Falasca
05/01/2026
Frontiere

Il blitz americano in Venezuela – l’operazione militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e al suo trasferimento negli Stati Uniti per essere processato – è stato venduto dalla Casa Bianca come un atto di “giustizia” contro un narco-regime. Ma nel dibattito interno americano e in quello internazionale il nodo è diventato subito un altro: senza mandato internazionale, senza approvazione del Congresso e senza un chiaro titolo di autodifesa, l’azione viene letta da molti come una violazione della sovranità e un precedente che logora le norme di convivenza tra Stati.

Il precedente, però, non resta confinato ai rapporti di potere (o di dominio, dovremmo dire) tra gli Stati Uniti e il resto delle Americhe. Nel giro di poche ore Donald Trump ha fatto ciò che ogni “potenza revisionista” (per usare una categoria che la National Security Strategy americana del 2017, durante il primo mandato Trump, usò per classificare Russia e Cina) fa quando sente vento in poppa: ha allargato l’orizzonte. Durante la conferenza stampa di ieri 4 gennaio 2026 ha ribadito che gli Stati Uniti “hanno bisogno” della Groenlandia “per motivi di difesa”, arrivando a collegare la richiesta alla dimostrazione di forza venezuelana. A Copenaghen e a Nuuk la replica è stata secca: basta minacce, la Groenlandia non è in vendita.

Il nesso tra Caracas e Nuuk è politico prima che geografico. Se un alleato occidentale normalizza l’uso unilaterale della forza per “correggere” un regime sgradito, con quale autorevolezza chiederà a Pechino di non “risolvere” la questione Taiwan, o a Mosca di non “mettere ordine” ai confini europei? Il diritto internazionale, quando diventa opzionale, non punisce i cattivi: indebolisce i giusti. E l’Europa è il primo potenziale bersaglio collaterale.

Ecco perché la Groenlandia non è una bizzarria artica. È un test di maturità europea. Se gli europei vogliono mantenere controllo politico e strategico su quel pezzo di mondo – corridoio dell’Artico, piattaforma radar, riserva di minerali critici – devono fare ciò che la Francia ha proposto mesi fa: una presenza militare europea sull’isola, anche simbolica, dispiegata accanto alla Danimarca.

Non si tratta di “sfidare” gli Stati Uniti, ma di rendere credibile l’indisponibilità europea a subire l’insensato appetito artico trumpiano. Un piccolo contingente europeo, con francesi, tedeschi, italiani e danesi, e con una fondamentale componente britannica, avrebbe un effetto sproporzionato rispetto ai numeri: alzerebbe il costo politico di qualsiasi pressione, trasformerebbe ogni ambiguità in un confronto con l’Europa nel suo insieme, e toglierebbe ossigeno alla narrazione secondo cui solo gli Stati Uniti possano garantire la sicurezza nell’Artico.


APPROFONDIMENTO: Leggi qui la Strategia francese di difesa dell’Artico, del 19 luglio 2025


C’è anche un motivo più profondo, e più scomodo. Un contingente europeo in Groenlandia sarebbe un argine non solo alle pressioni territoriali, ma a una tentazione politica: quella di trattare l’Europa come un mosaico da dividere, contrattare e disciplinare, trasformando l’Unione in un insieme di Stati clienti – utili come mercato, irrilevanti come soggetto. La presenza comune cambierebbe il gioco: renderebbe ogni pressione su Copenaghen una pressione sull’Europa intera, e toglierebbe spazio alla diplomazia bilaterale come strumento di disgregazione. In altre parole: non è solo deterrenza militare, è immunità politica.

In fondo, la lezione venezuelana non è che la forza funzioni. Questo lo sapevamo già. È che la forza, quando non trova argini, crea nuovi appetiti. Se l’Europa vuole evitare che la prossima “operazione brillante” venga immaginata sulle sue mappe, deve smettere di limitarsi a deplorare. Deve presidiare.