Contro tutto e contro tutti, l’Ucraina ha resistito anche nel 2025. Ecco come
L’Ucraina ci ha abituati alle sorprese. Nel 2022, quando la Russia ha invaso simultaneamente nove sue regioni, nessuno avrebbe scommesso che potesse sopravvivere: nel nostro immaginario la Russia era ancora il gigante sovietico, quella superpotenza che partecipava a spartizioni del pianeta e a lotte per lo spazio extraterrestre, mentre l’Ucraina era un paese povero conosciuto tutt’al più per le badanti e per un paio di calciatori.
L’esito del primo anno di guerra ha demolito entrambi gli stereotipi.
Poi, complice la doppiezza di Joe Biden e dei leader europei, il conflitto si è avvitato in tre anni di pauroso logoramento, nei quali Ucraina e Russia hanno fatto di tutto per dissanguarsi a vicenda nella sostanziale immobilità delle posizioni dei due eserciti.
Un milione e 300.000 tra morti e feriti per la Russia, mezzo milione per l’Ucraina, a fronte di cambiamenti territoriali ridotti a una manciata di terra appena più estesa del Molise.
Per tre anni gli ucraini si sono aggrappati alla speranza che l’economia russa crollasse prima del loro esercito. I russi, dal canto loro, si sono aggrappati alla speranza che il sostegno americano ed europeo crollasse prima della loro economia.
E qui è arrivata la seconda sorpresa per chi tra noi viveva ancora immerso in un immaginario novecentesco: dal febbraio 2025 il nuovo presidente degli Stati Uniti ha sposato candidamente la linea della Russia su come la guerra si debba concludere, ha sottoposto il governo ucraino a mesi di pressioni e di ricatti, e tuttavia non è ancora riuscito a raggiungere il suo obiettivo.
In breve, Mosca non sta riuscendo a vincere una guerra contro un paese confinante di media taglia nonostante il supporto diplomatico di Washington: se l’avessero detto a mia nonna negli anni ‘70, non ci avrebbe creduto.
Evidentemente il mondo è già molto più “multipolare” di quanto avrebbero mai sognato i veggenti della sedicente “geopolitica”. Il sostegno politico dell’Europa – che sia arrivato per scelta o per necessità – conta assai più di quanto avrebbe contato mezzo secolo fa.
Ora Volodymyr Zelensky sta conducendo l’ennesimo “negoziato” con Donald Trump, dal quale uscirà l’ennesimo piano per un’Ucraina mutilata anche se ancora indipendente.
Non sappiamo se i russi lo accetteranno o se insisteranno – per scelta o per necessità – nel pretendere un’Ucraina del tutto sottomessa.
Sappiamo, però, che questa pantomima sfiancante va avanti da undici mesi, nei quali intanto Kiev ha continuato a respingere gli invasori e a difendere il suo diritto a esistere come nazione libera e sovrana.
Come le è riuscito questo apparente miracolo?
Acciaio e silicio
Il primo fattore è il complesso industriale dell’Ucraina.
In quattro anni di combattimenti ad alta intensità, il paese aggredito si è dovuto dotare di una base produttiva all’altezza delle sue esigenze. Se fino al 2023 dipendeva dal supporto occidentale per forniture vitali come quelle di munizioni, missili e pezzi d’artiglieria, oggi supera qualunque paese NATO nella loro produzione.
Ma la vera rivoluzione è stata quella dei droni.
Ormai sono i veri killer di questo conflitto, responsabili di oltre il 75% delle uccisioni o dei ferimenti gravi.
In tutta l’Ucraina sono attive più di 500 aziende, spesso nate come gruppi spontanei di ingegneri e programmatori, che li fabbricano e ne sviluppano nuovi prototipi, con un output impressionante: 2 milioni di droni all’anno fabbricati già oggi, 4 milioni all’anno di capacità potenziale.
Oltre ai classici droni aerei “con visuale in prima persona”, che sono stati tra l’altro protagonisti della spettacolare Operazione Ragnatela, l’Ucraina ha creato droni marini che danno la caccia alle navi russe fino al Mediterraneo e all’Atlantico.
Droni di terra evacuano i soldati feriti e individuano le mine nel sottosuolo. Un robot della DevDroid ha difeso per un mese e mezzo e senza aiuto umano una posizione contro gli assalti dei russi.
L’Ucraina, inoltre, è forse l’unica potenza al mondo ad aver sviluppato un software di Comando e controllo unificato multidominio, chiamato Delta.
Avete letto bene: ci è arrivata prima degli Stati Uniti. Non male per il “paese delle badanti”.
Essendo questo il settore di punta dell’industria militare contemporanea, le aziende europee e statunitensi si stanno affrettando a formare consorzi con quelle di Kiev.
Talvolta propongono di esternalizzare la produzione su suolo europeo, non ancora attaccabile dai russi (come hanno fatto ad esempio i danesi). In altri casi avviene l’opposto: l’azienda occidentale mette a punto nuovi modelli sfruttando il grande (e poco costoso) laboratorio ucraino.
La “linea del fronte” non c’è più
Anche i russi, beninteso, hanno fatto pericolosi passi avanti nella guerra dei droni.
I droni a fibra ottica, forniti senza scrupoli dalla Cina, hanno reso un incubo ogni spostamento degli ucraini dalle retrovie alla prima linea per portare i rifornimenti.
I soldati ucraini ormai fanno collette per comprare semplici automobili, perché ogni veicolo che usano (che sia un carro armato, un blindato o una Panda) dura spesso per un viaggio solo.
Lo stesso concetto di “linea del fronte” è diventato inadeguato a rappresentare quello che sta accadendo. Su campi di battaglia come Pokrovsk, tra le unità russe e quelle ucraine c’è spesso una terra di nessuno di decine di km, dove piccole squadre braccate dai droni tentano di infiltrarsi e di nascondersi finché non diventano abbastanza numerose da assaltare una posizione.
I russi si sono ridotti a tentare queste infiltrazioni in motocicletta, in monopattino o persino a cavallo. Dunque, quando leggete sul giornale che “i russi avanzano” e che un certo fronte “potrebbe collassare”, riservatevi il beneficio del dubbio.
L’incubo dei civili sono invece gli Shahed, velivoli esplosivi di oltre due metri copiati e perfezionati da un modello originale iraniano, che vengono lanciati contro le città ucraine al ritmo di oltre 4.500 al mese.
Nel corso del 2025 hanno “imparato” a volare a una maggiore altitudine per acquisire più velocità nella picchiata e addirittura a scartare durante quest’ultima per evitare la contraerea.
L’ecosistema dell’innovazione ucraina si è ovviamente attivato per produrre dei droni intercettori sempre più sofisticati (come quelli di Wild Hornets). Ma il tasso di intercettazione continua ad aggirarsi tra l’80% e il 90%.
Gli sciami di droni, peraltro, servono spesso solo a saturare le difese aeree prima degli attacchi missilistici: attacchi contro i quali le intercettazioni, nonostante il prezioso aiuto dei caccia F-16 donati dal Nord Europa, non superano il 60%.
I lutti per i civili ucraini assassinati, purtroppo, nel 2025 sono stati quasi 4.000 in più che nel 2024.
I giacimenti nazionali di metano sono stati resi inservibili, cosicché per riscaldarsi gli ucraini devono importare dall’estero 19 volte più gas che nel 2024.
Anche le centrali elettriche non nucleari sono state tutte colpite almeno una volta, e oggi in molte città ucraine il rumore dei generatori a diesel è diventato il suono della vita e della speranza.
“Due pugili al dodicesimo round”
Un quadro del genere appare cupo e giustamente preoccupante in vista del 2026. Bisogna, però, considerare che anche la Russia è molto vicina a raggiungere il punto di rottura oltre il quale non potrà più finanziare la sua invasione. Come ha detto il capo dei servizi segreti militari ucraini Kyrylo Budanov, “siamo come due pugili arrivati al dodicesimo round”.
Il fatto è che, dopo almeno tre anni di sanzioni e di riconversione totale per lo sforzo bellico, settori sempre più numerosi dell’economia russa stanno passando dall’essere in guadagno (e quindi un bacino di entrate fiscali per il Cremlino) all’essere in perdita (e quindi un peso che drena spesa pubblica al Cremlino).
Quello più evidente è l’industria, dove la stessa Rosstat a novembre ha certificato un autentico tracollo della produzione rispetto a un anno prima: vale per i trasporti (motori -48%, frizioni -37%, telai -38%, pneumatici -29%, trattori -61%, camion -43%, bus -28%, locomotive -24%, vagoni -44%), per l’edilizia (ascensori -37%, pompe industriali -38%, tubi -42%, caldaie -29%, bulldozer -53%, cemento -10%, mattoni tra -14% e -20% a seconda del materiale), per la siderurgia (-4,1%) e per la chimica (-1,7%). I dati includono i prodotti destinati all’esercito.
In generale, gli ordinativi per le aziende sono i più bassi dal 1998 e una piccola o media impresa su tre è convinta di fallire nei prossimi sei mesi.
A causa delle sanzioni e degli attacchi dei droni ucraini, anche il settore petrolifero è diventato sempre meno redditizio nel corso del 2025.
Rosneft, ad esempio, ha avuto un profitto netto di 1,8 miliardi nel primo trimestre, di 750 milioni nel secondo e di 340 milioni nel terzo. Nel quarto trimestre rischia di andare direttamente in perdita, visto che il petrolio russo ormai si vende con uno sconto talmente generoso da non ripagare nemmeno il suo costo di estrazione e spedizione (35 dollari al barile contro 46).
Metano e carbone sono già fuori mercato da oltre un anno.
Non potendo più contare sull’aumento delle entrate fiscali, Putin deve indebitarsi. E molto.
Nel 2025 ha emesso titoli di debito per l’equivalente di 84 miliardi di euro, che sono stati acquistati forzatamente dalle banche russe (con soldi prestati a loro volta dalla Banca Centrale).
E se lo stato centrale deve indebitarsi, a maggior ragione devono farlo le singole repubbliche della Federazione Russa, che per la prima volta nel 2025 hanno riportato un bilancio in passivo: ricordiamo che finora erano state quelle a pagare i bonus di arruolamento ai soldati.
Insomma, tutto sembra convergere verso un’interruzione delle ostilità per l’esaurimento delle risorse dei due combattenti.
Troppo sanguinoso il costo demografico e sociale per l’Ucraina, troppo pesante quello economico e industriale per la Russia.
Il piano di Trump per chiudere la questione con una “vittoria russa ma solo a metà” ha più di una chance di realizzarsi.
Ammesso, naturalmente, che il potere di Putin possa sopravvivere a una “vittoria solo a metà”.
Se non può, prepariamoci a vedere i pugili battersi per molti altri round.









