Ucraina e Islanda: l’Europa a più velocità diventerà prassi
L’incrocio degli assi: le prossime adesioni mostreranno come l’Unione modulare sia un processo naturale.
Due negoziati apparentemente lontani, la pesca islandese e l’agricoltura ucraina nel mercato unico, mettono a nudo una verità adolescenziale dell’Unione Europea che gli europeisti sostengono da un po’.

Il tema della pesca in Islanda
In Islanda il referendum del 29 agosto potrebbe riaprire i negoziati di adesione all’Unione Europea. Il vero ostacolo non è l’allineamento normativo ma l’incompatibilità della sovranità sullo sfruttamento delle risorse ittiche che tanto cara è agli islandesi con la Politica Comune della Pesca (PCP) dell’Unione. Questa sancisce la competenza dell’Unione sulle risorse della pesca e obbliga gli Stati membri a garantire un accesso paritario alle Zone Economiche Esclusive (ZEE) . Nei precedenti negoziati, interrotti nel 2013, proprio il rifiuto islandese di cedere il controllo delle proprie acque aveva portato le trattative al collasso.
Oggi l’urgenza di blindare l’Artico contro le ambizioni russe spinge Bruxelles ad inventarsi un pragmatismo senza precedenti. In vista del referendum, il Commissario europeo per la Pesca, Costas Kadis, ha dichiarato l’intenzione di concedere a Reykjavík un ampio “margine di flessibilità”, ipotizzando forme di esenzione sull’accesso alle acque territoriali e la stipula di “accordi di condivisione degli stock ittici” basati su “arrangements tailored on fisheries”. La pesca in Islanda è davvero il dossier identitario di questo referendum, la paura di entrare nella Politica Comune della Pesca è uno dei principali argomenti del fronte contrario all’adesione.
Di fatto, la Commissione si è dichiarata pronta a istituzionalizzare una deroga permanente alla PCP, ammettendo che il quadro normativo attuale è troppo rigido per accogliere nazioni con un’identità marittima così radicata. Questa proposta non è solo un compromesso, ma crea il precedente giuridico di rottura dell’uniformità del diritto comunitario, una tendenza inesorabile verso un’Europa modulare.
La questione agricola ucraina
L’Ucraina nell’Unione Europea imporrebbe una sfida quasi speculare. In questo caso, il nodo è la Politica Agricola Comune (PAC), progettata per sostenere le aziende agricole dei paesi membri. La Politica Agricola Comune (PAC) assorbe un terzo del budget comunitario, ed è calibrata sulla superficie agricola utile. L’ingresso di Kyiv aggiungerebbe oltre 40 milioni di ettari al mercato unico, alterando radicalmente la distribuzione dei contributi. Con gli attuali criteri l’Ucraina diverrebbe il primo beneficiario, imponendo tagli drastici ai fondi destinati ad agricoltori storici, in particolare francesi, polacchi e italiani.
Di fronte a questa prospettiva allora, il Governo ucraino che cerca una adesione più rapida possibile ha recentemente avanzato una ipotesi di compromesso: da membro dell’Unione Kyiv propone di rinunciare ai sussidi agricoli europei per i primi quindici anni, dicono: “una generazione”.
Long story short: nel dubbio la Commissione non ha risposto nè sì nè no.
Ma … la posizione dell’UE per l’Ucraina è quella di un’adesione graduale, con periodi transitori e strumenti personalizzati di bilanciamento per evitare shock al mercato agricolo interno.

Deroga is the new normal
Diventa evidente come questi due negoziati riscriveranno le regole d’ingresso nell’Unione, con buona pace di tutti quei balcanici che stanno ad aspettare. Spinta ad allargarsi mentre gli altri si espandono, Bruxelles sta abbandonando il paradigma dell’integrazione totale. Che si tratti di quote pesca nel Nord Atlantico o di fondi per i cereali ad Est, l’Unione Europea si prepara a istituzionalizzare una struttura “a geometria variabile”.
A dimostrazione di questa teoria ci sono esempi precedenti, e non pochi: Danimarca, Irlanda, Svezia, Polonia, Croazia Bulgaria Romania, Grecia e altri paesi del grande allargamento del 2014 hanno visto eccezioni più o meno rilevanti necessarie per non impedire il processo di adesione, ma nessuna di queste probabilmente della portata dei casi di Islanda e Ucraina.
L’Europa del futuro gestirà il proprio allargamento non più come un monolite normativo, ma attraverso trattati asimmetrici, dove la deroga tecnica diventerà il nuovo normale. Ancora una volta, come già dicevamo in altri articoli, la forza dell’Europa sta nel fatto che può cambiare forma quando è necessario.
Verrebbe da chiedersi se non stiamo perdendo tempo. L’Europa a due velocità che dovevamo fare già non basta più, abbiamo bisogno di una “Europa a più velocità”. Più di due insomma.









