Tutte le vie passano da Hormuz. I rischi nascosti di un lungo conflitto
Camminiamo verso un disastro di proporzioni bibliche nel silenzio spettrale (e probabilmente coordinato) dei media e dell’opinione pubblica.
Non lo diciamo noi, lo dice chi ci governa.
“Per lavoro leggo cose che non mi fanno dormire”. Guido Crosetto
“Le proporzioni del disastro potranno essere simili a quelle del Covid”. Friedrich Merz
“Non viaggiate per evitare mancanza di carburanti”. Unione Europea.
Quello che sta succedendo ad Hormuz, nel Golfo, in Iran e potenzialmente nello stretto di Bab-el-Mandeb ad opera degli Houthi (porta di accesso al Mediterraneo da Oriente) rischia di diventare una situazione cataclismatica. Ci stanno facendo guardare altrove per paura di una “corsa agli sportelli” con prelievi, pieni di benzina e taniche, carrelli stracolmi di scatolette, medici di famiglia presi d’assalto. Ma la preoccupazione è reale.
E non è per il pieno di benzina. Almeno non solo per quello. Se avrete la pazienza di leggere fino in fondo, capirete il perché.
L’opinione pubblica si sta focalizzando proprio sulla benzina, che è cresciuta insieme al prezzo del petrolio. L’impatto del prezzo dell’oro nero sulla nostra economia si è notevolmente ridotto nel tempo, aldilà dell’ovvio impatto psicologico sulle persone. Ma in questo caso ci sono due aspetti di enorme rilevanza:
- il potenziale per una mancanza del prodotto, non solo un tema di costi;
- la disruption della logistica sull’asse oriente-occidente;
- l’impatto su una serie di catene di approvvigionamento nel settore chimico e petrolchimico, più oscure ma ugualmente terrificanti. Ed è questo il punto focale su cui vogliamo accendere la luce.
Partiamo comunque dal primo aspetto: manca la benzina in moltissime stazioni di servizio in Australia, in Thailandia si chiede di ridurre l’uso di condizionatori, nelle Filippine la settimana lavorativa è ora di 4 giorni, in Vietnam si incentiva il lavoro da remoto. E l’UE sconsiglia i viaggi. E se mancasse davvero la benzina? Dallo stretto di Hormuz passa un quinto del petrolio mondiale. L’Arabia Saudita sta rimediando con un oleodotto che attraversa tutto il deserto, costruito proprio per questa evenienza. Ma non basta.
L’Europa acquista meno petrolio dal Golfo di molti paesi orientali, a partire dalla Cina. Ma l’effetto domino di una strozzatura dell’offerta non ci lascerebbe indenni. Come durante la crisi del 2022, una petroliera o gasiera in mezzo al mare può decidere nottetempo di dirigersi dove viene pagata di più. Dunque pagare o perire. O perire pagando, in casi estremi.
Evitiamo di parlare poi dell’effetto sulle catene del trasporto logistico, con il loro effetto a cascata a livello inflattivo su ogni prodotto che debba essere spostato.
Sul secondo punto invece, attacchi dallo Yemen nello stretto di Bab-el-Mandeb sarebbero ancora più destabilizzanti per l’Europa. Da lì passa oltre il 12% del petrolio mondiale e il 13% del commercio mondiale. Da lì riceviamo beni di ogni tipo dalle catene di approvvigionamento cinesi e del sud-est asiatico. Potenzialmente una catastrofe ed un particolare punto di attenzione per l’Italia che comanda la missione Aspides per la scorta delle navi nello stretto dagli attacchi degli Houthi. Un rischio, forse ancor più a livello politico che militare.
E se il rischio peggiore fosse la carestia?
Ma il punto centrale, come detto, è il terzo: le catene di approvvigionamento del settore chimico e petrolchimico. E su tre direttrici ci soffermiamo (seppur ce ne siano anche di più).
Circa il 50% dell’urea scambiata a livello mondiale — il fertilizzante azotato che sostiene quasi metà della produzione alimentare globale — proviene dal Golfo e transita per lo Stretto di Hormuz. La sola QAFCO del Qatar produce 5,6 milioni di tonnellate l’anno, pari al 14% dell’offerta mondiale: dal 18 marzo è fuori linea dopo gli attacchi a Ras Laffan. A questo si aggiungono il decreto russo di restrizione alle esportazioni di azoto e il divieto cinese sui fosfati fino ad agosto 2026: le tre maggiori fonti di azoto del pianeta sono contemporaneamente bloccate.
Le finestre di semina primaverile dell’emisfero nord si stanno chiudendo. Gli agricoltori italiani dispongono oggi di appena il 15% del fertilizzante necessario; il prezzo dell’urea è passato da 55 a 75 euro al quintale in meno di un mese. Un calo globale dei raccolti del 5–10% è ormai considerato certo, con concentrazione nei paesi con riserve più esigue, dove una carenza del 20% non significa minori profitti, ma fame. A differenza del petrolio, per i fertilizzanti non esistono riserve strategiche dei paesi G7 né oleodotti alternativi: anche nell’ipotesi migliore, se lo stretto riaprisse immediatamente, il riavvio della produzione e della logistica richiederebbe settimane — settimane che gli agricoltori non hanno. Kaja Kallas è stata esplicita: “Se non avremo fertilizzanti quest’anno, avremo una carestia l’anno prossimo.”
Nel 2025 il Qatar ha prodotto circa 63 milioni di metri cubi di elio — un terzo dei 190 milioni di metri cubi estratti a livello globale secondo l’US Geological Survey. L’elio è un sottoprodotto del GNL: quando QatarEnergy ha fermato Ras Laffan il 4 marzo invocando forza maggiore, ha interrotto simultaneamente gas, fertilizzanti ed elio. Circa 200 container criogenici sono attualmente bloccati in Medio Oriente.
La filiera colpita è più strategica di quanto appaia. L’elio è indispensabile per la produzione di semiconduttori e non ha sostituti praticabili: senza di esso non si possono produrre chip avanzati. Viene utilizzato nel raffreddamento dei wafer di silicio durante la litografia EUV, nei processi CVD e nel collaudo dell’ermeticità dei circuiti. Fitch Ratings stima che la Corea del Sud importi circa il 64,7% del proprio elio dal Qatar, mentre Taiwan ne dipende per il 60–70%. Insieme i due paesi valgono circa il 36% della capacità globale di semiconduttori, ospitando gli impianti chiave di TSMC, Samsung e SK Hynix.
Il prezzo spot dell’elio ha già registrato un aumento di circa il 50%
Se le condizioni di interruzione dell’approvvigionamento persistono, il mercato si troverà a corto di circa 5,2 milioni di metri cubi al mese. L’impatto non è limitato al tech: l’elio è cruciale anche per i magneti superconduttori delle risonanze magnetiche, e i costi degli esami medici sono destinati ad aumentare di conseguenza. Secondo Fitch, circa il 14% della capacità di export qatariota resterà fuori gioco per tre-cinque anni — indipendentemente da quando Hormuz riaprirà. Airgas, gigante del settore, ha dichiarato la Forza Maggiore e ridurrà le consegne di elio ai suoi clienti del 50%. Un disastro.
Il punto più critico dell’intera catena farmaceutica si trova a Mumbai, Chennai e Hyderabad: i distretti industriali indiani che producono tra il 40 e il 47% dei farmaci generici consumati negli Stati Uniti e che riforniscono gran parte del mondo in via di sviluppo. L’India importa annualmente 4,35 miliardi di dollari in principi attivi, il 74% dei quali dalla Cina. Ma i precursori critici che servono alle industrie cinesi e indiane per sintetizzare quei principi attivi — il metanolo e il glicole etilenico — dipendono in larghissima parte dallo Stretto di Hormuz. Una compressa di paracetamolo, un antibiotico, un antidiabetico o un farmaco oncologico nascono tutti da una catena di trasformazioni che parte dagli idrocarburi del Golfo.
Circa il 70% dei farmaci dispensati in Europa è costituito da generici, e la produzione dei loro input si è progressivamente spostata fuori dall’UE
Le scorte attuali coprono mediamente due o tre mesi — un margine concepito per interruzioni limitate, non per una crisi strutturale. Secondo gli operatori della filiera, un conflitto oltre cinque settimane renderebbe elevato il rischio di carenze diffuse, con impatto prioritario sui farmaci equivalenti a basso costo, in particolare quelli con prezzo inferiore ai 5 euro a confezione. I costi del trasporto aereo farmaceutico sono già aumentati del 400% in 48 ore, con produttori come Dr. Reddy’s che hanno lanciato l’allarme per l’imminente carenza di scorte. La dipendenza strutturale era nota prima del Covid, denunciata di nuovo con la guerra in Ucraina: Hormuz la rende questa volta difficilmente aggirabile.
Ora, se alla fine di questo articolo avete già le chiavi della macchina in mano, posatele
Né a voi né alla collettività serve il panico. La speranza di tutti è che si trovi un compromesso o che i governi si stiano preparando, a partire da qualche bella domenica a piedi come nei racconti dei nostri genitori. La consapevolezza, però, è necessaria.








