E se il turismo fosse una droga che sta paralizzando la nostra economia?

turismo droga economia
Emanuele Pinelli
19/05/2026
Interessi

Cominciamo da un aneddoto.
Sabato scorso, intorno alla fontana di Trevi, è scoppiata una rissa tra due bande di approfittatori che truffavano i turisti con il “gioco delle tre campanelle”.

Ciascuna delle due fazioni rivendicava il diritto esclusivo di spolpare i giapponesi, i canadesi e gli altri sfortunati visitatori della piazzetta più kitsch e hollywoodiana di Roma.

La folla, pressata tra la fontana e i blocchi che da qualche mese filtrano l’accesso alla piazzetta, ha iniziato a scappare disordinatamente, travolgendo due tedesche non più giovanissime che stavano lì a prendersi un aperitivo. Per poco non si è sfiorata la tragedia.

L’aneddoto è interessante perché ha mostrato in mondovisione non solo il livello di degrado che il centro di Roma ha raggiunto, ma anche la completa impotenza delle autorità nell’arginarlo.

I blocchi non sono serviti a nulla contro le bande di truffatori, e forse sono stati persino controproducenti nel garantire la sicurezza delle due tedesche.
Il tutto mentre le stradine del vicino Campo Marzio, che di filtri all’ingresso non ne hanno, sono ridotte a un fiume umano permanente e senza vie di fuga laterali in caso di pericolo: se qualche spostato mentale, dopo aver trovato su Tiktok dichiarazioni eccitanti sul Corano e sul trionfo della Spada dell’Islam contro gli infedeli, decidesse di ammazzare a coltellate una dozzina di persone ammassate in quei vicoli, potrebbe farlo senza difficoltà.

Accuse e difesa


Ora, di lamentele contro il turismo di massa se ne sentono in continuazione: viene accusato di aver sfigurato i centri storici delle città, di aver fatto impennare il prezzo delle case nelle periferie, di aver diffuso sporcizia e insicurezza, di aver omologato i negozi, imbarbarito l’offerta culturale, ridotto a parchi giochi senz’anima i luoghi dell’infanzia e della giovinezza di milioni di italiani.

Sono tutte accuse fondate, per carità.

Ma sono anche accuse alle quali si potrebbe ribattere: “In cambio di questi disagi arrivano miliardi di indotto, centinaia di migliaia di posti di lavoro e milioni di incassi per i Comuni che sono sempre a corto di risorse”.

Le associazioni di categoria sono tenaci nel ribadire questi benefici e nel raccogliere dati che li confermino.
Così Federalberghi e FIPE registrano ogni anno il numero dei nuovi occupati nel settore turistico, stimandone 200.000 solo dal 2022 e il 2025 (un quinto dei nuovi occupati in tutta l’economia italiana), mentre Booking e Airbnb celebrano gli oltre 300.000 gestori privati di case vacanza (per più di due terzi donne, età media 53 anni: la vera via italiana al lavoro femminile, altro che upskilling, reskilling, role models ed empowerment).

A conti fatti, oggi il 7% dei lavoratori italiani è assorbito direttamente dal settore turistico e un altro 6% dal suo indotto: è il dato più alto in Europa dopo quello della Grecia.

Sul piano finanziario, il World Travel&Tourism Council ha censito 12 miliardi di investimenti in strutture turistiche italiane solo l’anno scorso, a cui si aggiunge un miliardo e mezzo all’anno di investimenti “pubblici” col PNRR.

Nessuno contesta questi dati.
Il problema è che questi dati non sono una buona notizia.

Una scorciatoia che finisce in un baratro


Il lavoro negli alberghi, nei bar, nei ristoranti e negli stabilimenti ha almeno due grossi difetti: il basso valore aggiunto e la stagionalità.
Un’ora passata a spostare piatti da una cucina a una sala, per quanto faticosa, non aggiunge molto valore alle materie prime di partenza: il titolare non può chiedere ai clienti di pagare troppo per ricevere quel servizio, e dunque non può retribuirlo come si deve al suo dipendente.

I numeri a questo proposito sono spietati: la retribuzione lorda nel settore turistico è di appena 22.000 euro all’anno, contro i 32.000 della media italiana per i dipendenti – che già gridano vendetta rispetto ad altri paesi europei.
Non c’è da stupirsi se poi dilagano il lavoro nero, il lavoro grigio e gli straordinari non dichiarati.

A ciò si somma il problema della stagionalità: il lavoro nelle strutture turistiche è spesso discontinuo, e nei mesi di pausa deve essere integrato dal sussidio di disoccupazione, riducendo ancora di più il rapporto costi-benefici per la collettività.
In alcune aree della provincia italiana, inoltre, durante i mesi coperti dal sussidio c’è chi arrotonda lavorando in nero nell’agricoltura, il che non sarebbe possibile se l’agricoltura non fosse a sua volta mantenuta in vita artificialmente con sussidi sia europei che nazionali.

Inutile girarci intorno: non è una buona notizia il fatto che il 13% degli italiani debba guadagnarsi da vivere così. È una notizia preoccupante.
La percentuale di occupati nel turismo è proprio uno dei classici indicatori che si guardano per capire se un paese si stia sviluppando o si stia impoverendo.

Il mondo politico dovrebbe studiare delle contromisure, invece di sbrodolarsi in complimenti come quelli recenti della presidente Meloni, per la quale il turismo “è uno degli strumenti principe con cui il popolo italiano parla al mondo della sua identità, la fa conoscere e la rende così ammirata”.

(Cosa rimanga della “identità del popolo italiano” nei centri storici spopolati e nei borghi plastificati è un bel mistero).

Dovrebbe chiedersi se c’è un’alternativa a tenere milioni di cittadini intrappolati in lavori sia faticosi che sottopagati, invece di stanziare 400 milioni all’anno per un “Ministero del Turismo” che si impegna per farne intrappolare ancora di più.

Il turismo è come il petrolio: una maledizione e una droga


Ma ciò che fa più spavento è che non è detto che l’alternativa esista.

I flussi turistici globali si sono ingigantiti negli ultimi vent’anni, grazie all’aumento della popolazione umana e soprattutto alla diffusione senza precedenti del benessere fuori dall’Occidente.
Una città come Roma ha raddoppiato gli arrivi dal 2000 ad oggi. E migliaia di imprenditori italiani, giustamente dal loro punto di vista, si sono dunque fatti l’idea di poter vivere cavalcando l’onda.

La famosa metafora del petrolio è in realtà adeguatissima: la globalizzazione ha riversato sotto le città e sotto i borghi italiani un giacimento inesauribile da sfruttare a bassissimo costo e con un rischio d’impresa ridotto al minimo. Basta trivellare e qualcosa si trova.
Salvo incredibili colpi di sfortuna, un albergo a Firenze o un ristorante sulle Dolomiti avrà per forza dei clienti.

E così quei 12 miliardi all’anno di investimenti, che avrebbero potuto trasformare l’Italia in una potenza cibernetica, robotica, energetica o biomedica (assumendosi un rischio d’impresa elevato), sono stati invece prudentemente parcheggiati nel turismo.

Ma quel che è peggio è che questo calcolo di convenienza non viene fatto solo dagli imprenditori: viene fatto anche dai lavoratori.
Un ragazzo annoiato dalla scuola ha sempre l’illusione di potersela cavare andando a fare il bagnino o il cameriere: un’apparente “uscita di emergenza” che, se può salvare alcuni da scelte disgraziate come la criminalità, frena moltissimi altri dal prendere iniziative più lungimiranti.

Il turismo, in breve, sta forse causando all’Italia tutti quei danni che il petrolio causa ai paesi sottosviluppati colpiti dalla “maledizione delle materie prime”.
Abitudine alla rendita, investimenti a basso rischio, corporazioni che ricattano la politica, scelte educative e lavorative miopi, abuso dei contratti irregolari, dipendenza cronica dagli stranieri abbienti.

Sta forse avendo sull’Italia l’effetto di una droga: confortante all’inizio, assuefacente dopo un po’, invalidante sul lungo periodo.

Guardiamo le cose per quello che sono


Sommando le scelte di migliaia di imprenditori in buona fede e di milioni di lavoratori in buona fede, sui grandi numeri abbiamo ottenuto una catastrofe.
Non è colpa di nessuno. In logica, la teoria dei giochi ci insegna che spesso una somma di buone intenzioni porta a un esito cattivo.

Ma dobbiamo essere consapevoli del prezzo nascosto che il turismo sta imponendo alla nostra economia, e che va ben al di là nelle risse alla fontana di Trevi.
Dobbiamo smettere di celebrarlo come una parziale cura quando è uno dei sintomi della malattia.  

Il turismo di massa è qui per restare.
Ha distolto risorse preziose dai settori economici più promettenti. Ha assoggettato e svuotato quei poli di creatività e di incontro che un tempo erano Firenze, Venezia, Napoli, Roma e le altre “cento città”.
Ha illuso milioni di italiani, ansiosi di lavorare e di migliorare il proprio tenore di vita. di avere una scorciatoia facile.

Accettiamo pure tutto questo, ma smettiamo di raccontarci che faccia crescere il paese.