Tulsi Gabbard e il terremoto nell’intelligence americana
Tulsi Gabbard, nuova Direttrice della National Intelligence americana, è al centro di una trasformazione epocale. L’architettura dell’intelligence statunitense sta cambiando rapidamente.
Non si tratta di semplici riforme amministrative: l’operazione, voluta da Donald Trump, mira a riplasmare i servizi come leva politica, diplomatica e narrativa.
In questa fase storica, le scelte di Gabbard segnano un punto di rottura.
Da un lato c’è la centralizzazione del potere decisionale, dall’altro i tagli drastici a CIA e NSA. A questo si aggiungono nuove direttive che rompono la fiducia con i partner storici dei Five Eyes. Il caso più eclatante riguarda la classificazione NOFORN, che esclude Londra, Canberra, Wellington e Ottawa dalle informazioni sui negoziati Russia-Ucraina.
La conseguenza immediata è duplice. L’America rischia di indebolire la propria sicurezza interna, mentre gli alleati occidentali si trovano senza il supporto di Washington.
A pagarne il prezzo maggiore è, ovviamente, l’Europa.
Il contesto internazionale amplifica l’impatto di queste decisioni. Mentre la Russia di Putin usa il tempo dei negoziati per guadagnare vantaggi militari, gli Stati Uniti smantellano i propri strumenti di cooperazione. L’intelligence diventa terreno di scontro politico interno e mezzo di pressione esterna. In questo scenario, la guerra in Ucraina resta l’epicentro della crisi.
Tulsi Gabbard alla guida dell’intelligence
Tulsi Gabbard è diventata Direttrice della National Intelligence nel febbraio 2025, dopo la nomina voluta da Donald Trump e confermata dal Senato.
Ex deputata democratica e ufficiale della Guardia Nazionale, Gabbard si è distinta per posizioni spesso considerate filorusse. Nel 2022 aveva criticato la NATO, sostenendo le “legittime preoccupazioni di sicurezza” del Cremlino.
Già allora aveva diffuso la disinformazione russa sui “laboratori biologici” in Ucraina, minimizzando la responsabilità di Mosca nell’invasione. La sua figura è quindi un’outsider rispetto al tradizionale establishment di sicurezza.
Le prime decisioni di Gabbard hanno confermato i timori degli analisti. Ha revocato 37 security clearances a ex funzionari democratici, accusandoli di politicizzare i servizi.
Ha chiuso il Foreign Malign Influence Center, nato per monitorare le interferenze russe e cinesi.
Ha ridimensionato unità dedicate al contrasto delle minacce cibernetiche e alle armi di distruzione di massa, definendole “ridondanti”. Queste scelte hanno sollevato dubbi sulla capacità degli Stati Uniti di fronteggiare campagne ibride sempre più sofisticate da parte di Mosca e Pechino.
Il peso dei fatti, ma anche delle parole
La retorica pubblica di Gabbard ha rafforzato la percezione di politicizzazione. Nei suoi interventi ha parlato di “tradimenti interni” e di un “Deep State” ostile, adottando la narrativa trumpiana.
L’intelligence americana rischia così di perdere neutralità e credibilità, trasformandosi da strumento tecnico e imparziale a braccio politico della Casa Bianca. In un settore che richiede indipendenza analitica, la politicizzazione sistemica indebolisce la fiducia degli alleati e demoralizza il personale.
Questa mutazione colpisce l’intero assetto dell’Intelligence Community. L’ODNI, creato dopo l’11 settembre per coordinare 18 agenzie diverse, dovrebbe garantire coerenza e integrazione. La direzione Gabbard, invece, centralizza il controllo politico e introduce divisioni. In passato, le critiche a eccessi burocratici erano condivise, ma la riforma attuale va oltre la razionalizzazione: rappresenta un ridisegno funzionale a un’agenda politica. Trump e Gabbard cercano di piegare l’intelligence a una logica di lealtà personale, con implicazioni pericolose per la sicurezza nazionale.
Tagli strutturali e caos nella comunità di intelligence
A maggio 2025, il Washington Post ha documentato i piani di ridimensionamento massiccio della CIA e della NSA: oltre 1.200 posti cancellati a Langley e migliaia di tagli altrove.
Pre-pensionamenti e blocco delle assunzioni hanno accelerato la perdita di competenze strategiche.
Il direttore della CIA, John Ratcliffe, annunciava un rafforzamento della sorveglianza su Cina e narcotraffico. Ma i tagli decisi da Trump e Gabbard hanno sottratto risorse vitali. Non è semplice spending review: è uno smantellamento politico, che privilegia la fedeltà rispetto all’efficienza professionale.
Il modello ricorda quello del DOGE (Department of Government Efficiency) di Elon Musk. Anche se formalmente non coinvolto, l’approccio “snellire a ogni costo” ha guidato la logica dei tagli. E le conseguenze di tale approccio sono, ormai, storia nota.
Anche qui, non è difficile prevedere le conseguenze immediate: un apparato meno reattivo, incapace di garantire la stessa prevenzione, e un rischio di controspionaggio crescente. Russia e Cina hanno già intensificato i tentativi di reclutamento di ex agenti americani. Una misura del genere, accelererà questo processo, fornendo informazioni strategiche per la sicurezza nazionale americana (ed europea) ai diretti competitor e a potenze ostili.
Il quadro complessivo mostra una Intelligence Community in crisi: non si tratta di una riforma razionale, ma uno smantellamento politico-organizzativo che erode la missione condivisa.
Il caso NOFORN e la crisi dei Five Eyes
La decisione più controversa di Tulsi Gabbard però riguarda la classificazione NOFORN delle informazioni sui negoziati Russia-Ucraina. Significa “no foreign dissemination”: niente condivisione con partner stranieri.
È un cambiamento storico. Per la prima volta dal dopoguerra, persino l’alleanza Five Eyes – Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda – è stata esclusa da un flusso cruciale di intelligence.
Il Regno Unito ha reagito con stupore e irritazione. Per Londra, da sempre primo interlocutore di Washington, la decisione è stata percepita come un atto di sfiducia. Non è il merito dei negoziati a sorprendere, ma il metodo: nessun preavviso, nessuna consultazione.
A Vauxhall Cross, sede del MI6, si parla apertamente di “politicizzazione”. La collaborazione resta, ma con nuove cautele: informazioni spezzettate per ridurre la dipendenza da Washington e una nuova, triste, consapevolezza: la special relationship è ufficialmente entrata in crisi.
La frattura, infatti, colpisce il cuore del sistema occidentale di intelligence. I Five Eyes, definiti il “G5 dello spionaggio”, hanno garantito interoperabilità tecnologica e fiducia per oltre 70 anni. La mossa di Gabbard mina la credibilità degli Stati Uniti come alleato affidabile. In Europa, l’episodio viene letto come un segnale chiaro: l’ombrello informativo americano non è più garantito.
Intelligence come leva sull’Ucraina
L’uso dell’intelligence come strumento di pressione sull’Ucraina è diventato evidente già a marzo, quando l’amministrazione Trump ha temporaneamente sospeso la condivisione di informazioni sul campo. La misura è stata presentata come “pausa tecnica”, ma in realtà ha funzionato come leva politica: serviva a spingere Kiev ad accettare un compromesso con Mosca.
La direttiva NOFORN di Tulsi Gabbard ha rafforzato questo meccanismo. Limitando la diffusione dei dati, Washington controlla cosa l’Ucraina sa e quando può agire.
Per Kiev significa dipendere in modo quasi totale dall’America per intelligence satellitare, intercettazioni e supporto tecnico. Senza questo flusso, le operazioni militari diventano più lente e meno efficaci.
Il modello non è nuovo. Già Elon Musk aveva mostrato quanto fosse potente la leva tecnologica con Starlink. Ad inizio 2025, minacciò di spegnere il servizio se Kiev non avesse fatto “passi avanti” verso Mosca. Oggi Musk non fa più parte del governo, ma il precedente dimostra quanto le infrastrutture informative possano condizionare il corso della guerra.
Trump e Gabbard applicano la stessa logica all’intelligence. L’importanza sul campo di informazioni sensibili è fondamentale per garantire il successo militare: identificare gli obiettivi, la posizione, fornendo informazioni chiave con scenari possibili, personalità da colpire e probabilità di successo, sono strumenti fondamentali per ogni esercito.
A questo, si aggiunge la notizia circa l’uso dei missili ATACMS che costringe Kiev a chiedere permessi per colpire in territorio russo. Secondo il Wall Street Journal, anche armi europee come gli Storm Shadow risultano vincolate dai sistemi americani. L’Ucraina combatte, ma con margini operativi ristretti da decisioni prese a Washington, che fornisce know how e personale anche all’UE.
Questa dipendenza mina la credibilità della promessa americana di “pace attraverso la forza”. Se gli Stati Uniti usano le informazioni come ricatto, non come sostegno, Kiev diventa un attore limitato.
È un equilibrio fragile, che rischia di trasformare la guerra in un processo negoziale imposto più dalla gestione dei dati che dalle realtà del campo di battaglia.
La fine dell’ombrello americano?
Il quadro che emerge è inequivocabile: l’intelligence americana non è più il pilastro neutrale della sicurezza occidentale, ma uno strumento politicizzato e utilizzato come leva tattica dalla Casa Bianca.
Con Tulsi Gabbard alla guida della National Intelligence, le agenzie hanno perso la loro neutralità istituzionale: tagli di personale, smantellamento di unità chiave e classificazioni NOFORN hanno minato la fiducia interna e internazionale. La frattura con il Five Eyes ha mostrato che persino Londra può essere esclusa da informazioni vitali.
L’Ucraina è il caso più evidente di questa nuova strategia: vincoli sull’uso dei missili ATACMS, limiti alle operazioni con gli Storm Shadow, pause “tecniche” nella condivisione di dati. Tutto funziona come strumento di pressione politica. Non è più un supporto militare incondizionato, ma un ricatto continuo.
Per l’Europa, la lezione è chiara. Se anche il Regno Unito si scopre vulnerabile all’arbitrio di Washington, gli altri partner lo sono ancora di più. L’ombrello americano non è più garantito. La dipendenza informativa diventa debolezza strategica.
La risposta non può essere attendista. Serve ripartire da una intelligence europea unitaria e autonoma, capace di integrare le capacità nazionali, alimentare il processo decisionale di Bruxelles e garantire che l’Europa non resti spettatrice. La geopolitica del XXI secolo non perdona le dipendenze: chi rinuncia all’intelligence rinuncia alla possibilità di contare.









