Ebbene sì: Trump sta restituendo i soldi dei dazi. Un salasso da 100 miliardi

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Yuri Brioschi
07/08/2026
Interessi

Il film d’azione e la farsa incostituzionale


Se il diritto commerciale e la politica monetaria potessero concorrere agli Oscar, l’attuale amministrazione americana avrebbe già in bacheca la statuetta per il miglior film di fantascienza.

Quattro mesi fa, su queste stesse pagine, definivo l’acrobazia tariffaria ideata da Donald Trump e dal suo fedele scudiero al Tesoro, Scott Bessent, come un’allucinante sceneggiatura uscita da una pellicola sul multiverso.
Un goffo tentativo di resuscitare reperti archeologici degli anni Settanta per mascherare l’evidente fallimento di una visione economica basata sul bullismo unilaterale.

Non serviva un premio Nobel né la sfera di cristallo per prevedere come sarebbe andata a finire: bastava semplicemente saper fare due più due con un abaco scassato.
Di fronte alla demagogia protezionista e alle ricette sovraniste, in fondo, essere profeti è fin troppo facile. Oggi la finzione lascia spazio alla commedia dell’assurdo: per il Tesoro degli Stati Uniti la favola si è trasformata in un salasso finanziario di proporzioni epiche.

Secondo i dati ufficiali depositati dalla US Customs and Border Protection presso la Corte di Commercio Internazionale degli Stati Uniti, la dogana americana ha già staccato e restituito oltre 100 miliardi di dollari di rimborso (pari a 87 miliardi di euro), comprensivi di dazi incassati a sbafo e succosi interessi.
La cifra copre già più del 60% del bottino complessivo — circa 166 miliardi di dollari, pari a 144 di euro — rastrellato dalla Casa Bianca con il tanto strombazzato piano del sedicente “Liberation Day”.

Quell’incredibile castello di carte è stato spazzato via dalla Corte Suprema con una sentenza da 6-3 che ha bollato come incostituzionale l’uso improprio dell’International Emergency Economic Powers Act.

In pratica, Washington aveva preso una norma del 1977 pensata per gli stati d’assedio e la minaccia atomica e l’aveva brandita come una clava fiscale per tassare il mondo, sperando che nessuno in tribunale leggesse le prime tre righe del testo di legge.

La cronistoria della credulità e il trucco dell’export


Per godersi appieno la comicità di questo disastro, vale la pena riavvolgere il nastro al 2 aprile 2025 e ripercorrere le tappe di questo capolavoro.

Quando Trump annunciò la sua pioggia di dazi, chiunque avesse un’infarinatura di economia e tre neuroni funzionanti segnalò l’imminente catastrofe.
Al contrario, la solita galassia di chi si titilla alla sola vista dell’uomo forte al comando iniziò a celebrare l’evento come una mossa geniale.

In prima fila spiccano i MAGA Italici Sovranisti a Targhe Alterne — per gli amici M.I.S.T.A. — che esultarono istantaneamente, spacciando la follia di Washington non solo come una vittoria strategica per la Casa Bianca, ma persino come un’immensa “opportunità” per le aziende nostrane.
Un’acrobazia logica che denotava un’ignoranza economica debordante.

Qualche mese dopo arrivarono i primi dati statistici sulle esportazioni europee e italiane verso gli Stati Uniti, con numeri stranamente positivi. Fu il momento di gloria per gli amanti del dazio, che uscirono allo scoperto con il classico tono trionfante da prima elementare: “Avete visto che avevamo ragione noi?”.
Anche in quel caso, i festeggiamenti tradivano una totale incapacità di leggere un bilancio. L’apparente tenuta dell’export non era la prova del nove del successo sovranista, ma il banale risultato di due fattori: il panico delle aziende americane che facevano scorte nei magazzini prima che scattasse il blocco, e la spinta del settore farmaceutico, che guardacaso viaggiava a dazio zero.

Un dettaglio trascurabile, ovviamente, per chi pensa che l’economia si governi con i tweet.

L’inflazione per tutti e la cuccagna dei colossi


Ma il capolavoro della retorica sovranista sta nel far finta di non capire cosa sia un dazio.
Il dazio non è una multa che gli americani appioppano al produttore italiano o cinese: è una tassa che l’importatore americano paga alla propria dogana.

Inizialmente, le grandi aziende d’importazione negli USA hanno provato ad assorbire il colpo stringendo la cinghia pur di non perdere clienti. Ma quando si sono stancate di fare le benefattrici, hanno iniziato a ribaltare i rincari direttamente sui cartellini dei prezzi al supermercato.

Risultato? Oplà: l’inflazione americana è ripartita al rialzo e il cittadino medio ha iniziato a pagare la spesa fino al 20% in più per finanziare la fantasia autarchica della Casa Bianca.

Mentre gli elettori vedevano prosciugarsi i propri risparmi, la Corte Suprema ha spento la musica e presentato il conto.

Con la bocciatura della norma, i miliardi incassati con la forza dell’emergenza si sono trasformati in un debito illegittimo che lo Stato federale deve rimborsare con tanto di scuse.
Ma la beffa vera deve ancora venire.

I 100 miliardi già restituiti dal Tesoro non torneranno mai nelle tasche dei poveri consumatori che hanno subito l’aumento dei prezzi. Per la legge americana, i soldi spettano solo all’importatore registrato, cioè alle enormi multinazionali della logistica e del commercio.

Il bilancio per le Big Company è da applausi: prima hanno alzato i prezzi ai clienti scaricando il dazio, poi hanno tenuto i listini alti quando i dazi sono caduti, e oggi incassano dallo Stato i miliardi di rimborso con gli interessi.
Una macchina da profitti da capogiro, pagata interamente dalle casse pubbliche.

Il buco di bilancio e la solita morale


A questo punto la domanda sorge spontanea: perché Donald Trump e Scott Bessent continuano a rilanciare e a cercare scappatoie come la Sezione 122 del Trade Act del 1974 per piazzare nuovi dazi-ponte?

La risposta non ha nulla di epico: gli Stati Uniti sono affogati in un debito pubblico monstre, le promesse fiscali di Trump non stanno in piedi neanche con il cemento armato e la Casa Bianca ha un disperato bisogno di fare cassa rapida per incollare con lo scotch un bilancio federale sull’orlo del baratro.

La vicenda regala all’Unione Europea — e ai vari consiglieri economici da bar dei movimenti sovranisti di casa nostra — una lezione indimenticabile.

Il protezionismo “vintage”, le guerre commerciali d’accatto e le scorciatoie a colpi di decreti d’emergenza non hanno mai creato un solo posto di lavoro né protetto una sola industria.
Generano inflazione, distruggono il mercato, svuotano le tasche dei cittadini e arricchiscono le multinazionali, lasciando lo Stato con le pezze al sedere.

Il modello MAGA si conferma un fallimento cosmico a qualsiasi latitudine. Nel multiverso dei dazi di Trump gli attori continuano a sbracciarsi, ma la calcolatrice della storia ha finito di fare sconti: e a saldare il conto della demagogia, come sempre, sono i soliti noti.