Trump radioattivo: quando il presidente americano diventa un problema anche per le destre europee

Riccardo Lo Monaco
30/01/2026
Appunti di Viaggio

C’è un paradosso che attraversa oggi le destre europee di governo o di possibile governo: più Donald Trump torna centrale nello scenario globale, più la sua figura rischia di diventare politicamente tossica per chi, in Europa, guida o ambisce a guidare democrazie liberali mature.

Inversione di immagine

Fino a pochi anni fa, l’associazione con Trump veniva percepita come una risorsa simbolica: l’uomo forte, il decisionista, il leader che “dice le cose come stanno” e promette di rompere con le liturgie del politicamente corretto e con l’establishment internazionale. Oggi quella stessa immagine produce l’effetto opposto. Non perché l’Europa sia improvvisamente diventata tutta progressista, ma perché Trump ha oltrepassato una soglia: da alleato scomodo a fattore di instabilità percepita.

Il punto di rottura non è ideologico, ma geopolitico e antropologico. Le minacce sulla Groenlandia hanno rappresentato uno shock simbolico: non una disputa commerciale o una schermaglia diplomatica, ma la messa in discussione diretta della sovranità di un territorio europeo appartenente a uno Stato membro dell’Unione. Per la prima volta, molti sovranisti europei si sono trovati nella posizione paradossale di dover difendere il diritto internazionale contro il leader che per anni avevano guardato con simpatia.

La reazione europea è stata netta

Non unanime, non priva di sfumature, ma ferma. E soprattutto trasversale: governi di segno politico diverso hanno parlato la stessa lingua, perché qui non era in gioco una linea politica, bensì un principio. È stato in quel momento che Trump ha iniziato a diventare radioattivo: chiunque gli fosse apparso troppo vicino rischiava di essere percepito come debole o subalterno, non come alleato privilegiato.

Questo cambio di percezione è stato amplificato dal modo in cui Trump concepisce le relazioni internazionali: non come alleanze, ma come rapporti di forza; non come cooperazione, ma come contratti a termine; non come sicurezza condivisa, ma come protezione condizionata. È una logica apertamente estorsiva: o paghi, o perdi protezione; o concedi, o subisci ritorsioni. Una logica che può funzionare nei rapporti bilaterali asimmetrici, ma che entra in rotta di collisione con l’idea europea di alleanza.

I cittadini europei lo hanno colto prima ancora dei governi

E qui si apre un elemento nuovo, spesso sottovalutato: la politica estera, tradizionalmente irrilevante nel consenso elettorale, sta diventando un fattore emotivo e identitario. Non perché gli elettori improvvisamente si appassionino di geopolitica, ma perché riconoscono istintivamente quando un leader straniero non agisce per interesse comune, ma per vantaggio personale e di cerchia.

È per questo che molte delle intemerate trumpiane vengono respinte senza distinguo anche da elettori che, su altri temi, condividono posizioni conservatrici o sovraniste. Per gli italiani, difendere la Groenlandia da Trump, anche con l’invio di militari, appare legittimo; difendere l’Ucraina da Putin, per una parte dell’opinione pubblica, no. È una contraddizione solo apparente: nel primo caso si percepisce un’aggressione diretta all’Europa; nel secondo, un conflitto esterno che viene letto attraverso filtri ideologici più complessi.

Lo stesso vale per le minacce di interventi militari unilaterali, dall’Iran al Venezuela. Qui emerge con chiarezza un altro elemento che rende Trump indigeribile: la totale assenza di un orizzonte etico riconoscibile. Non c’è altruismo, non c’è difesa dei popoli, non c’è nemmeno una coerenza ideologica. Ci sono affari, risorse, concessioni. Se un regime garantisce accesso al petrolio, diventa improvvisamente “fantastico”. Se non lo fa, diventa un bersaglio.

Scappare da Trump

Questo spiega perché qualunque leader europeo che venga percepito come troppo indulgente verso Trump perda automaticamente credibilità, anche presso il proprio elettorato più fedele. Non si tratta di antipatia personale, ma di fiducia politica: non è credibile chi difende un presidente che dichiara apertamente di non avere alcun interesse per gli alleati, se non come strumenti temporanei.

In Francia lo hanno capito rapidamente anche gli esponenti del Rassemblement National, rispondendo duramente alle minacce sulla Groenlandia e sostenendo l’ipotesi del “bazooka” europeo delle contro-sanzioni. Una scelta non ideologica, ma di sopravvivenza politica. In Italia la situazione è più delicata. Giorgia Meloni ha dimostrato abilità diplomatica e una visione geopolitica meno improvvisata di quanto molti le riconoscano. Ma l’equilibrismo ha un limite: quando Trump costringe a scegliere, la neutralità diventa impossibile.

Trump sta facendo qualcosa di inedito: sta trasformando la politica estera americana in un fattore di instabilità anche per i suoi presunti amici. In Europa, questo produce un effetto paradossale ma reale: avvicina forze politiche che su tutto il resto restano divise, pur di tenerlo a distanza.

Non è un giudizio morale. È un dato politico

Il surreale “Board of Peace” — che ha molto di consiglio d’amministrazione e pochissimo di pace — è emblematico. Un organismo che pretende vincoli permanenti, invita autocrati e marginalizza le istituzioni multilaterali esistenti. In questo caso l’articolo 11 della Costituzione italiana funziona come un paracadute politico: consente di non aderire senza dover entrare nel merito. Ma è una soluzione temporanea. Prima o poi, Trump presenterà un nuovo aut aut.

Ed è lì che il nodo diventerà elettorale

Perché se è vero che la politica estera raramente decide le elezioni, è altrettanto vero che un leader straniero percepito come prepotente, instabile e interessato solo a sé stesso può trascinare con sé chiunque gli stia troppo vicino.

Trump, oggi, non è più un moltiplicatore di consenso per le destre europee. È un fattore di rischio. Un elemento divisivo che costringe a spiegazioni, distinguo, giustificazioni. In una parola: è diventato scomodo.

E in politica, si sa, nulla danneggia più della necessità di difendere l’indifendibile.