Trump minaccia l’Iran, l’Europa sanziona: la retorica della forza e i limiti della realtà
Il 28 gennaio, attraverso il suo canale social Truth, Donald Trump ha rilanciato una dura retorica nei confronti dell’Iran degli ayatollah, minacciando nuove azioni militari qualora Teheran non accetti di sedersi al tavolo delle trattative sul nucleare e non interrompa il sostegno politico, economico e militare ai propri attori regionali, da Hezbollah in Libano agli Houthi in Yemen.
Secondo le dichiarazioni del presidente statunitense, una consistente presenza navale americana sarebbe stata schierata nelle acque del Golfo, con l’obiettivo di rafforzare la deterrenza e preparare il terreno a una possibile escalation, evocando persino un nuovo attacco dopo quello avvenuto nel giugno 2025. Mentre Washington torna a fare della minaccia militare uno strumento di pressione politica, dall’altra parte dell’Atlantico, l’Unione Europea continua a muoversi lungo un binario diverso: i Ventisette stati hanno infatti inserito il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Pasdaran) nella lista delle organizzazioni terroristiche, privilegiando la strategia sanzionatoria e diplomatica rispetto all’uso della forza.
Un’azione militare sul modello di quanto avvenuto in altri contesti di pressione statunitense, come il Venezuela, rappresenta davvero un’opzione concreta oppure la retorica trumpiana va letta principalmente come uno strumento di deterrenza e negoziazione?
Perché l’Iran non è il Venezuela
A una lettura superficiale, l’azione statunitense contro il regime di Maduro in Venezuela potrebbe essere letta come cartina di tornasole per ciò che potrebbe accadere nelle prossime ore in Iran. Ma una lettura più attenta delle strutture sociali, politiche e istituzionali dello Stato mediorientale, evidenzia come i due casi non siano analoghi.
La Repubblica islamica dell’Iran è un regime teocratico molto più radicato e fortemente istituzionalizzato. Il suo apparato di potere è più complesso e solidamente costruito attorno alla figura del Supremo leader (ayatollah) e al corpo delle guardie della rivoluzione (Pasdaran), che funge da pilastro portante, militare e di controllo sociale dello Stato. Questa struttura, pur non essendo democratica e reprimendo dissenso e diritti fondamentali in modo sistemico, è caratterizzata da una coesione interna a livello delle élite e delle istituzioni di controllo, tale da rendere improbabile una dissoluzione rapida del potere centrale per semplice rimozione di una figura o per un intervento esterno.
Crepe interne del regime venezuelano
Al contrario, la situazione in Venezuela -pur mostrando una struttura di carattere autoritario- è stata scossa da una profonda corruzione, volatilità politica e forte crisi di legittimità del leader. Questi elementi hanno indebolito le strutture statali ed eroso il consenso al capo. L’Iran presenta un quadro in cui il potere religioso-politico esercita un controllo che non è solo istituzionale, ma anche simbolico e ideologico, fondato su una legittimazione teocratica che vincola ampi settori dell’apparato statale e militare a una fedeltà che va oltre il calcolo politico contingente.
Questa differenza strutturale di potere e di coesione istituzionale è cruciale: mentre il Venezuela ha mostrato segnali di fragilità interna più marcati – con una crisi economica pungente e scarsi spazi di opposizione coerente – l’Iran, pur affrontando tensioni sociali acute e forte repressione interna, resta una teocrazia con una struttura di comando durevole, meno esposta alla logica del “regime change” indotto dall’esterno o dalle stesse pressioni interne. È proprio questa solidità strutturale, unita a fattori geografici e militari peculiari, a rendere l’Iran un obiettivo radicalmente diverso da altri casi di pressione o intervento statunitense in America Latina o Medio Oriente.

Fattore geografico
Un’operazione militare in Iran su vasta scala appare estremamente complessa, proprio per la geografia fisica del territorio. L’Iran è dominato da imponenti catene montuosi e attraversata da deserti che fungono da barriera naturale, difficili da superare o da controllare, che rendono impossibile sia un’azione militare convenzionale che un’operazione speciale condotta da task force. La catena dei monti Zagros, che si estende per 1500 km da nord-ovest a sud-est, forma un arco di elevati rilievi e profondi valloni, difficile da superare o controllare.
Parallelamente a nord si sviluppano la catena dei monti Alborz, questa catena montuosa corre lungo tutta la sponda meridionale del Mar Caspio formando una vera e propria muraglia naturale difficile da praticare. I grandi altipiani desertici come il Dasht-e Kavir e il Dasht-e Lut, creano un territorio impervio dove le infrastrutture di trasporto e le vie di approvvigionamento risultano scarse e inadatte a qualsiasi azione militare. Questa conformazione consente di proteggere, anche tramite tunnel e sistemi sotterranei integrati nella roccia, strutture sensibili, installazioni militari o siti nucleari. La geografia fisica dell’Iran la rende una fortezza naturale.

L’effetto domino regionale di un conflitto con l’Iran
Accanto alle problematicità geografiche e istituzionali, va considerato il più ampio contesto politico e securitario del Medio Oriente, già attraversato da conflitti aperti e tensioni latenti. Un’eventuale operazione militare statunitense contro l’Iran, anche limitata o indiretta, rischierebbe di attivare un effetto domino regionale, coinvolgendo attori chiave come Israele e i principali proxy iraniani, a partire da Hezbollah in Libano e dalle milizie attive tra Siria, Iraq e Yemen.
In un quadro già segnato dalla guerra a Gaza e da una crescente instabilità lungo le rotte del Mar Rosso, una nuova escalation con Teheran finirebbe per moltiplicare i fronti di crisi, rendendo estremamente fragile qualsiasi tentativo di contenimento o stabilizzazione regionale. La questione arabo-israeliana, irrisolta dal 1948, continuerebbe a fungere da detonatore politico e simbolico, capace di riattivare conflitti anche al di fuori del teatro iraniano. È proprio questa interconnessione tra i diversi scenari regionali a rendere l’opzione militare contro l’Iran particolarmente rischiosa: colpire Teheran significherebbe incidere su un equilibrio già precario.
Uso della forza e limiti della realtà
L’inquilino della Casa Bianca ha ormai abituato l’opinione pubblica a una politica estera fatta di colpi di scena, minacce roboanti e improvvise retromarce. Alla luce dei fattori analizzati, un attacco diretto al regime degli ayatollah appare tuttavia altamente improbabile, anche perché l’amministrazione Trump non sembra disporre né di una strategia coerente di “regime change”, né di un progetto credibile di state-building.
Le dichiarazioni del Tycoon appaiono quindi più come un tentativo di pressione attraverso la retorica della forza che come l’espressione di una strategia militare chiara e strutturata volta a rovesciare il regime di Khamenei. Resta vero che, quando di mezzo c’è Donald Trump, tutti gli scenari rimangono teoricamente aperti; tuttavia, la retorica della minaccia si scontra con i limiti concreti della realtà geopolitica, che rendono un’azione militare diretta estremamente costosa e difficilmente sostenibile.
L’Unione Europea e la scelta della pressione diplomatica
Dall’altra sponda dell’Atlantico, l’Unione Europea sembra muoversi lungo un binario opposto: una strategia meno rumorosa, ma potenzialmente più efficace nel lungo periodo. La designazione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Pasdaran) come organizzazione terroristica non rappresenta una mera presa d’atto simbolica, ma costituisce un atto politico che riconosce la natura sistemica delle violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime iraniano, anche oltre i propri confini nazionali.
La tutela dei diritti fondamentali attraverso gli strumenti del diritto internazionale e delle procedure legali è senza dubbio una strada lunga e accidentata, ma resta l’unica via sostenibile per promuovere un ordine fondato sullo Stato di diritto. L’esperienza delle guerre in Afghanistan e in Iraq dimostra come l’esportazione della democrazia attraverso l’uso della forza si sia rivelata, nel corso di questo secolo, inefficace e spesso controproducente.
Se la storia è davvero maestra di vita, l’Europa sembra averne tratto una lezione che gli Stati Uniti, almeno per ora, faticano ancora a interiorizzare.









