L’alleanza a comando variabile: Trump, l’Iran e la memoria corta sulla NATO
La guerra tra Stati Uniti (e Israele) e Iran è diventata nelle ultime settimane un caso emblematico non solo di tensione geopolitica, ma anche di comunicazione politica contraddittoria. Nel giro di pochi giorni l’amministrazione guidata da Donald Trump è passata dal proclamare una vittoria lampo a invocare il sostegno degli alleati della NATO.
Una sequenza di dichiarazioni che, osservata nel suo insieme, restituisce l’immagine di una politica estera oscillante tra trionfalismo improvviso e richieste d’aiuto formulate con toni ultimativi.
Dalla guerra “vinta in un’ora” all’appello improvviso alla NATO
All’indomani dei bombardamenti statunitensi, l’amministrazione americana aveva parlato di un successo immediato. Secondo la narrazione iniziale, l’operazione avrebbe neutralizzato le capacità nucleari di Iran e ristabilito un nuovo equilibrio strategico in Medio Oriente.
In diverse dichiarazioni pubbliche, lo stesso Trump aveva lasciato intendere che il confronto fosse sostanzialmente chiuso, quasi un’operazione chirurgica conclusa nel giro di poche ore.
Eppure, appena due settimane dopo, lo scenario retorico è cambiato radicalmente.
Con il conflitto ancora in corso e la tensione crescente nelle rotte energetiche del Golfo Persico, Washington ha iniziato a chiedere il sostegno dell’alleanza atlantica per garantire la sicurezza marittima nello stretto di Hormuz, passaggio attraverso cui transita una quota decisiva del petrolio mondiale.
La richiesta, tuttavia, è stata formulata in modo ambiguo. Non è chiaro quale base giuridica dell’alleanza dovrebbe essere invocata: non l’articolo 5, che riguarda la difesa collettiva in caso di aggressione contro uno Stato membro; non l’articolo 4, che prevede semplicemente consultazioni tra alleati.
La richiesta appare quindi più come una pressione politica che come un meccanismo previsto dai trattati.
Il paradosso della memoria atlantica e l’alleanza sotto minaccia
L’episodio assume contorni ancora più paradossali se si considera la storia recente stessa dell’alleanza.
L’unica volta in cui l’articolo 5 della NATO è stato attivato è avvenuta su richiesta degli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre.
In quel momento gli alleati, non solo europei, risposero senza esitazioni. Soldati di numerosi Paesi parteciparono alla guerra in Afghanistan, operazione formalmente guidata dall’alleanza ma di fatto costruita attorno agli interessi strategici di Washington.
Molti di quei militari non tornarono mai a casa. Quegli stessi soldati la cui memoria è stata poi vilipesa da Trump con le sue solite sparate contro gli alleati in occasione del suo ennesimo delirio di onnipotenza, prepotenza e arroganza sulla questione Groenlandia.
È quindi difficile ignorare il contrasto tra quella solidarietà e il linguaggio spesso utilizzato da Trump nei confronti degli alleati. Un atteggiamento che sembra oscillare tra il nazionalismo assertivo e una concezione puramente transazionale delle relazioni internazionali.
Nel chiedere oggi un maggiore coinvolgimento della NATO, il presidente americano non ha rinunciato alla sua consueta retorica muscolare.
Secondo diverse dichiarazioni pubbliche, l’alleanza dovrebbe sostenere gli Stati Uniti oppure affrontare “un futuro molto negativo”.
Non è la prima volta. Negli ultimi anni Trump ha più volte attaccato gli alleati europei accusandoli di approfittare della protezione militare americana, arrivando a mettere in discussione la stessa utilità della NATO.
Il problema della credibilità
La questione centrale, tuttavia, non riguarda solo la retorica.
Riguarda la credibilità strategica degli Stati Uniti.
Un alleato che dichiara di aver vinto una guerra in un’ora e due settimane dopo chiede assistenza militare per gestire le conseguenze di quel conflitto trasmette un messaggio ambiguo.
Se a questo si aggiunge il ricorso sistematico alla minaccia nei confronti degli stessi partner da cui si chiede sostegno, il rischio è quello di trasformare un’alleanza costruita su decenni di cooperazione in un rapporto sempre più fragile.
La super (pre)potenza americana
La crisi legata alla guerra con l’Iran pone dunque una domanda che va oltre il Medio Oriente.
Quale ruolo vogliono davvero giocare gli Stati Uniti nell’ordine internazionale?
Quello di un leader che guida un sistema di alleanze o quello di una potenza che chiede sostegno solo quando serve, salvo poi mettere in discussione gli stessi alleati il giorno successivo?
È una domanda alla quale non solo l’Europa, ma la stessa NATO, prima o poi dovrà dare una risposta.
A questo punto la domanda non è più soltanto militare o strategica. È soprattutto politica e psicologica: quanto a lungo l’Europa e la stessa NATO possono reggere alla schizofrenia strategica e alla prepotenza diplomatica di Donald Trump?
Da una parte Washington proclama vittorie lampo e rivendica la propria supremazia militare; dall’altra, quando la situazione si complica, chiede il sostegno degli alleati. Ma lo fa non come partner tra pari, bensì con il linguaggio dell’ultimatum: o si segue la linea americana oppure l’alleanza avrebbe “un futuro molto negativo”.
Un metodo che, al di là delle singole crisi, rischia di logorare la fiducia su cui l’alleanza atlantica è stata costruita negli ultimi settantacinque anni.
La maschera caduta: il vero beneficiario del caos
In questo contesto, la crisi nel Golfo appare quasi come un paradosso geopolitico: Washington chiede unità occidentale mentre il suo stesso presidente ha passato anni a minarne le fondamenta e continua a farlo nel momento stesso in cui chiede sostegno.
Nel grande gioco strategico globale, ogni crisi produce vincitori e perdenti.
E se si osserva con attenzione ciò che sta accadendo nel Golfo Persico, una domanda emerge con forza: chi trae davvero vantaggio dal caos?
La risposta è semplice: Vladimir Putin con il suo petrolio russo.
Molti osservatori ritenevano già in tempi non sospetti che la linea di Trump verso la Russia non fosse un’ambiguità tattica ma una scelta politica ormai evidente. Oggi Trump dà sempre più sostanza a quanto plasticamente emerso ad Anchorage con lo srotolamento del tappeto rosso sotto i piedi di Vladimir Putin.
Da allora il quadro si è progressivamente chiarito.
Trump non ha mai nascosto la sua ammirazione per il leader del Cremlino: il linguaggio accondiscendente e la postura quasi sottomessa dell’amministrazione nei confronti di Vladimir Putin sono radicalmente diversi da quelli utilizzati verso gli alleati europei sempre messi in discussione e minacciati.
Un’alleanza atlantica divisa, un’Europa incerta sulla propria sicurezza e un Medio Oriente destabilizzato sono esattamente lo scenario che da anni favorisce la strategia russa.
Mosca non ha bisogno di intervenire direttamente: è sufficiente agitare la leva del petrolio russo e attendere che i primi filoputiniani europei approfittino dell’occasione per chiedere l’allentamento delle sanzioni nei confronti della Russia, ovviamente sempre preceduti dal presidente USA che, per primo, aggira l’embargo imposto al petrolio russo.
In questo senso la crisi attuale appare come il perfetto terreno di gioco per la diplomazia del Cremlino, un terreno ben arato da Trump e da Netanyahu che, in quattro anni, non ha mai proferito una parola di condanna nei confronti dell’aggressione russa all’Ucraina.
L’Europa davanti allo specchio
Tutto ciò pone l’Europa davanti a una scelta che ormai non può più essere rinviata.
Per decenni la sicurezza del continente è stata garantita quasi interamente dall’ombrello militare statunitense. Oggi però quella certezza appare meno solida di quanto lo sia stata per generazioni.
Non perché gli Stati Uniti non abbiano più capacità militare — rimangono la più grande potenza militare del pianeta — ma perché la loro leadership politica è diventata imprevedibile.
Un’alleanza può sopravvivere a divergenze strategiche, ma è molto più difficile che sopravviva a una leadership che alterna proclamazioni di vittoria, minacce agli alleati e richieste improvvise di sostegno.
La questione che l’Europa non può più evitare non riguarda solo la gestione della crisi iraniana, riguarda il futuro stesso dell’ordine occidentale.
Se l’alleanza atlantica deve continuare a esistere come pilastro della sicurezza europea, essa dovrà trovare un equilibrio che non dipenda esclusivamente dalle oscillazioni politiche della Casa Bianca.
In altre parole, l’Europa dovrà prima o poi decidere se vuole rimanere protetta oppure diventare finalmente responsabile della propria sicurezza.
Perché un’alleanza tra democrazie può sopportare molte tensioni.
Ma difficilmente può sopravvivere a lungo alla combinazione di imprevedibilità, arroganza e caos strategico.
Ed è proprio in questo spazio di incertezza — tra un’America che oscilla e un’Europa che ancora esita — che il Cremlino e la Cina continuano a muoversi con la pazienza di chi sa che, a volte, la miglior vittoria è lasciare che siano gli avversari a disorientarsi da soli.
La domanda delle domande
Riuscirà l’Europa a emanciparsi dal punto di vista strategico-militare o attenderà che siano gli americani a liberarla, liberandosi, di Trump e delle scorie dell’universo MAGA, illudendosi così di aver scampato il pericolo e rimandando la questione in attesa che giunga un nuovo e forse peggiore Trump?








