Trump, il Druzhba e il doppio gioco sull’Europa
A poche settimane dal vertice di Anchorage, dove si sono viste scene che per molti osservatori hanno assunto tratti quasi distopici rispetto alla realtà sul campo, Donald Trump è tornato a far parlare di sé. L’ex presidente statunitense, invece di lanciare i consueti proclami roboanti contro la Federazione Russa e Vladimir Putin, ha espresso una posizione sorprendente: si è opposto agli attacchi ucraini contro l’oleodotto Druzhba, infrastruttura strategica che collega la Russia con l’Europa centrale e che assicura la fornitura di gas a Slovacchia e Ungheria.
La vicenda ha subito assunto rilievo internazionale. Budapest e Bratislava hanno incaricato i rispettivi ministri degli Esteri, Péter Szijjártó e Juraj Blanár, di presentare la questione alla Commissione europea tramite una lettera ufficiale. Nella missiva si sottolinea come “la realtà fisica e geografica è che senza questo oleodotto la fornitura sicura dei nostri Paesi non è semplicemente possibile”. In altre parole, per due nazioni da sempre dipendenti dal gas russo, la sopravvivenza energetica passa inevitabilmente dal mantenimento in vita del Druzhba, al di là delle tensioni geopolitiche in corso.
Slovacchia, Ungheria e la dipendenza da Mosca
Sin dall’inizio dell’aggressione russa del 2022, questa dipendenza da Mosca si è trasformata per i governi di Robert Fico e Viktor Orbán in una vera carta jolly politica: ogni volta che Bruxelles spinge per un allineamento totale al fronte euro-atlantico, Slovacchia e Ungheria richiamano la loro vicinanza culturale ed economica con Mosca, il legame energetico e la necessità di preservare la stabilità dei contratti. Tuttavia, la realtà è un’altra: mentre l’Unione europea ha intrapreso un percorso doloroso ma concreto di diversificazione energetica — aumentando le importazioni di GNL dagli Stati Uniti e rafforzando i rapporti con Norvegia, Algeria e Paesi del Golfo — Ungheria e Slovacchia continuano a tenere un piede nell’Occidente e l’altro all’interno della sfera dei BRICS e del multipolarismo promosso da Russia, Cina e Iran.

In questo contesto, invece di favorire una mediazione responsabile, Trump sembra preferire il ruolo di agitatore. Nelle sue dichiarazioni si dice “molto arrabbiato” per gli attacchi ucraini all’oleodotto, ma ignora del tutto gli sforzi compiuti dall’Europa per ridurre la dipendenza da Mosca e limitare le entrate energetiche russe, considerate linfa vitale per la macchina bellica del Cremlino. La domanda da rivolgere a Orbán e Fico, più che se siano “con” o “contro” l’Ucraina, è piuttosto dove fossero negli anni scorsi, quando si discuteva di alternative strutturali al gas russo e di come costruire un’Unione più resiliente.
Il doppiogiochismo comunicativo di Trump è evidente: da un lato si mostra come leader atlantista nelle foto ufficiali, sedendo accanto agli alleati occidentali; dall’altro strizza l’occhio a chi mantiene rapporti cordiali con uno Stato aggressore e i suoi satelliti. Restano negli annali i suoi apprezzamenti per Lukashenko, leader bielorusso che dal 1994 mantiene il potere attraverso strategie coercitive e un’alleanza a doppio filo con Putin. Un atteggiamento che rischia di indebolire non solo la posizione americana, ma l’intero fronte occidentale, proprio quando la coesione rappresenta l’arma diplomatica più importante.
Trump e l’Occidente diviso
Il problema non riguarda soltanto la gestione immediata della guerra in Ucraina. Le parole di Trump minano la credibilità di un’alleanza che, pur con difficoltà, ha dimostrato di sapersi muovere in maniera coordinata nelle sanzioni economiche, nel sostegno militare e nell’assistenza umanitaria. Presentare il Druzhba come una linea rossa intoccabile, senza considerare il quadro più ampio, equivale a creare lacune nelle strategie per contenere Mosca.
L’impressione è che Trump, invece di rafforzare la posizione americana, finisca per trasformarsi nel peggior alleato di sé stesso: un leader incapace di mantenere coerenza tra parole, fatti e messaggi pubblici. La sua tentazione costante di distinguersi con posizioni che favoriscono, direttamente o indirettamente, l’aggressore rivela il punto debole dell’influenza occidentale: un fronte compatto ma vulnerabile a dichiarazioni divisive, che rischiano di annullare gli sforzi diplomatici e di rendere ancora più difficile una mediazione fondata sulle aspirazioni e sulla volontà del popolo ucraino.
Oggi, l’unica speranza per l’Europa è ritrovare sé stessa, superando le resistenze nazionaliste interne e costruendo finalmente uno Stato europeo. Solo così atteggiamenti da despota, come quelli di Trump e Putin, perderebbero efficacia: non potrebbero più dividerci nella sfera decisionale e si troverebbero di fronte a un autentico fronte alternativo all’autoritarismo che avanza nel mondo.









