Trump ci riprova coi dazi: il risultato sembra uscito da un film sul multiverso
Se il diritto commerciale internazionale fosse una sceneggiatura di Hollywood, l’attuale amministrazione statunitense si sarebbe già aggiudicata l’Oscar per il miglior film di fantascienza.
Non contenti di aver visto la Corte Suprema polverizzare i dazi basati sull’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), Donald Trump e il suo fedele scudiero al Tesoro, Scott Bessent, hanno deciso di riesumare un cadavere eccellente: la Sezione 122 del Trade Act del 1974.
Benvenuti nell’era del protezionismo “vintage”, dove si curano i mali del 2026 con medicine scadute nel 1971, sperando che nessuno si accorga che il paziente, in realtà, non ha la febbre.
La sezione 122: una macchina del tempo difettosa
La Sezione 122 è un reperto archeologico legislativo.
Venne scritta per gestire le macerie del “Nixon Shock“, quel momento catartico in cui Richard Nixon ammise di fronte al mondo che gli Stati Uniti non avevano più abbastanza oro per onorare il valore del dollaro. Era l’epoca di Bretton Woods, dei tassi fissi e di una crisi reale della bilancia dei pagamenti.
Oggi, Scott Bessent ci guarda con la serietà di un medico che prescrive i salassi per curare il 5G e ci dice che gli USA sono in “crisi di pagamenti”.
Peccato che, secondo la quasi totalità degli economisti (quelli che non hanno la tessera del partito in tasca), la crisi semplicemente non esista.
Il deficit commerciale americano è immobile come una statua di marmo, il dollaro è la valuta più desiderata del pianeta e le riserve auree non sono più il parametro di riferimento da mezzo secolo.
Invocare la Sezione 122 oggi è come dichiarare lo stato d’assedio perché è finito il latte al supermercato: un’iperbole giuridica che rasenta il ridicolo.
Il ponte di Bessent: 150 giorni di pura creatività
La strategia è di un cinismo quasi ammirevole. La Sezione 122 permette dazi temporanei fino al 15% per un massimo di 150 giorni.
È una “misura-ponte”, dicono.
L’idea è di usare questi cinque mesi per istruire le pratiche delle Sezioni 232 (sicurezza nazionale) e 301 (pratiche sleali), strumenti un po’ più solidi per chi vuole fare il bullo nel cortile del commercio globale senza essere immediatamente espulso dalla presidenza della Corte Suprema.
Il tocco di classe sarcastico?
Inizialmente i dazi erano al 10%. Poi, in meno di 24 ore – forse dopo un caffè particolarmente corretto – sono stati alzati al 15%, il massimo consentito. È la prova provata che non si tratta di una misura tecnica basata su dati economici, ma di un numero di magia politica: si spara al massimo per vedere chi batte ciglio per primo.
Il bottino rubato: 180 miliardi di motivi per non scusarsi
Mentre la Casa Bianca progetta il futuro, il passato bussa alla porta con il conto in mano.
I dazi “prima versione” (quelli bocciati dalla Corte) hanno fruttato alle casse federali circa 180 miliardi di dollari. Ora che quei dazi sono stati dichiarati illegittimi, la logica vorrebbe che lo Stato restituisse il maltolto.
Ma l’etica, a Washington, è un optional che non è stato inserito nel pacchetto base. L’amministrazione ha già fatto sapere, con una faccia tosta che farebbe invidia a un rivenditore di auto taroccate, che non restituirà un centesimo.
Questo non è solo uno schiaffo alle imprese; è una clamorosa crisi di credibilità dello Stato di diritto. Se lo facesse una repubblica delle banane, scatterebbero le sanzioni del FMI; se lo fanno gli USA, si chiama “America First”.
Tuttavia, i giganti del business non ci stanno.
FedEx e Costco guidano una carica di oltre 1.500 aziende che hanno già presentato causa.
Immaginate il paradosso: l’amministrazione cerca di fare cassa con nuovi dazi mentre i tribunali rischiano di condannarla a rimborsare 180 miliardi più interessi. Un capolavoro di ingegneria finanziaria al contrario che potrebbe lasciare il bilancio federale più bucato di una forma di gruviera.
Il sabotaggio logistico: chi arriva ultimo vince
Passiamo alla logistica, dove il genio burocratico dà il meglio di sé. Se tu, importatore, sai che un dazio del 15% scadrà tassativamente tra 150 giorni, cosa fai?
Semplice: aspetti.
Assisteremo a una parata di navi cargo che rallentano la navigazione, magazzini che restano vuoti per mesi e poi, allo scoccare del 151esimo giorno, un assalto ai porti degno dello sbarco in Normandia.
Questo “stop-and-go” forzato distruggerà le catene del valore, creerà ritardi sistemici e, ironia della sorte, alimenterà proprio quell’inflazione interna che Trump giura di voler combattere.
L’incertezza è il cancro del commercio, e la Sezione 122 è una metastasi nutrita in provetta.
Geopolitica al contrario: carezze a Pechino, schiaffi a Roma
Infine, arriviamo al capolavoro geopolitico. Se il fine era colpire la Cina, il mezzo è un clamoroso autogol.
Imponendo un tetto massimo del 15% tramite la Sezione 122, infatti, Trump sta involontariamente facendo un regalo a chi era colpito da tariffe molto più pesanti.
- Cina e Brasile ringraziano: Per loro, il 15% è quasi un periodo di saldi rispetto al passato. Potranno inondare il mercato americano con costi relativi più bassi.
- L’Italia piange: Per noi, la pacchia è finita. Spariscono i settori “a dazio zero”, quelli dove le nostre medie imprese dominavano grazie alla qualità e a regimi doganali favorevoli. Dalla moda alla meccanica di precisione, il Made in Italy si ritrova a pagare il conto di una festa a cui non è stato nemmeno invitato.
Mentre Pechino brinda, i distretti industriali italiani devono capire come spiegare ai loro clienti americani che il prezzo delle loro macchine utensili è aumentato del 15% dall’oggi al domani perché qualcuno a Washington ha deciso di giocare a “Interstellar” con i trattati commerciali.
Il naufragio della ragione
In conclusione, la manovra sulla Sezione 122 non è una politica commerciale; è un atto di disperazione legale mascherato da sovranismo muscolare.
È il tentativo di un’amministrazione che, avendo perso la bussola del diritto, cerca di navigare a vista usando una mappa dei tempi di Colombo.
Tra rimborsi miliardari negati, porti paralizzati e alleati storici sacrificati sull’altare di un vantaggio competitivo (peraltro regalato ai nemici), il “ponte” di Scott Bessent sembra destinato a crollare molto prima dei 150 giorni.
Resta da vedere quante aziende, e quanta credibilità internazionale, finiranno nel fiume sottostante.








