Da “America First” a “America Fist”: Trump, il ritorno della forza e la riscoperta di un mondo antico

trump america fist
Riccardo Lo Monaco
14/01/2026
Poteri

Più che inaugurare un ordine mondiale completamente nuovo, Donald Trump sembra riportare in vita un paradigma geopolitico antico: quello in cui la forza prevale sul diritto, l’imposizione sulla cooperazione, e la potenza militare sulla diplomazia.

Un approccio che si presenta come “realista” e “anti-establishment”, ma che, nella sostanza, richiama scenari storici ben noti — dall’imperialismo novecentesco all’età della conquista coloniale — in cui gli stati potenti agivano senza remore per estendere la propria influenza.

Al centro di questa visione c’è la convinzione che gli Stati Uniti siano nati prima dell’uomo e debbano riprendersi un ruolo da protagonista assoluto nel mondo, non solo difendendo i propri interessi, ma imponendoli. Una logica di scontro e supremazia più che di bilanciamento multilaterale.

Gli appetiti sulla Groenlandia

Un esempio emblematico è la Groenlandia. L’idea — più volte ribadita da Trump — che gli Stati Uniti possano “acquisire” l’isola artica “con le buone o con le cattive”, non è solo una provocazione mediatica, bensì l’espressione plastica di una concezione patrimoniale della geopolitica: territori come beni trasferibili, stati come soggetti che possono essere messi sotto pressione fino a cedere. In teoria, un’acquisizione territoriale presupporrebbe un processo di dialogo, consenso, negoziazione multilaterale. In pratica, nel contesto evocato dall’amministrazione Trump, somiglia molto di più a un’estorsione geopolitica: o accetti le condizioni del più forte, o ne paghi le conseguenze, anche sul piano militare.

Questa impostazione non è isolata, ma si inserisce in un quadro più ampio in cui gli Stati Uniti non sono più il garante di un ordine internazionale fondato su regole, ma l’arbitro che decide chi può commerciare con chi, chi è legittimo e chi no.

Le minacce di dazi o sanzioni contro Paesi che non cedono alle pressioni sono un esempio chiaro: non una politica di contenimento multilaterale, ma un’imposizione unilaterale, spesso svincolata da un coordinamento con alleati storici, spesso obiettivi essi stessi delle pressioni dell’amministrazione Trump.

L’opportunismo su Russia e Ucraina

Il paradosso emerge con forza se si osserva l’atteggiamento verso la Russia.
Da un lato, Washington minaccia ritorsioni economiche contro stati terzi per i loro rapporti con Teheran, che è una storica alleata di Mosca; dall’altro, l’amministrazione Trump mostra una crescente disponibilità ad avviare un rapporto privilegiato con Vladimir Putin, nonostante il continuo bombardamento di obiettivi civili in Ucraina e il bilancio umano devastante del conflitto.

Il criterio non è più il rispetto di norme condivise, ma l’utilità strategica immediata. Amici e nemici non sono categorie morali o giuridiche, ma variabili contingenti.
Basti ricordare come Trump abbia strozzato il presidente ucraino, levandogli la protezione satellitare e attaccandolo violentemente nello studio ovale, prima di strappare un “accordo” sullo sfruttamento delle terre rare.
Un accordo nonostante il quale il popolo ucraino si trova ancora sotto le bombe di Putin, al quale Trump ha steso e continua a stendere ideali tappeti lunghi e rossi come le sue cravatte.

Un altro elemento significativo è la denigrazione continua degli alleati, compresi quelli della NATO, che Trump ha più volte definito come “pigri” o “sfruttatori” troppo timidi nel finanziarsi.

Questa retorica dimentica un fatto politico fondamentale: l’unico momento in cui uno stato membro della NATO ha invocato l’Articolo 5 — chiedendo l’attivazione della solidarietà dell’alleanza — è stato subito dopo gli attacchi dell’11 settembre, quando gli USA chiesero e ottennero l’appoggio militare, logistico ed economico dei partner per intervenire in Afghanistan. Quel momento rappresentò la più significativa espressione di solidarietà collettiva nella storia dell’Alleanza Atlantica, e oggi rischia di essere dimenticato in nome di un approccio conflittuale.

La libertà ridotta a un effetto collaterale

La combinazione di questi elementi — dabbenaggine verso gli alleati e desiderio di libertà d’azione unilaterale — ha generato in Europa una crescente preoccupazione.
Anche i governi occidentali più vicini ideologicamente all’amministrazione Trump su molti temi, si trovano spesso costretti a giustificare o reinterpretare decisioni difficili, cercando nelle pieghe degli effetti collaterali qualche elemento positivo.

Un esempio emblematico è stato l’accordo sulla liberazione di cittadini detenuti ingiustamente nelle carceri del regime di Maduro: un risultato positivo, sì, ma ottenuto all’interno di un più ampio progetto geopolitico di occupazione che non sempre si colloca in una cornice di diritto internazionale chiara e condivisa.
Molto probabilmente, se l’autocrate Maduro avesse dato a Trump accesso illimitato alle riserve petrolifere del Venezuela sarebbe diventato uno dei suoi più grandi amici, con buona pace del popolo venezuelano e dei nostri connazionali detenuti.

Con Trump infatti, l’idea di “effetti collaterali” si capovolge: non sono più gli esiti negativi a insorgere nell’ombra di un bene superiore, bensì i “pochi” benefici a emergere nel quadro di scopi strategici discutibili.

L’annichilimento di norme internazionali, la creazione di precedenti pericolosi e il suo autoproclamarsi presidente ad interim del Venezuela, per il “bene” del popolo venezuelano — al quale però si impone comandante supremo come lo Sciaboletta Imperatore d’Etiopia — sono esempi di come gli obiettivi geopolitici possano venire perseguiti con una retorica che pretende di giustificarli, malgrado indeboliscano le istituzioni globali.

E così accadrà se, come pare sempre più probabile, Trump utilizzerà la forza per rovesciare il regime iraniano degli ayatollah. Nel suo disegno, la liberazione del popolo iraniano dagli ayatollah è solo un effetto collaterale, positivo fin quando gli sarà permesso avere in loco un suo viceré di Persia.
E pazienza se anche questo viceré dovesse reprimere le proteste col sangue. Perché uno che si dimostra “poco attento” alle libertà e alla democrazia in casa propria, difficilmente avrà a cuore le libertà e la democrazia altrui.

Cosa c’è dopo la morte del diritto internazionale


Per il mondo libero invece, la caduta del regime sanguinario manu militari sarà comunque valsa quello che di fatto sarebbe: un altro colpo mortale inferto al sistema di regole internazionali.
Il che va e andrà sempre bene fin quando gli obiettivi saranno i veri cattivi, ma cosa accadrà quando il mirino punterà sui veri buoni divenuti “cattivi” perché poco inclini a cedere ai ricatti?
Cosa fare nel momento in cui non ci sarà più uno straccio di regola globale da invocare?

Con questo modello di “isolazionismo espansionista”, un ossimoro che tuttavia coglie una verità, l’amministrazione Trump, partendo da slogan come America First — che sembravano promettere un ritiro dagli affari globali per concentrarsi sugli interessi interni — ha finito per sviluppare una politica estera che non allontana gli Stati Uniti dal mondo, ma li proietta al suo centro in modo predatorio.

Gli USA, in questa visione, non si ritirano per concentrarsi su sé stessi, ma si isolano per avere le mani libere sul resto del pianeta, senza vincoli di trattati o alleanze consolidate. Da America First a America Fist.

Questo approccio, va detto, non nasce dal nulla.
Trump intercetta un sentimento reale: la stanchezza di una parte dell’opinione pubblica americana verso il multilateralismo, percepito come costoso e inefficiente; accanto alla convinzione che gli Stati Uniti abbiano “pagato troppo” per garantire un ordine globale da cui altri hanno beneficiato.
In questo senso, la sua politica estera non è un’anomalia, ma una radicalizzazione di tendenze già presenti.

Il dato oggettivo, però, è che la risposta a questa frustrazione avviene attraverso il ritorno a una logica di potenza che la storia aveva già ampiamente messo in discussione, senza contare che gran parte della sua base elettorale si aspettava l’isolazionismo tout court promesso in campagna elettorale e non vede positivamente l’eccessivo interventismo del Presidente.

Il rischio sistemico è evidente: quando la forza diventa il linguaggio principale delle relazioni internazionali, il diritto internazionale si svuota, le istituzioni multilaterali perdono legittimità e gli Stati medi o piccoli sono costretti a scegliere tra sottomissione e riarmo.
È la dinamica classica che ha preceduto le grandi fratture del Novecento, quando il progressivo smantellamento delle regole comuni aprì la strada a politiche aggressive mascherate da legittimi interessi nazionali.

Non si tratta, dunque, di demonizzare Trump o di ridurre la sua amministrazione a una caricatura ideologica.
La sua visione ha una coerenza interna e risponde a una domanda politica reale.
Ma proprio per questo merita di essere analizzata senza sconti: ciò che viene presentato come un “nuovo paradigma” è in realtà la riproposizione di un mondo più instabile, più conflittuale e, alla lunga, più pericoloso.

Un ritorno al passato


È un mondo che richiama scenari storici in cui grandi potenze agivano con impunità, forzando accordi o imponendo la propria volontà. La sfida non è solo per gli Stati Uniti o per i partner storici: è per il sistema internazionale tutto, che rischia di essere riscritto non attraverso il consenso, ma attraverso la potenza.

La domanda dunque resta aperta e non riguarda solo gli Stati Uniti, ma il sistema globale nel suo complesso: quanto a lungo un ordine internazionale può reggere se la sua principale potenza decide di sostituire il dialogo con la pressione e la cooperazione con la minaccia?
La storia suggerisce che la risposta, prima o poi, arriva. E raramente è indolore.