Il trono che vacilla e la contesa successione al nonno rintronato

Riccardo Lo Monaco
15/02/2026
Orizzonti

Al Forum per la Sicurezza di Monaco si è consumato, nel giro di dodici mesi, un cambio di tono che suona come l’apertura di una partita ben più grande: quella per la successione a Donald Trump dentro il campo repubblicano.

Un anno fa, dal palco bavarese, il vicepresidente JD Vance aveva scelto la linea dello scontro frontale

L’Europa, disse in sostanza, non sarebbe più la patria della libertà che pretende di essere; anzi, sarebbe scivolata verso forme di censura e conformismo ideologico incompatibili con la tradizione liberale occidentale. Toni duri, lessico tagliente, un impianto polemico che ribaltava decenni di retorica atlantica.

Ieri mattina, nello stesso contesto, il segretario di Stato Marco Rubio ha offerto l’immagine opposta: parole di apprezzamento per gli alleati europei, richiami insistiti alla cooperazione transatlantica, un elogio quasi stucchevole della “comunità di valori” tra le due sponde dell’Atlantico. Non una sbavatura polemica, non un affondo. Più che un cambio di accento, una diversa visione strategica.

Due linee, due Americhe

La divergenza non è solo stilistica. È politica. E fotografa le due anime della destra americana nell’era del trumpismo.

Vance incarna la prosecuzione coerente – e ideologicamente più strutturata – del mondo MAGA. Il suo discorso dell’anno scorso a Monaco non era un incidente retorico, ma la traduzione diplomatica di un impianto culturale che guarda con sospetto all’Europa liberale, percepita come decadente, moralista, lontana dall’“America profonda”. In quell’ottica, l’alleanza atlantica non è un pilastro, ma una relazione contrattuale da rinegoziare al ribasso.

Rubio, al contrario, rappresenta – pur con molte ambiguità – la tradizione repubblicana più classica: atlantista, interventista, legata all’idea di una leadership americana costruita su alleanze solide. Non è un mistero che in passato sia stato un avversario di Trump nelle primarie; la sua attuale posizione è frutto di una convergenza tattica più che di una fusione ideologica.

L’Europa che si compatta

A spiegare la brusca inversione di tono contribuiscono anche gli sviluppi recenti sul fronte europeo. Le capitali del continente, di fronte a quella che molti osservatori definiscono una deriva neoimperiale dell’amministrazione Trump, hanno progressivamente rafforzato il coordinamento politico e strategico.

Particolarmente significativo è stato l’intervento del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha dichiarato apertamente superato il vecchio ordine mondiale fondato su un’alleanza quasi automatica tra Europa e Stati Uniti. Parole che hanno avuto l’effetto di una scossa tellurica a Washington.

Per una parte del Partito Repubblicano, l’idea di un’America isolata o, peggio, percepita come più vicina alla Russia di Vladimir Putin che ai partner europei, è uno scenario politicamente ed economicamente insostenibile. Rubio sembra parlare a quell’elettorato e a quell’establishment: rassicurare gli alleati significa rassicurare anche Wall Street, il complesso industriale della difesa, la diplomazia tradizionale.

La guerra per l’eredità

Sul fondo, però, c’è un dato che pesa più di ogni dichiarazione: il declino politico e personale di Trump. Le sue uscite sempre più imprevedibili, le tensioni interne, le difficoltà di gestione di un’agenda internazionale complessa stanno accelerando una dinamica inevitabile: la corsa alla successione.

Da una parte c’è l’ala ormai profondamente compromessa con la realtà MAGA, che vede in Vance il successore naturale. Giovane, ideologicamente allineato, ben finanziato da miliardari apertamente neofascisti, capace di parlare a quel “mondo di mezzo” tra un cattolicesimo identitario in salsa americana e l’America rurale più ruvida. Per questa componente, la fedeltà assoluta a Trump è un investimento: quando il vuoto si aprirà, chi sarà stato più leale potrà reclamarne l’eredità.

Dall’altra parte, l’anima repubblicana “storica” – di cui Rubio è uno dei volti – sa che non può farsi trascinare a fondo da un eventuale naufragio trumpiano. La differenziazione, anche solo nei toni, è già un primo passo per ricostruire credibilità internazionale.

Scenari estremi

In politica, i vuoti si riempiono. Se la parabola di Trump dovesse accelerare verso una crisi conclamata, non è fantapolitica immaginare scenari fino a poco tempo fa impensabili. Un vicepresidente che, per ragioni istituzionali o politiche, si trovi a dover gestire un passaggio traumatico. Un accordo trasversale – con democratici e repubblicani – per garantire una transizione controllata fino alle presidenziali del 2028.

In quel caso, Vance potrebbe trovarsi davanti a un bivio: restare il custode ortodosso dell’eredità MAGA o accettare una presidenza “sotto tutela” pur di consolidare la propria posizione.

Rubio, invece, gioca un’altra partita: dimostrare che esiste un’alternativa repubblicana credibile, capace di dialogare con l’Europa e di non consegnare l’America a un isolamento pericoloso.

Monaco, con i suoi due discorsi così diversi, è stata più di una conferenza sulla sicurezza. È stato il primo atto pubblico di una guerra silenziosa per l’eredità di un leader ancora in carica ma già politicamente conteso. E questa volta, più che le parole suonate in sala, contano quelle non dette nei corridoi di Washington.