I tre giganti barcollanti: come il debito di USA, Giappone e Francia minaccia il mondo
Il sistema finanziario internazionale si regge da decenni su alcune premesse statistiche date per immutabili: i titoli di Stato delle grandi democrazie occidentali sono il porto sicuro per eccellenza; il dollaro è l’ancora di riserva globale; il risparmio giapponese è un rubinetto di liquidità infinito e a basso costo. Eppure, la fotografia macroeconomica della metà del 2026 ci restituisce un quadro radicalmente mutato.
L’eccezionalismo (del debito) americano
Per comprendere la traiettoria del debito mondiale è necessario partire dall’epicentro del sistema. Gli Stati Uniti d’America hanno superato la soglia psicologica dei 39.000 miliardi di dollari di debito pubblico federale: una cifra che si traduce in oltre 120.000 dollari sulle spalle di ogni singolo cittadino.
Per decenni, Washington ha potuto ignorare le leggi di gravità della disciplina fiscale grazie a quello che gli economisti definiscono il dilemma di Triffin: per far funzionare il commercio globale, gli USA devono emettere costantemente dollari, esportando di fatto il proprio debito sotto forma di Treasury, acquistati dalle banche centrali e dai fondi istituzionali di tutto il mondo. Ma nel 2026, l’equilibrio mostra profonde incrinature.
I dati macroeconomici della prima metà dell’anno fiscale evidenziano una velocità di crociera del deficit insostenibile: a fronte di entrate per 2.500 miliardi di dollari, le uscite hanno superato i 3.600 miliardi, generando un disavanzo semestrale di 1.100 miliardi di dollari. La conseguenza diretta, amplificata da un contesto di tassi strutturalmente elevati, è l’esplosione della spesa per interessi, che nel 2026 si appresta a superare la barriera dei 1.000 miliardi di dollari all’anno. Oggi il governo americano spende più per remunerare i propri creditori che per l’intero budget della Difesa o per i principali programmi sociali.
Nonostante i proclami politici dell’amministrazione Trump e la narrativa legata ai tagli agli sprechi del DOGE (Department of Government Efficiency), le proiezioni del Congressional Budget Office (CBO) confermano che le voci che muovono realmente il bilancio federale (Social Security, Medicare, spesa militare e interessi) sono politicamente intoccabili. Anzi, il vero pericolo risiede nelle cosiddette unfunded liabilities: le promesse di spesa previdenziale e sanitaria già deliberate ma prive di copertura fiscale futura, stimata dai fiduciari dei programmi in una forchetta monstre tra i 60.000 e gli 80.000 miliardi di dollari.
Con il progressivo azzeramento dei cuscinetti tecnici di liquidità interni, come il mercato dei Reverse Repo che tra il 2022 e il 2023 aveva assorbito l’eccesso di emissioni drenando oltre 2.000 miliardi di dollari, il mercato obbligazionario statunitense è oggi nudo e ipersensibile. Le aste del Tesoro faticano a trovare compratori ai vecchi prezzi, spingendo il rendimento del decennale vicino al 4,5% e portando il trentennale a toccare il 5% per la prima volta dal 2007. Una dinamica alimentata anche da un cambio strutturale oltreoceano.
Giappone: l’harakiri del “banchiere del mondo”
Il motivo per cui i Treasury americani richiedono rendimenti così alti risiede in gran parte nella svolta epocale in atto a Tokyo. Per trent’anni, il Giappone ha operato come il vero banchiere del mondo. Con i tassi d’interesse azzerati o negativi in patria per contrastare la deflazione, i grandi investitori istituzionali nipponici (fondi pensione e assicurazioni vita) hanno sistematicamente esportato capitali, accumulando oltre 1.200 miliardi di dollari in titoli di Stato americani e diventando il primo creditore estero di Washington. Questa pressione d’acquisto costante ha sussidiato artificialmente il costo del denaro in tutto l’Occidente, mantenendo bassi i tassi dei mutui, dei prestiti e gonfiando i multipli azionari di Wall Street.
Nel 2026, la macchina si è inceppata. Sotto la pressione dell’inflazione interna, la Bank of Japan (BoJ) è stata costretta a portare il tasso di riferimento all’1%, il massimo da 31 anni. Una mossa apparentemente timida, ma che ha svelato lo spettro della fiscal dominance (dominanza fiscale). Con un debito pubblico aggregato che viaggia intorno al 230% del PIL, la banca centrale non può permettersi di alzare i tassi fino al livello neutrale stimato al 2%: ogni frazione di punto percentuale in più manderebbe in fumo il bilancio dello Stato.
Il mercato ha compreso il bluff della BoJ, penalizzando lo Yen, che all’inizio di luglio ha toccato il minimo storico dal 1986 a quota 162,8 contro il dollaro, vanificando interventi valutari governativi da 70 miliardi di dollari. Ma il dato geopolitico più rilevante per l’Europa è l’inversione dei flussi finanziari: nel primo trimestre del 2026, gli istituzionali giapponesi hanno registrato la più grande vendita netta di Treasury dal 2022, per un valore di 4.670 miliardi di yen (circa 30 miliardi di dollari).
La matematica valutaria si è capovolta: oggi, una volta coperto il rischio di cambio, un fondo giapponese ottiene un rendimento netto del 2,3% in patria contro l’1,3% garantito dai titoli USA. I capitali stanno tornando a casa. Nel momento in cui il più grande compratore marginale di debito al mondo chiude lo sportello, il premio al rischio sale ovunque, trasmettendosi per l’effetto dei vasi comunicanti finanziari dal Pacifico all’Atlantico, fino a colpire l’anello debole della catena europea.
Francia: la Fine dell’illusione e lo shock dell’Eurozona
Mentre gli Stati Uniti esportano debito grazie al dollaro e il Giappone lo gestisce tramite una formidabile base di risparmio interna e interamente denominata in valuta domestica, la Francia si trova esposta alla tempesta perfetta dei tassi alti globali senza disporre di alcuno di questi scudi protettivi. Parigi non emette la moneta in cui si indebita, che risponde invece al mandato di stabilità della Banca Centrale Europea a Francoforte.
Il punto di rottura psicologico si è consumato la mattina del 9 settembre 2025 sugli schermi finanziari di Londra: per la prima volta dalla nascita della moneta unica, lo spread francese ha superato quello italiano, stampando un rendimento del 3,48% contro il 3,47% dei BTP. Quell’unico centesimo di punto ha sancito la fine dell’immunità per l’ex “allievo modello” europeo.
I numeri macroeconomici francesi del 2026 descrivono un Paese strutturalmente fuori controllo. Al 25 giugno 2026, l’INSEE ha certificato che il debito pubblico ha raggiunto i 3.536 miliardi di euro, con un incremento record di 75,6 miliardi in soli novanta giorni: oltre 800 milioni di euro di nuovo debito al giorno. Il rapporto Debito/PIL è così salito al 117,5%, mentre la spesa per soli interessi nell’anno in corso toccherà i 74,4 miliardi di euro (+12 miliardi rispetto al 2025). La Francia spende oggi per il servizio del debito più di quanto stanzi per la difesa nazionale e, con i rendimenti sul decennale stabili al 3,75%, la Banca di Francia stima che la spesa per interessi sfiorerà i 100 miliardi entro il 2029.
A differenza dell’Italia, che nell’ultimo quindicennio ha registrato avanzi primari quasi costanti pagando una dura transizione, la Francia sconta cinquant’anni di scelte strutturali rigide. Lo Stato drena in spesa pubblica il 57% del proprio PIL (contro il 48% della Germania), con un terzo della ricchezza nazionale destinato alla protezione sociale. Al contempo, la pressione fiscale ha raggiunto il 44% del PIL, la più alta dell’area OCSE, saturando ogni margine di manovra sulle entrate senza soffocare una crescita economica asfittica, ferma allo 0,5% per il 2026.
L’ingovernabilità politica aggrava lo scenario: il congelamento e la successiva sospensione a fine 2025 della riforma previdenziale di Macron – con il ritorno dell’età pensionabile a 62 anni per placare le piazze – uniti alla caduta seriale dei governi, hanno azzerato la credibilità fiscale del Paese. Dopo il declassamento di S&P ad A+, Moody’s mantiene l’outlook negativo.
Il vero dilemma risiede nella natura sistemica di questa crisi. La Francia è la seconda economia del blocco. Il piano di salvataggio della Grecia costò circa 290 miliardi di euro; l’economia transalpina è oltre dieci volte più grande. Risorse finanziarie di tale portata semplicemente non esistono nei fondi europei di stabilità. Inoltre, lo scudo anti-spread della BCE (lo strumento TPI) prevede per regolamento il rispetto dei vincoli di bilancio dell’Unione: essendo Parigi sotto procedura per deficit eccessivo, l’attivazione automatica dello scudo è legalmente preclusa. Con oltre la metà del debito in mani estere e una quota crescente detenuta da fondi speculativi, la vulnerabilità francese è massima.
Il dilemma di un’Unione stretta tra i giganti
L’analisi integrata di USA, Giappone e Francia dimostra che il debito sovrano globale non è più una variabile indipendente gestibile all’infinito dalle banche centrali. Se Washington è costretta a pagare il 5% sul lungo termine e Tokyo richiama la propria liquidità domestica per difendersi dalla dominanza fiscale, i tassi d’interesse europei rimarranno strutturalmente elevati, indipendentemente dalle decisioni di Francoforte.
In questo scenario, la Francia rappresenta l’archetipo delle contraddizioni europee. L’Unione si trova stretta in una morsa geopolitica: necessita di massicci investimenti comuni e di debito europeo per finanziare la transizione ecologica e la difesa comune, ma poggia sulle fondamenta fragili e non riformate dei debiti sovrani dei suoi Stati membri più grandi. Se il pilastro più elegante dell’Eurozona dovesse scivolare nella spirale della sfiducia dei mercati, non vi sarebbe alcun paracadute abbastanza grande da poterne frenare la caduta. I mercati, come il 2026 sta dimostrando, non guardano a ciò che un Paese è stato nella storia; guardano esclusivamente a ciò che oggi può ancora permettersi.








