Il tramonto del bipartitismo inglese: cronaca di un sistema a pezzi
Mentre Westminster continua a recitare un copione che non esiste più, il Paese reale ha già staccato la spina. Le elezioni amministrative di questo maggio 2026 segnano a nostro avviso l’inizio del tramonto del bipartitismo britannico. In questa tornata elettorale gli elettori sono stati spietati ed i numeri raccontano il collasso simultaneo delle due forze storiche che hanno caratterizzato il sistema inglese: il Labour Party di Keir Starmer ha visto sgretolarsi il proprio consenso, perdendo centinaia di seggi in Inghilterra e subendo emorragie letali persino in roccaforti rosse come Manchester; dall’altra parte invece i Conservatori, sono stati letteralmente spazzati via dalle mappe locali, certificando la propria irrilevanza dopo quattordici anni di potere, anche in questo caso perdendo roccaforti storiche.
Questo vuoto è stato colmato da una doppia scossa sociopolitica. Da una parte, l’onda di Reform UK ha travolto i municipi, conquistando oltre 1.400 consiglieri e il controllo di diverse amministrazioni. Dall’altra, il Green Party che cannibalizza l’elettorato progressista in cuori nevralgici come Hackney e Lewisham, ma continua a non sfondare a livello nazionale. Il peccato originale dei Verdi? Essere ancora una forza di nicchia, incapace di trasformare il malcontento in un’onda d’urto paragonabile a quella di Reform UK.
Quello che storicamente era considerato come uno dei modelli di democrazia e stabilità politica più solidi al mondo, oggi si specchia in un panorama politico balcanizzato, ed il sistema elettorale maggioritario non sembra aiutare.
Il peccato originale della Brexit
Tutto ha inizio con un errore di calcolo destinato a cambiare la storia. Nel 2016, David Cameron concepì il referendum come un sedativo per le croniche divisioni interne del Partito Conservatore, diviso tra spinte europeiste e radicalismo euroscettico. Quell’ordigno, progettato per stabilizzare i Tory, è invece esploso nelle mani di Westminster, trasformandosi nel principale fattore di discontinuità della politica britannica contemporanea e frantumando la società lungo linee generazionali, economiche e territoriali.
L’uscita dall’UE ha agito da catalizzatore, riattivando fratture secolari che oggi minacciano l’integrità stessa del Regno. Mentre in Scozia si riaccendono spinte indipendentiste, in Irlanda del Nord gli equilibri del Venerdì Santo appaiono sempre più fragili; a questo terremoto istituzionale si aggiunge un conto economico pesantissimo: il rallentamento della crescita, l’esplosione del costo della vita e una preoccupante fuga di cervelli verso il continente hanno trasformato il malcontento in un sentimento sistemico, polverizzando la fiducia dei cittadini verso la classe politica tradizionale.
La vera eredità di questo strappo, tuttavia, non è solo materiale. Lo scontro si è spostato su una nuova geografia dei valori che il vecchio bipartitismo non riesce più a mappare. Le faglie storiche sono state sommerse da nuove collisioni identitarie: globalismo contro sovranismo, multiculturalismo contro controllo delle frontiere, urgenza ambientale contro crescita industriale. In questo panorama polarizzato, le bussole di Labour e Tory hanno smesso di indicare la direzione, lasciando il Paese in una transizione strutturale di cui le elezioni di maggio sono solo l’ultima, brutale manifestazione.
La crisi dei leader
Il secondo elemento chiave dell’instabilità britannica è una crisi della leadership senza precedenti: negli ultimi dieci anni Downing Street si è trasformata in un vero e proprio cimitero politico. I Conservatori, dilaniati dalle lotte intestine, hanno dimostrato una cronica incapacità di mantenere un’identità politica coerente e una leadership stabile nel lungo periodo. Dal passo falso di David Cameron, incapace di gestire l’ala euroscettica del suo partito, si è innescato un effetto domino implacabile. Theresa May è stata paralizzata dai veti incrociati sulla Brexit; Boris Johnson, capace di stravincere le elezioni del 2019 con una maggioranza storica, è stato poi travolto dagli scandali pandemici e dall’inflazione. La situazione non è stata migliorata dal disastro di Liz Truss. Il suo governo, imploso in appena 44 giorni a causa di una manovra finanziaria scellerata, ha causato una pesantissima perdita di credibilità che nemmeno l’ultimo sforzo di Rishi Sunak ha saputo sanare.
Sul fronte opposto, la dinamica non cambia, nell’ala Labour, Keir Starmer, dopo aver emarginato i radicali di Corbyn e riportato il Party al potere dopo 14 anni, è già ostaggio del medesimo copione. Intrappolato tra la difficile gestione della crisi migratoria, l’emergenza sicurezza e l’eredità tossica della Brexit, l’attuale premier sta bruciando consensi a velocità record. Oggi Starmer siede su una montagna di seggi, oltre 400, ma poggia su una palude di consensi. Il suo trionfo del 2024 è un paradosso matematico-politico: una maggioranza schiacciante ottenuta con meno voti rispetto alla sconfitta del 2019. A erodere ulteriormente questa fragile base di consenso e la credibilità dell’esecutivo è intervenuta anche la cronaca giudiziaria.
Ciò che ha profondamente scosso il leader Labour è stato lo scandalo del barone Mandelson, già ambasciatore UK negli USA e politico di lunga carriera nel partito di Starmer, coinvolto però nello scandalo Epstein ed arrestato insieme al principe Andrea, anch’esso legato alla medesima vicenda. Starmer si è pubblicamente dissociato dall’episodio, ma le accuse di diffusione di informazioni governative riservate da parte di Mandelson hanno sicuramente pesato sulla credibilità del Primo Ministro e dell’intero esecutivo. La capacità dei due partiti storici di soddisfare e rappresentare l’elettorato appare in costante e inesorabile diminuzione.

Oltre la destra e la sinistra
Il cuore del problema è che le vecchie bussole sono rotte. Il sistema britannico si è retto per un secolo sulla frattura tra capitale e lavoro teorizzata da Rokkan e Lipset, ma oggi quella faglia economica non è più in grado di “incapsulare” e stabilizzare il voto. Il conflitto si è spostato su una dimensione prettamente culturale e identitaria, accelerando la nascita di divisioni profonde: globalismo contro sovranità, apertura contro chiusura.
Questo smottamento sociologico ha mandato in corto circuito persino le leggi matematiche della politica. Il sistema maggioritario (First Past the Post), che dovrebbe fisiologicamente produrre bipartitismo, sta fallendo la sua missione riduttiva. Come suggerito dall’analisi di Sartori, il maggioritario funziona come stabilizzatore solo se il sistema è “strutturato”; oggi, al contrario, le nuove lealtà identitarie hanno destrutturato l’elettorato, creando sacche di radicalizzazione che eludono i filtri della legge elettorale e trasformano i partiti tradizionali in cartel parties, percepiti come distanti e collusi.
In questo vuoto si collocano il Green Party e Reform UK, ma entrambi portano in dote debolezze strutturali che rischiano di decretarne una vita breve. I Green, pur offrendo una piattaforma distinta sulla frattura ambientale, hanno sottoperformato rispetto ai sondaggi, restando incapaci di incidere sulle altre grandi divisioni nazionali: il rischio concreto è quello di rimanere un partito tematico di nicchia.
Dal canto suo, Nigel Farage dimostra una resilienza inaspettata nonostante porti sulle spalle il peso politico della Brexit, ma la sua Reform UK resta un gigante dai piedi d’argilla. La sua classe dirigente, popolata da candidati “usa e getta” e figure improvvisate che rinunciano al seggio a tempo di record, mina alla base la credibilità del partito come forza di governo. Per Farage, la sfida è trasformare un’orda di protesta in un partito istituzionalizzato; una missione che, al momento, appare ben lontana dal compiersi. Non è più una sfida tra programmi economici, ma una collisione frontale tra visioni del mondo inconciliabili.
L’alba di un nuovo sistema: verso dove corre il Regno Unito?
Alla luce di questa autopsia politica, è chiaro che l’instabilità del Regno Unito non può più essere interpretata come una semplice fase transitoria. Siamo davanti a una trasformazione strutturale che coinvolge il sistema partitico, le priorità sociali e il rapporto stesso tra cittadini e istituzioni.
Il primo scenario, il più plausibile, è quello di una frammentazione irreversibile. Reform UK e i Verdi sono diventati attori capaci di consolidare il proprio ruolo, rendendo il sistema più competitivo ma anche strutturalmente instabile. Il sistema first-past-the-post, che per secoli ha garantito governi forti, oggi sembra impotente davanti a cleavages che non riesce più a processare. Questo terremoto istituzionale è alimentato dal mai sopito rischio territoriale: i nazionalisti scozzesi, rinvigoriti dai fallimenti di Londra, potrebbero forzare un nuovo referendum per l’indipendenza entro pochi anni, e stavolta il risultato rischia di essere il colpo di grazia all’integrità dell’Unione.
L’ipotesi di una stabilizzazione rapida appare, al contrario, come un desiderio dei moderati. Sebbene i populismi tendano storicamente a erodersi nel medio periodo, i partiti tradizionali, Conservatori e Laburisti, non stanno mostrando alcuna capacità di riorganizzazione interna e di risposta a queste fratture. Restano succubi delle nuove fratture createsi dalla Brexit, perdendo sangue anche nelle proprie roccaforti storiche.
In definitiva, la Brexit è stata il catalizzatore che ha accelerato un processo di decomposizione già in atto. Quella che osserviamo oggi è l’espressione di una fase di transizione verso un nuovo sistema partitico ancora incerto (forse addirittura un nuovo bipartitismo), ma destinato a influenzare in modo duraturo la politica europea.
Alla classe politica europea conviene stare in guardia: il Regno Unito rappresenta il paziente zero di questa crisi della democrazia liberale, che potrebbe presto contagiare il resto del Vecchio Continente.








