Tra i ghiacci d’Alaska si è sciolta la credibilità americana

Piercamillo Falasca
16/08/2025
Orizzonti

Il vertice di Anchorage, in Alaska, avrebbe dovuto rappresentare un momento di svolta nella guerra che da oltre tre anni devasta l’Ucraina e scuote l’ordine internazionale. Invece, si è trasformato in una passerella diplomatica che ha visto Vladimir Putin ottenere ciò che più desiderava – la propria riabilitazione pubblica sulla scena internazionale – e Donald Trump consegnarsi a un ruolo di comparsa nella sua stessa casa, indebolendo la credibilità degli Stati Uniti senza ottenere nulla in cambio.

L’immagine di Putin accolto con tutti gli onori su suolo americano, mentre un mandato internazionale pende ancora sul suo capo per crimini di guerra, resterà impressa come la fotografia di un fallimento politico e morale. Trump, che pure ama presentarsi come il grande negoziatore, ha spalancato le porte a un leader isolato, offrendogli legittimità e visibilità in un contesto che avrebbe richiesto fermezza e chiarezza. Il tappeto rosso, il saluto militare, persino la corsa fianco a fianco nella limousine presidenziale sono stati gesti di un’accoglienza spettacolare, che hanno finito per offuscare la sostanza.

Sostanza che, a dire il vero, non c’è stata. Nessun accordo, nessun cessate il fuoco, nessuna roadmap per la pace. Solo dichiarazioni generiche, frasi fatte e un rinvio a future discussioni. Putin ha addirittura colto l’occasione per invitare Trump a Mosca, ribaltando i ruoli e imponendo la sua agenda. Il magnate ha balbettato un «vedremo», come a confermare l’assenza di una strategia solida, lasciando l’impressione di essere lui a inseguire l’autocrate russo.

Una cosa doveva fare Trump per essere efficace: mettere sul piatto la potenza americana e la determinazione – unita a quella degli alleati europei – a non abbandonare mai l’Ucraina. Putin avrebbe capito di non avere né le risorse, né il tempo, per soddisfare le sue mire di dominio. Ma Trump non lo ha fatto, pensando di trattare con Putin come faceva quando comprava le catene di pollo fritto in giro per l’America.

Per l’Europa e per l’Ucraina, questo summit è stato un campanello d’allarme. Non solo perché ha mostrato quanto fragile e contraddittoria possa essere la politica americana sotto Trump, ma perché ha reso evidente una verità scomoda: l’Occidente non può più permettersi di affidare il proprio destino esclusivamente a Washington. Mentre Putin guadagna tempo e legittimazione, mentre Trump cerca applausi domestici senza comprendere la posta in gioco globale, l’Europa deve prendere coscienza della propria condizione.

Noi europei restiamo spettatori, oscillando tra la speranza di un’America che torni a guidare e la paura di un continente che non sa ancora assumere su di sé il peso della propria difesa e della propria politica estera. È qui che si gioca la sfida storica: o l’Europa si unisce, diventa soggetto politico forte, costruisce una forte difesa comune e una voce unica, o resterà ai margini delle decisioni prese da altri – decisioni spesso sbagliate, come quelle viste in Alaska.

Putin può sorridere: ha già ottenuto quello che voleva. Trump, invece, ha mostrato al mondo di non essere il leader di cui l’Occidente ha bisogno. Tocca a noi europei colmare questo vuoto. Non c’è più tempo per esitazioni: o diventiamo padroni del nostro destino, oppure resteremo per generazioni ostaggi delle volontà e dei capricci altrui.