Tiktok peggio dell’alcol. La dipendenza che nessuno combatte
Scrollare TikTok, i video “shorts” di YouTube o la sezione “reel” di Instagram può compromettere le funzioni del nostro cervello più di un consumo moderato di alcolici.
Come per questi ultimi, ovviamente, è la dose che fa il veleno. Ma i dati lo confermano: i video brevi inducono picchi di dopamina – il neurotrasmettitore associato al piacere – che sovra-stimolano le vie di ricompensa del cervello, in modo analogo a quanto avviene con il consumo di alcool e con il gioco d’azzardo, portandoci a sviluppare una dipendenza del tutto analoga.
Gli effetti sul sistema nervoso
L’eccessiva stimolazione del sistema della dopamina causa perdite di autocontrollo e incapacità di concentrarsi su tutto ciò che non offra una gratificazione immediata. Bombardandoci di stimoli, l’attività di scrolling determina infatti importanti modifiche funzionali dei nostri circuiti cerebrali, pur senza causare un danno fisico diretto alle cellule (ed è questo a distinguerla dall’abuso di alcool).
Si parla, in questo caso, di “rewiring”, cioè di “ricablaggio” dei circuiti.
Dati ottenuti con la risonanza magnetica suggeriscono un collegamento tra il binge-watching intenso e prolungato di video brevi e un assottigliamento della corteccia prefrontale. Si tratta di un’area fondamentale per l’autocontrollo, l’attenzione e la consapevolezza nel decidere, a maggior ragione se viene danneggiata prima della sua maturazione completa (cioè all’incirca sotto i 25 anni).
Sono documentate anche disfunzioni dell’ippocampo, che incidono negativamente sulla qualità del sonno e sulla memoria.
Studiosi concordi da Oriente a Occidente
Questo è quanto emerge sia da diversi studi peer-reviewed pubblicati su NeuroImage, tra cui quello guidato dal professor Qiang Wang della Tianjin Normal University, che dallo studio dell’Università cinese Zhejiang, focalizzato sugli effetti di Douyin (versione cinese di TikTok).
Significativa è anche la ricerca condotta da Angeline Lillard presso la University of Virginia, che ha individuato deficit di gratificazione e di capacità di apprendimento immediata nei bambini esposti a video molto veloci.
In breve, le giornate trascorse di fronte agli schermi fin dalla più tenera età stanno rischiando di compromettere lo sviluppo cognitivo di un’intera generazione.
“Demenza digitale”: non un insulto ma una condizione tecnica
Non è ancora stata identificata una precisa e universale soglia di sicurezza per lo scrolling, ma gli esperti stimano che oltre le 2-3 ore al giorno si entri in una condizione di “intossicazione digitale”, rischiando effetti negativi cronici su memoria, capacità di controllo degli impulsi e sonno.
Da lì, il passo è breve per raggiungere quella che viene definita “demenza digitale”.
Immaginiamo lo stato d’animo di una persona che ha perso un pomeriggio a scrollare TikTok, visualizzando decine o forse centinaia di contenuti brevissimi, senza poi ricordarne nemmeno uno.
Si sente appagata oppure “spenta”?
La risposta è quella che tutti avete pensato.
Trascorrendo ore a fare binge-watching di contenuti social velocissimi, diventiamo incapaci di apprezzare i tempi “normali” della vita, le ricompense lente, le azioni quotidiane che portano a conseguire risultati reali con impegno e pazienza. La nostra salute mentale si deteriora e il nostro umore si spegne, sfociando in una condizione di malessere che può arrivare alla depressione.
Oltre a causare gravi danni alla salute individuale, un così drastico abbassamento della soglia dell’attenzione e una così diffusa incapacità di concentrarsi su stimoli che non diano gratificazione immediata stanno costituendo un problema sociale, tanto serio quanto sottovalutato.
Ed il progressivo accorciamento dei video circolanti in rete (nonché in generale di tutti i contenuti destinati al pubblico anonimo) è sintomo, e non soltanto causa, di tale problema.
Siamo di fronte ad un fenomeno di ampia portata proprio perché si autoalimenta, nell’indifferenza di chi da esso trae profitto o addirittura lo sfrutta per la propria campagna di guerra ibrida, come nel caso della Cina con TikTok.
Etichettare i video come le sigarette?
In una società democratica dovrebbe essere fondamentale la diffusione capillare dello spirito critico, del pensiero creativo, della capacità di imparare in modo attivo, di ragionare e di risolvere problemi.
Abbiamo creato un mondo interconnesso e sempre più “piccolo”, il che ha reso le sfide del nostro tempo maggiormente complesse, ma la nostra mente è sempre meno in grado di gestire la complessità.
Come possiamo avere, ad esempio, il controllo dell’intelligenza artificiale, se perdiamo l’intelligenza naturale?
Non c’è nulla di originale in questa domanda, ma forse c’è molto di reale.
Per combattere l’epidemia di “demenza digitale”, le istituzioni possono dare una sola risposta strutturale ed efficace sul lungo periodo: promuovere una vera educazione digitale, concreta, che metta al centro la consapevolezza e la responsabilità, senza limitarsi al divieto.
Forse, se si andasse davvero in questa direzione, in futuro l’etichetta “nuoce gravemente alla salute” potrebbe apparire come un mantra prima di ogni video brain-rot.
Potrebbe comparire davvero per obbligo di legge, oppure, meglio ancora, potrebbe limitarsi a risuonare nella nostra mente, spingendoci a lasciar perdere il cellulare e a spendere meglio quel minuto e mezzo di vita.








