Tibet, un gesto atroce che chiede di essere ascoltato: la storia di Lobga Rangzen
Il 2 luglio 2026, alle 17:49 di New York, un uomo tibetano di 52 anni si è dato fuoco davanti al quartier generale delle Nazioni Unite. Si chiamava Lobga Rangzen. È morto un’ora e un quarto dopo al Bellevue Hospital. Il giorno prima, in Cina, era entrata in vigore la nuova legge sull’unità etnica. Il collegamento non è affatto una coincidenza.
Quello che segue è una storia che nessuno vorrebbe raccontare, e che è impossibile non raccontare. Lobga Rangzen non voleva essere pianto — lo ha detto lui stesso, chiaramente, poche ore prima di morire. Voleva essere ascoltato.
Cosa è successo davanti all’ONU
Le 17:49 di giovedì 2 luglio, ora di New York. First Avenue, all’altezza del quartier generale delle Nazioni Unite. Un uomo attraversa la strada tenendo in mano una bandiera tibetana, quella con il sole e i due leoni delle nevi. Raggiunge lo spartitraffico centrale, appoggia la telecamera del telefono sul marciapiede — sta trasmettendo in diretta su Facebook — e sistema la bandiera su un palo del traffico. Poi si versa addosso un liquido infiammabile e si dà fuoco. Le automobili passano suonando i clacson. Un minuto e dieci secondi dopo, due uomini in uniforme di sicurezza arrivano con estintori. È troppo tardi.
Alle 19:04 il Bellevue Hospital lo dichiara morto per le ustioni gravissime.
Si chiamava Lobga Rangzen. All’anagrafe Lobsang Palden. 52 anni. Nato in Tibet, ex monaco buddhista, esiliato dagli anni Ottanta, residente nel quartiere di Queens a New York, dove lavorava come autista Uber. Era il presidente del Tibetan National Congress delle sezioni di New York e New Jersey, e uno dei volti più conosciuti dell’attivismo tibetano nordamericano. Non un caso isolato: un dirigente comunitario di lungo corso che ha scelto di offrire il proprio corpo, anzi, la propria vita per un messaggio.
La sua immolazione è la prima registrata negli Stati Uniti d’America. Ed è la prima di un tibetano al di fuori del Tibet occupato, dell’India e del Nepal. Dal 1998 ad oggi, secondo i dati di Students for a Free Tibet e di Free Tibet, oltre 168 tibetani — monaci, monache e civili — si sono immolati per protestare contro il dominio cinese. Fino a due giorni fa, nessuno lo aveva fatto in Occidente.
Le sue parole, integrali
Nella diretta Facebook registrata poco prima del gesto, Lobga Rangzen ha parlato in tibetano, rivolgendosi ai suoi. Non ha maledetto nessuno. Ha chiesto una cosa sola: che il Tibet non venga dimenticato. Ha accusato il governo cinese di condurre “politiche mirate a distruggere l’identità, la cultura e la lingua tibetane”, e ha lanciato quello che oggi viene ricordato come il suo testamento politico:
“Non voglio che mi piangiate. Voglio che continuiate la lotta per l’indipendenza del Tibet, perché la mancanza di indipendenza è la radice di tutti i nostri problemi. Bhoe Gyalo, Bhoe Rangzen Gyalo.”
Le ultime due espressioni, in tibetano, significano “Vittoria al Tibet” e “Vittoria all’indipendenza del Tibet”. Sono le parole con cui i tibetani in esilio si salutano nelle grandi ricorrenze. Sono anche state le ultime che ha pronunciato.
Il giorno prima, a Pechino
C’è un dettaglio che i primi resoconti americani hanno colto subito, e su cui vale la pena fermarsi. La legge cinese sull’unità etnica — quella che rivendica il diritto di perseguire chiunque, ovunque, parli di Tibet, Xinjiang o Taiwan in modo sgradito al PCC (Partito comunista cinese) — è entrata in vigore mercoledì 1° luglio. Lobga Rangzen si è dato fuoco il giorno seguente. Alle 17:49, in un momento della giornata in cui a Pechino era già venerdì mattina.
Penpa Tsering, capo dell’Amministrazione Centrale Tibetana in esilio, lo ha detto in modo esplicito nel comunicato ufficiale diffuso poche ore dopo: “L’incrudirsi del genocidio in atto in Tibet e l’entrata in vigore della draconiana ‘Legge sull’Unità e sul Progresso Etnico’ il 1° luglio sono ciò che ha spinto Lobga Rangzen a questa tragica decisione.” Non è stato un raptus, non è stata una crisi personale. È stata una risposta politica meditata a tale atto legislativo.
Da qui si capisce anche perché il gesto sia avvenuto proprio davanti al Palazzo di Vetro. L’ONU è l’istituzione internazionale che dovrebbe garantire il rispetto dei trattati sui diritti umani che Pechino ha ratificato e sistematicamente violato. È anche l’istituzione che nel 1971, con la risoluzione 2758, ha riconosciuto Pechino come rappresentante legittima della Cina — Tibet compreso — senza chiedere il parere dei tibetani. Non è la prima volta che davanti a quel palazzo un attivista chiede di essere ascoltato.
Come si sta muovendo la rete tibetana internazionale
Le organizzazioni tibetane della diaspora hanno reagito con una rapidità che dice molto della loro capacità di mobilitazione. Students for a Free Tibet — la rete internazionale fondata nel 1994 a New York, oggi presente con numerosi capitoli in decine di paesi — ha lanciato entro poche ore la campagna Take the Tibet Pledge in onore di Lobga Rangzen, con l’obiettivo di trasformare la sua morte in impegno collettivo verificabile. Il messaggio che accompagna la campagna riprende parola per parola il testamento di Rangzen: continuare la lotta, non piangere.
Le comunità tibetane di Dharamsala, dell’Australia, di Taiwan, e di altre città americane hanno improvvisato preghiere collettive nella notte fra il 2 e il 3 luglio. Il capitolo newyorkese ha coordinato una veglia con candele davanti allo stesso quartier generale dell’ONU. Da Taipei, dove la comunità tibetana è ridotta ma politicamente attiva, sono arrivate dichiarazioni congiunte con parlamentari taiwanesi.
La risposta di Pechino, per chi ancora avesse dubbi
La conferenza stampa quotidiana del ministero degli Esteri cinese, venerdì 3 luglio. Il portavoce Guo Jiakun, interpellato dai giornalisti sulla morte di Lobga Rangzen, ha risposto con una frase sola, comunicata con la freddezza di chi legge una mail in spam: “Il Tibet è parte inalienabile del territorio cinese sin dai tempi antichi, e Pechino confida che i paesi coinvolti gestiranno la questione in conformità con le loro leggi interne.” Nemmeno una parola di condoglianza formale.
Vale la pena tenere quella frase in mente ogni volta che ci verrà detto che la Cina è “un partner con cui bisogna dialogare”, che “bisogna capire le sue ragioni”, che “le questioni interne sono affari suoi”. Un uomo si è dato fuoco. Pechino volta la faccia.
L’ultima parola resta la sua
“Non voglio che mi piangiate. Voglio che continuiate la lotta.”
Il minimo che possiamo fare è non voltare gli occhi.
Bhoe Gyalo. Bhoe Rangzen Gyalo.








